Ma perché sono tanti contro Monti?
(un ringraziamento a DeLuca per la vignetta)
Ho letto un blog in cui, tra l’altro, c’era scritto questa frase:
“… Che Monti sia senatore a vita è un fatto. Come è un fatto che nel disegno della nomenklatura che regge i destini di questa repubblica sovietica, Napolitano in testa, nelle attuali contingenze politiche ed economiche, dati cause e pretesto le attuali conclusioni, qualsiasi sia il risultato delle prossime elezioni sarà Monti, in un modo o nell’altro, a guidare il paese perché ce lo chiede l’Europa. Praticamente l’istituzionalizzazione di una condizione di emergenza. Una legge marziale che si trasforma in diritto ordinario”.
Non mi piace dire “non sono d’accordo” per due buone ragioni.
La prima è che sono sostanzialmente d’accordo.
Basterebbe e ce ne sarebbe d’avanzo.
La seconda è che mi sembrerebbe di essere ad una riunione di circolo del vecchio PCI quando la frase suonava come campanello d’allarme per poi rientrare sotto le mentite spoglie dell’esercizio (democratico) della critica costruttiva, certo, ma sterile.
Preferirei dire altro ma una cosa mi viene spontanea. Non siamo soli, non siamo isolati e il nostro vivere, come il vivere dei nostri figli, passa attraverso il confronto con il resto del mondo. Magari non il mondo che più ci piace, no è quello che ci affascina, quello che sognavamo durante le notti dell’occupazione e del ciclostile. Non è neppure il mondo che vorremmo aver costruito con la forza o con la ribellione alla Nomenklatura. Ma è il solo che abbiamo e sappiamo quanto faticoso sia trasformarne i contorni e quanto sudore e quanto sangue serva.
Napolitano non è un campione di libertà. Ma non è un uomo sciocco e non esercita a casaccio il suo potere.
Il fatto che alcuni dei migliori governi che ha avuto questo Paese siano stati governi di “non eletti” deve far riflettere non sulla qualità o sulla quantità di democrazia, avuta a disposizione o perduta definitivamente. Semmai deve far riflettere sul livello dell’elettorato, sulla sua competenza a scegliere, sulla sua capacità di capire, sul suo livello di conoscenza e di analisi della condizione in cui si vive.
Se la scelta è sbagliata non si può dare la colpa al fato, al destino e alla mano pesante del padre padrone. La scelta sbagliata è di chi la fa.
Un governo di merda fatto da gente di merda “liberamente” eletta è solo un governo di merda che gente incapace ha deciso andargli bene. E se ad altri non va bene e sa solo lamentarsene le cose continueranno ad andare male e non resterà che accettare che altri prendano delle decisioni che arrechino il minor danno possibile.
Continuo a non capire chi mai possa preferire un governo Monti di un paio d’anni ad un qualsiasi governo Berlusconi di un paio di mesi soltanto. Due minuti sarebbero già un danno difficile da riparare, eppure Berlusconi è stato “eletto” da molti democraticamente…
E’ vero che l’Europa sembra chiedere cose che non abbiamo. Ma l’Europa è una tappa della storia recente di un continente. Una delle tante tappe, una delle tante. Ne sono passate moltissime negli ultimi secoli e nessuna ha tenuto conto di poveracci e di diseredati ma solo di giochi di potere. Forse arriverà un momento della storia in cui non sarà più così e non possiamo neppure prevedere cosa sarà e sa mai sarà qualcosa.
Ciò che è certo è che le cose sono così ora. Cerchiamo di capire e non solo di negare.
“Siamo in un botte di ferro!” esclamò il secondogenito di Dio
Quando nominò i suoi nuovi undici apostoli e li presentò alla stampa e alle tivvù.
Il peggio era passato eppure …

Erano giorni che si arrabattava per capire come sarebbe arrivato a Natale. Il Natale è il Natale. Va santificato e festeggiato. Mica cose banali come il ferragosto e le barche da trenta metri in prestito a tempo indeterminato. Il Natale è una cosa seria. Molto seria. Ne va di mezzo la famiglia intera.
E non solo in senso morale e cattolico ma proprio ne va di mezzo la Famiglia con la F maisucola. Insomma sto parlando dell’unica vera Famiglia che si possa portare ad esempio universale: Il Padre (eterno) e la Madre. Sane Donna, pur non convolata a nozze santificate sicuramente esse furono rese sacre dall’Autorità Assoluta del Padre attraverso il notaio alato Gabriele che, com’è noto, firmava gli atti ufficiali con penne di coda di colomba. In quel caso firmò con l’unica Colomba che lasciava tracce di sé e che era diventata nota come la Colomba della Santa Spiritualità. Col tempo il nome sarebbe stato accorciato in Spirito Santo per via della difficoltà a sbrogliare gli scritti dei monaci ammanuensi. E in fine il figlio. Per secoli rimasto primogenito e santificato come tale. Almeno fino al principio del XXI secolo dell’era moderna. Quando all’improvviso comparve un altro personaggio che apparteneva alla stessa famiglia. Un illustre ignoto, in principio, ma si capiva che nell’ambiente degli eletti del Padre (eterno) era molto conosciuto. Roberto era il suo nome di battesimo per il cognome uno vale l’altro agli occhi del padre. Tanto tutti i figli sono suoi. E più sono depravati e strambi e più ci tiene, chissà perché?
Comunque la famiglia è una (è anche trina ma è un’altra storia). Per la faccenda che ci interessa la Famiglia è la Famiglia. Dunque il giorno in cui il primogenito è nato va festeggiato. Così il secondogenito, che ancora non si palesa come tale, ci tiene tantissimo.
Ma come farà ad essere il gran cerimoniere del Natale dell’anno 2012 se questi giudei bifolchi che lo attorniano continuano a portarsi a casa i trenta denari di ogni elezione e di ogni giunta che mette su? Ne ha cambiate di giunte il secondogenito. Eppure non riesce a metterne assieme una che non sia anche una specie di banda del malaffare. E prima ci ha messo dentro un vecchio rintronato, poi un ragazzetto che si credeva un pesce con il cervello di un’ameba, e poi ci ha messo una lontana parente degenere di Maria Maddalena (almeno la Maddalena aveva una ragione seria per campare di espedienti e poi s’era pure invaghita del primogenito). Questa del secondogenito invece si è ormai capito bene amava solo mettere in mostra le sue grazie presso case patrizie di signorotti ricchi e potenti che sapevano come ringraziare. Insomma altro che secondogenito della FamigliaPerBene. Non gli riusciva di fare un passo senza che apparisse falso.
Alla fine esausto e attaccato da tutti, proprio come il fratello maggiore, ma senza la corona di spine e senza trascinare croci pesantissime sulla collinetta di San Siro si cui farsi crocifiggere con i chiodi di Cinecittà, il secondogenito prese la Sua decisione. Forse ispirato da cotanto Padre egli imperterrito dall’alto del suo paradiso artificiale costato uno sproposito tuonò per l’ultima volta la Sua Volontà e scelse i suoi nuovi apostoli.
Erano Tecnici dotati di carisma e di grande intelletto.
E che dire?
Vabbé, almeno molti lo erano e anche dotati di intelletto. Certo alcuni erano un po’ raccogliticci ma nel mucchio il secondogenito, era certo, nessuno se ne sarebbe accorto.
E così egli sarebbe arrivato a Natale e avrebbe festeggiato con il panettone e l’Astispumantebrut senza tanto clamore e togliendosi il cilicio di perle che teneva come sottopancia, avrebbe ringraziato il Padre per avergli indicato la strada. e avrebbe pregato per un certo Don Verzé suo amico che fu e che ora non c’è più. E per uno zio anziano e un po’ birbantello che si diceva fosse già stato un Unto E santificato proprio dal Padre in un momento di distrazione celestiale.
La Famiglia si sarebbe dunque riunita sotto l’albero dell’Ikea (in tempi di vacche magre si devono fare sacrifici veri) e avrebbero spento gioiosi le cadeline sperando nella pietà devota dei figli all’inizio del nuovo anno.
Quando i parenti sono peggio di una pestilenza
La TV ha mostrato un video, la stampa ha commentato la notizia. La vicenda è diventata di pubblico dominio.
Adesso si che il bambino è nei guai.
I fatti sono semplici da narrare. Un uomo e una donna, genitori di un bambino che oggi ha nove anni, si separano. Non sono noti i motivi della separazione (ma forse un’idea me la sono fatta). Cinque anni fa la madre, per motivi non ancora divulgati, perde la patria potestà sul figliolo. Essa è affidata interamente al padre e nel frattempo il bambino dovrebbe essere accudito da una casa famiglia.
Ma la madre non ne vuole sapere e non accetta tutte le ingiunzioni e le volontà del giudice.
Insomma fa quello che fanno tutti gli italiani a cui una legge o un ordine non garbano: la ignora o se ne frega.
Nel corso di questi cinque il padre va trovare due volte al mese il bimbo che vede crescere e non può frequentare. Triste faccenda. Ma non demorde e si rivolge al giudice ancora una volta.
Ancora una volta il giudice da ragione al padre e questa volta “impone” un’azione coercitiva e avverte la polizia di supportare il padre e di eseguire l’ordine in un “campo neutro”.
L’ordinanza del giudice è un atto fisico e tangibile che in concreto risponde alla normativa esistente. Se il giudice ha valutato i fatti e ha deciso ciò che ha deciso non si può continuare a contestare. O almeno non facendo finta che non esista la legge, l’ordinanza legittima e motivata. E non ha alcuna importanza che la motivazione sia accettabile, o accettata, o compresa. Ci sono i luoghi in cui si discute del merito e i luoghi in cui si discute delle forme.
Ciò che serve è un atto di adulta e coerente intelligenza. Prima si esegue l’ordine del giudice e poi si vede cos’altro fare e come farlo. (Paesi Civili dove siete?)
In conclusione la polizia e il padre vanno a prendere il bambino nel “campo neutro” scelto dal giudice: la scuola che il bimbo frequenta.
Il bambino segue il padre e sta per lasciare l’istituto quando ecco arrivare i parenti armati di feroce e ingiustificata determinazione oltre che di telefonini utilizzati come arma.
Questi parenti, ma la mamma dov’era?, si mettono di mezzo. Urla pianti disperati, invettive, minacce grida belluine e tutto l’armamentario di allucinata aggressività travestita da vittimismo.
Contro il padre? Anche. Ma soprattutto contro i poliziotti perché disumani. Diamine si tratta di un bambino!
Sappiamo tutti come funziona.
Il bambino è sacro, non si tocca, deve esprimersi, deve parlare, deve dire la sua, deve vivere la sua esistenza sempre e comunque. Ma vale solo in questi casi. Dentro le mura domestiche in realtà essi sono vessati in ogni modo, sottilmente con continui ricatti psicologici e fisicamente con minacce, sberle, punizioni, ceffoni e altre amenità di questo tipo proprio da quelli che in pubblico vogliono sbandierare tutto il loro (presunto) amore mettendo alla berlina il bambino e mandando filmini alla TV per cercare un facile consenso.
Che tristezza. Che miseria emotiva. Che inumana stupidità.
Le mie considerazioni sul fatto sono semplici da enunciare e mi verrebbe da aggiungere semplici da comprendere ma sono certo che molti faranno fatica a capire e fatica ad accettare.
Il problema non è la separazione dei genitori. Il problema non è il giudice, né la polizia, e neppure il legislatore che in ultima analisi agisce sempre sotto mandato culturale della comunità e dell’opinione pubblica producendo ciò che in un certo momento storico risulta essere apparentemente utile e opportuno. Tutto è buono finché funziona. Altrimenti è male e occorre modificarlo.
Il vero, grande, immenso problema sta nel processo educativo che il bambino subisce.
Il vero, grande, immenso problema sta nella stupidità cristallina con cui le famiglie italiane, mediamente per fortuna e senza voler generalizzare ad ogni costo, pretendono di educare i propri figli.
Non entro nella questione già difficoltosa dell’idea che esiste in Italia del concetto di “famiglia”. Dal mio punto di vista (relativo e minoritario sicuramente) è un concetto sconnesso e incoerente. Da abolire e rifondare se proprio lo si vuole tenere in vita. Ma per fare ciò occorrerebbe una rinascita o una rifondazione della umana e italica natura. Quindi soprassediamo.
Ma posso entrare nel concetto di educazione.
I figli non sono persone fino a quando non se ne vanno da casa. Sono cose. Sono ingombri, sono situazioni, sono cuccioli, sono “piezz ‘e core”, sono scarafoni bellissimi agli occhi della mamma e vanno “portati” per mano, impacchettati e infiocchettati, accuditi, se necessario picchiati per raddrizzarli in caso di devianze dalla sequenza prevista e imposta. Di essi si parla per mostrarli come gioielli e se non sono gioielli si deve trovare una valida giustificazione perché la famiglia deve avere salvo l’onore. Una famiglia non può tollerare una corruzione visibile attraverso l’azione di un giovane che in essa vive e di essa è proprietà.
Insomma quella mamma col figlio non ha mai parlato seriamente e probabilmente ha suggerito in ogni modo che il padre fosse da evitare perché un vero bastardo. Non è vero? Forse, ma credo assai plausibile. E perché lo credo?
per via della reazione dei parenti. Simili personaggi che hanno un simile atteggiamento non sono persone affidabili, non sono persone intelligenti, non sono persone che sappiano distinguere il giusto dall’ingiusto, né nel senso della giustizia né, ancor meno, nel senso dell’etica dei comportamenti.
Sono pronto a scommettere che essi hanno costruito un muro di inettitudine intorno alla madre, ne hanno plagiato le scelte, ne hanno destrutturato la capacità di discernimento e la madre ha fatto lo stesso con il figlio.
Come si fa a provare tutto ciò?
Non si può. Ma non serve provarlo. Basta viverlo.
Nonni, zii, fratelli, sorelle, cugini, stretti o lontani… parenti a qualsiasi titolo sono perniciosi. Non sono capaci di vivere con distacco la loro coesistenza accettando ognuno le scelte dell’altro. La parola magica è “accettando” .
La moglie “deve” dire la sua opinione (vincolante) sulle scelte del marito. Il marito fa la stessa cosa con la moglie. La madre con la figlia la zia con il nipote, il cugino con il cugino più piccolo e via rimescolando le opinioni, tutte vincolanti, per amore e per affetto per carità.
E dalla famiglia (ossessivamente iper protettrice) si diffonde il male a tutta la società: anche Schifani si è sentito in dovere di dire la cazzata quotidiana su un’affare per il quale sarebbe stato bene avesse taciuto del tutto. A proposito di Schifani farebbe meglio a tacere sempre e comunque ma questa è un’altra storia e come lui anche molti altri che si sono esibiti in difficili espressioni di intelligenza verbale senza però averne le capacità né culturali né biologiche per farlo.
In un’altro Paese civile opporsi ad un ordine eseguito dalla polizia per volontà di un giudice avrebbe comportato l’arresto immediato (per accertamenti magari) di zii, fratelli, nonni e altro parentado vario.
In Italia invece si fa un programmino televisivo che sarà l’ennesima sponda per politicanti e commentatori privi di questioni serie di cui occuparsi ma buoni a cercare molte ribalte su cui esibirsi.
Ma a proposito, la mamma dov’era? 
I sacrifici del Quirinale e la spending review
“Per evitare che la crisi degeneri siamo tutti chiamati a fare dei sacrifici…” (Giorgio Napolitano, 19 luglio 2012).
Così si pronunciò il presidente della repubblica all’indomani dell’imposizione di una politica di sacrifici. Le ricordano in molti quelle parole. In un momento di lucida follia mi presi allora la briga di andare a leggere i giornali (un po’ tutti quelli disponibili in quel logo dove stavo trascorrendo le ferie). E lessi l’articolo, a firma di tal Bechis, apparso su un giornalino sbarazzino e stupidotto. Lo lessi e ci rimasi male. Mi informai e mi resi conto che, come al solito, i fatti erano (e sono) ben diversi da come ci vogliono far credere.
giornalista urlatore fa rima con venduto editore Secondo il Bechis, poco informata penna del “Giornale”, il Quirinale costa al contribuente italiano più della Casa Bianca, più dell’Eliseo, più della casa presidenziale tedesca e via dicendo.
Ovviamente nulla di tutto ciò è vero. Costa quanto o anche meno di quelle illustri magioni.
poi mi sono anche irritato per il tono di quel genere di informazioni trasmesse in giro e regalate a un euro e venti a centinaia di italiani imbesuiti dalle chiacchiere da bar e da troppa Mediaset.
Ed essendo venuta fuori nuovamente la vicenda su chi e come deve essere esempio di virtù economica mi sono venute in mente anche altre considerazioni che ho trasmesso all’occorrenza e che qui voglio riportare.”…, i dati sui costi riportati dal “Giornale” sono in realtà ricavati da una fonte di informazione molto poco attendibile. Se ci si prendesse la briga di cercare le cifre reali si potrebbero trovare su internet e sono ben diverse da quelle riportate da un finto giornale come il “Giornale”. I 56 Ml dell’Eliseo, per esemplificare, sono solo i costi registrati in un anno per le spese correnti ai quali si devono aggiungere le spese di rappresentanza, i pranzi di gala, le spese per il personale ausiliario, le spese per il personale addetto alla sicurezza, le spese per i viaggi di servizio, le spese per le residenze stagionali, le spese per l’aggiornamento annuale dei sistemi di comunicazione super criptati e altre spesucce di vario tipo. (fonte: L’Eliseo – Bilanco 2010/2011 e già pubblicato da Le Monde a suo tempo.
” (…) Ma, senza voler insistere inutilmente, non sono le spese, dovute e opportune, del Capo dello Stato che creano il problema vero. Non è quello. All’Eliseo si spende molto di più solo per effetto della “grandeur” di borbonica memoria (recidiva). La casa reale dell’UK riesce da sola spendere quanto il PIL dell’Islanda. Non parliamo del Cremlino, della Casa Bianca, del Palazzo Imperiale di Tokyo ecc.
In realtà il vero problema sta nel fatto che l’esecutivo tecnico al governo attuale del Paese non ha fatto altro che ingentilire e rendere concreta una politica conservatrice dello Stato Liberista. Quella perseguita dal leghista d’accatto Castelli del governo Berlusconi. La differenza sta nel “manico” quello era un ragioniere senza cervello poco lungimirante che assecondava i desideri di un guitto troppo ricco e altrettanto inadeguato a fare il responsabile dell’esecutivo. Mentre Il Mario Monti è un fine dicitore che non sbaglia i congiuntivi, sa usare la logica argomentativa con criterio, conosce le lingue straniere, sa fare previsioni economiche di lungo termine, sa circondarsi di esperti di settore molto competenti e altrettanto furbi formatisi alla scuola del mercato liberista internazionale. Questi sono conservatori e “destrorsi”. Come quelli che li hanno preceduti che però avevano lo svantaggio politico di essere dei beceri arroganti, profittatori, ricattatori e ricattabili. Una bella differenza dal punto di vista dello stile e dell’intelletto.
Quando si ha la faccia tosta di sentirsi superiori
Ma con raffinatezza ed eleganza questi hanno fatto esattamente ciò che non si dovrebbe fare in una democrazia: hanno creato la somma ingiustizia. Hanno smantellato lo stato sociale, hanno tolto a chi già non aveva nulla da farsi togliere e non hanno toccato chi invece ha nascosto le ricchezze sotto il materasso dei paradisi fiscali. Chi nulla aveva si è trovato col culo a mollo e chi ha ancora tanto sta invece a guardare e ad aspettare. Sapendo che i poveracci finiranno con lo sbranarsi a vicenda per l’ultimo osso da rosicchiare e quando saranno troppo esausti e depressi per reagire in qualsiasi modo torneranno a farsi sentire in tutta la loro arroganza e la loro indecente visione del mondo.
Non si tratta di allargare i sacrifici al Capo dello Stato. Si tratta di creare una società giusta. Che è un’atra storia.”
a parlare sono davvero buoni tutti
Dell’Ignoranza e della Politica
Quello che conta è che nessuno capisca bene cosa stia accadendo.
L’importante è avere a disposizione un’informazione parziale, che sembri vera, che riporti a qualcosa di facilmente comprensibile e che non aggiunga nulla quanto già è noto a tutti. Benché in modo confuso e approssimativo.
Conoscere, capire e impossessarsi dell’essenza delle cose richiede sacrificio e fatica. Richiede anche che si spenda del tempo a ragionarci su. Richiede infine una mente allenata ad essere critica e analitica e solo così, solo in questo caso, la sintesi che se ne potrà ricavare avrà un valore e servirà a progredire. Un progresso del pensiero, dello spirito e anche della conoscenza in generale. In questo modo si diffonde la cultura e il sapere. In questo modo l’intero popolo di una nazione si evolve, e trova persino il tempo di divertirsi con facezie e spiritosaggini che, in tal caso, saranno trattate come tali e avranno la loro collocazione nell’esatto luogo che meritano, né un po’ in qua né un po’ in la.
Ma questo Paese è fatto soprattutto da persone ignoranti che amano perpetuare la loro ignoranza e diffonderla il più possibile così da non sentirsi esclusi, da non doversi giustificare, da poter avere sempre un alibi a disposizione per non dover mai ammettere di essere ignoranti.E come si fa?Semplice: si distribuisce il sei politico a tutti, anche a chi non meriterebbe nemmeno il due da deficiente. Si appiattisce ogni cosa. Si distribuiscono cattedre e uffici di potere a figli mentecatti, a ricattatori che hanno agio di ricattare, a collusi che possono continuare a fare affari sotto banco in sfregio ad ogni poveraccio di onest’uomo. L’elenco del malaffare comportamentale (oltre che illegale) è lunghissimo.
Ciò che più lascia perplessi è il valore delle pretese. Chiunque decide che ciò che gli è stato dato in uso per una ragione pragmatica gli debba essere dato per sempre, diventa suo, un diritto inalienabile, un’acquisizione priva di discutibilità, qualcosa che nemmeno il diritto divino potrebbe mettere in discussione … piuttosto cambio religione.
E c’è un mucchio di apostati in questo Paese.

A Di Pietro …
… Capo dell’IdV.
(Che poi, per i non informati sarebbe Italia dei Valori).
Sono stato affascinato dall’IdV, talora ancora subisco un certo fascino. Un’avventura davvero esaltante di un uomo che ha combattuto il sistema e che non ha voluto rifugiarsi nell’anonimato quando il sistema era prossimo a sconfiggerlo. Così ha cercato una soluzione alternativa. Ha lottato, un po’ da solo e un po’ servendosi dell’appoggio di amici fidati.
Ma è rimasto un individualista, un cane sciolto, come si usava dire un tempo, insomma una metafora su due gambe dell’indomito istinto di sopravvivenza di chi è abituato a lavorare sodo per ottenre risultati.
Tuttavia nel corso della sua splendida parabola prima giudiziaria e poi politica si è arrivati al punto in cui la curva piega inesorabilmente verso il valore di segno opposto. Una curva impietosa, con qualche valore che indica delirio e stanchezza d’ingegno.
Non so dire perché ma sono sicuro che una spiegazione razionale da qualche parte deve esserci.
Ma veniamo ai fatti.
Quando mi davo da fare per illustrare l’IdV pensiero ad alcuni amici, cercando di dissociarlo dalle direttive del suo fondatore, ritenevo che proprio il suo fondatore, prima o poi, avrebbe smesso i panni del “conductor” e avrebbe accolto il sotterraneo grido di dolore di molti che hanno passato un po’ di tempo a calcolare in quanto tempo si sarebbe sciolto un partito così personalistico come quello. Occorreva avere un briciolo di coraggio e farsi da parte, lasciare il terreno libero ad altri ben più scaltri personaggi. Ce n’erano, prima, nell’IdV.
Adesso ce ne sono meno.
Alcuni se ne sono andati per seguire vie ben più fallimentari e fascistoidi. Non importa in fondo che uno Scilipoti venda i suoi aforismi demenziali a caro prezzo. Se qualcuno li compra vuol dire che se li merita.
Altri se ne sono andati perché hanno intuito, acutamente, che qualcosa stava andando nel verso sbagliato. Qualcosa di terribilmente imprevedibile che stava crescendo sotto la cenere dell’opposizione dipietrista.
Quando bisognava ostacolare la demenziale e sporca politica berlusconiana Di Pietro si mostrava in prima linea. Ma ora, che Berlusconi è ridotto ad un fantasma di sé stesso e fa paura solo a quanti hanno preteso di detestarlo ma senza essere capaci di ignorarlo o di combatterlo nelle urne del voto, con chi prendersela? Ecco il vero dramma di DiPietro. Ecco la sua nemesi autentica.
A Di Pietro, stando alle sue ultime dichiarazioni, o a quanto ne riporta la stampa e altri media, interessa solo non finire in ombra, interessa solo affermare una posizione personale, anche se suicida, una posizione che non tiene conto in alcun modo degli interessi del Paese e soprattutto una posizione che obbliga le persone non la dialogo ma allo scontro frontale.
Ma che senso ha? A chi giova un simile atteggiamento? Chi ci guadagna? ![]()
Perché, con tanti problemi veri che attanagliano il Paese Di Pietro continua a bersagliare il Presidente della Repubblica? Perché Di Pietro non accetta che Berlusconi avrebbe effettivamente affossato l’Italia in maniera definitiva e senza alcun timore se non fosse stato per Napolitano?
Perché un uomo dalla moralità specchiata, è ciò che appare a tutt’oggi, come Di Pietro, continua a dire sciocchezze accumulandole come paglia in un fienile? Cosa vorrebbe ottenere a parte il fatto di diffondere un fanatismo populista e damagogico fuori dalle righe?
Davvero Di Pietro crede che la gente sia così informata da saper comprendere la differenza tra una critica più o meno legittima e una posizione accusatoria del tutto infondata?
E’ una manovra preelettorale? E’ una schermaglia preagostana per accrescere il valore aggiunto di un partito-padrone con abiti da contrapposizione permanente e purché sia?
Va a capire!
Gentilissimo Di Pietro.
Mi ricordo di te personalmente. Sei stato ad un comizio in un paesino della Brianza all’epoca della campagna elettorale per la nuova provincia di Monza e Brianza.
Ricorderai, credo, tutte le persone che ti ascoltavano e ti aspettavano per stringerti la mano. Ero seduto in prima fila, ti prestai la mia penna per firmare autografi. E attesi che me la restituissi standoti abbastanza vicino perché il tuo sguardo potesse ogni tanto incrociare il mio. Non osavo chiedertela, la penna, speravo che fossi tu a ricordarti di restituirla. Ma il tuo sguardo mi saltava, non si fermava mai abbastanza per incrociare il mio. La fama e la vertigine della tua presenza creava un vuoto pneumatico tra te e me.
Quando ti ho visto infilare il corridoio dell’uscita circondato da un mucchio di tifosi, stavo già per rinunciare alla penna. una trentina di euro per la causa potevano anche starci, e poi prima o poi ti saresti ricordato di un semisconosciuto che te l’aveva prestata. Chissà.
Poi ti ho visto fermarti e voltarti indietro. Solo allora hai casualmente incrociato il mio sguardo fisso su di te anche se ormai distante. Solo allora hai lasciato cadere il tuo sguardo sulla mia penna e hai associato ad essa il mio viso. Solo allora ho deciso di avvicinarmi e ho sentito che avevi capito quando hai tenuto lo sgurado abbassato. Mi hai restituito la penna e ti sei voltato per andar via.
Nemmeno una parola, un grazie, o qualcos’altro. Sarebbe stato di troppo.
Mi ero candidato nel tuo partito per il consiglio della Provincia di Monza e Brianza. Ho raccolto più di ottocento voti andando di porta in porta. Non sono bastati a me. Ma sono stati davvero utili a te.
Ci ho rimesso qualche soldo, ci ho rimesso la carriera, ci ho rimesso anche un po’ la faccia.
Ma soprattutto ci ho rimesso un po’ dell’autostima che avevo faticosamente accumulato negli ultimi quindici anni. E sai perchè? Te lo spiego in due parole: alcuni tra quelli che avevano fatto di me un candidato dignitosamente presentabile in realtà sapevano che sarei stato solo un “portatore d’acqua” e non avevano avuto la faccia di dirlo chiaramente. Alla fine si è capito benissimo. Ma era troppo tardi. Almeno per me. Per un momento ci ho creduto. Poi ho lasciato.
E mi sono anche un po’ vergognato di aver abbandonato la mia lunghissima, imparziale indipendenza mentale e intellettuale.
Naturalmente ho lasciato un finto partito molti sedicenti amici e, insieme, anche un mucchio di personalissime macerie. 
Adesso mi chiedo: se quella piccolissima avventura fosse andata buon fine, magari per un caso del tutto fortuito e irripetibile, cosa sarei stato costretto a pensare oggi degli strali che lanci di continuo contro l’unica persona che abbia avuto la forza e il coraggio di cacciare un omuncolo di potere come Berlusconi?
Mi sarei dovuto schierare contro il padre padrone di un partito che fa dei valori (sic!) la propria ideologia?
E sto parlando, se non sbaglio degli stessi valori che mi spinsero a candidarmi a suo tempo: giustizia, onestà intellettuale, senzo del dovere e lungimiranza culturale.
Perché, a quali altri valori credevi stessi pensando?
Con cauta stima
La competizione
Mi chiedo se le persone siano competitive per effetto dell’atavica lotta per la sopravvivenza e di cui resta una traccia animalesca travestita da “sano agonismo”.
Oppure se c’è dell’altro.
Ci sono persone che proprio non riescono ad essere competitive ma semplicemente sono ciò che sono e se “vincono” qualcosa, una medaglia, un premio, una celebrazione, un ringraziamento, accade solo perché le circostanze si sono dimostrate favorevoli. Già perché nulla indica che “le circostanze” (a volte chiamate “fortuna”) possano essere favorevoli.
Tuttavia si può fare una considerazione ulteriore. 
La competizione non è solo un genere di attività animalesca e non serve per marcare il territorio, per esercitare una sorta di potere o una ricerca di spazi di sopravvivenza. E’ anche uno stimolo a migliorarsi.
Si può essere in competizione con sé stessi e non si esercita alcun potere nei confronti di altri, anzi si puàò essere incompetizione con sé stessi anche isolati dal mondo per la sola necessità di andare alla ricerca dei propri limiti.
I propri limiti, quelli più difficili da riconoscere e da affrontare. 
Della paura
In fondo ti conosci, 
Sai chi sei e come sei. Sono passati anni da quando ti sei accorto di essere in mezzo agli altri, non solo, non unico e isolato, ma immerso in un impasto di persone e di forme, sei nel bel mezzo della minestra dell’umanità. E tutto intorno ribolle, si agita si muove in continuazione e senza alcuna soluzione di continuità.
Credevi di vivere una vita nella pienezza delle tue scelte. Credevi di essere capace di essere senza altri che ti fossero intorno ad osservarti. E invece ti accorgi che tutti ti guardano, che tutti ti pesano, che tutti ti valutano, esprimono giudizi vogliono sapere di te ogni cosa e ogni cosa che tu fai è minuziosamente presa in esame.
Sei un microbo la cui vita è sotto la lente di un microscopio. Nasci, vivi, ti sdoppi, riproduci oogni cellula e ogni pensiero e tutti sanno già cosa stai facendo. E non ti riesce di evitarli, non sei capaci di ignorarli. Non hai alcuna padronanza del tuo destino senza che altri lo conosca già in anticipo.
Allora scopri anche che la paura è una specie di aiuto. Prima ne provi un assaggio, poi ti immergi in essa e credi che non ne uscirai mai più. E più lo credi e meno te ne liberi. Sei solo con al tua paura. e la paura ha il dono di moltiplicarsi, essa diventa due e poi quattro e poi otto e poi…
Finisce con il conoscere la paura meglio di te stesso e ne accetti gli epifenomeni. Ti senti addirittura confortato da essa. Ne riconosci i contorni prima che si manifestino completamente. La tua vera amica è la paura.
E gli altri sono troppo estranei per essere compresi. Invece la paura è tutto ed è anche comprensibile al punto che ne senti il bisogno fisico.
Ricordi che eri piccolo, molto piccolo e tuo padre ebbe uno scatto feroce. ora credi con fermezza che non fossi tu l’oggetto della sua ira. Ma nulla, proprio nulla, allora, ti portava a credere il contrario. Ne avesti paura. Una paura folle e inspiegabile, un terrore doloroso e pietrificante. Fuggisti in un limbo di cui non conoscevi i contorni e rimanesti muto per due giorni interi. Non osavi nemmeno piangere.
Tuo padre non aveva mai, prima di allora, alzato la voce, e neppure aveva avuto scatti d’ira né con te né con altri. Avevi visto, per la prima volta una persona nuova dietro un viso conosciuto. Comprendesti che dietro ogni viso può esserci qualcosa che non sai, qualcosa che non ti aspetti. Qualcosa di inaccettabile, di incomprensibile. Adesso che sei quasi adulto puoi anche capire che talvolta le persone perdono la loro razionalità e diventano preda di demoni interiori. Ma allora eri troppo piccolo per capirlo e non hai mai voluto capire perché ciò sia accaduto. Ciò che hai compreso invece è la possibilità di essere un bersaglio, di essere vulnerabile, di essere troppo visibile e indifeso.
E devi evitare ogni possibile situazione che ti renda così vulnerabile. La paralisi che allora ti colse neppure ora sapresti come affrontarla. preferisci tenerti lontano, evitare gli altri, il confronto. Non rivendichi i tuoi spazi, non accetti le sfide, non sai se potrai affrontarle, nonsai se ne uscirai trionfante o sconfitto e credi sia meglio evitare. Stare alla larga dalle sfide. Gli altri sono una sfida. la parola da conoscere è “isolamento”. Gli amici sono finti, inaffidabili, non sai mai se ti raccontano la verità. I nemici sono qualcosa di più comprensibile, essi non nascondono la loro disistima, la loro indifferenza e inimicizia. Tutto è chiaro con loro e quindi, paradossalmente, li temo molto meno. Li tengo lontani e non me ne curo. 
Gli amici invece possono essere tutto e il contrario di tutto. Come saperlo prima?
Sono solo, tristemente solo, terribilmente solo in compagnia di me stesso e non mi piace, non lo sopporto, non mi sopporto. Vorrei poter parlare con altri ma di cosa? E perché dovrei farlo? Lo voglio ma non so perché. Lo voglio ma non capisco come si fa. Mi sento inadeguato, fuori luogo, del tutto superfluo.
Ho paura.
Voglio parlare della convivenza
Voglio parlare di convivenza o ancor meglio di scegliere la convivenza per puro calcolo.
Intendo dire la convivenza tra due persone. Ma senza perdere troppo nella formula dello stile e ella cifra della saggezza si potrebbe estendere il concetto anche alla convivenza tra più persone.
So bene che esistono tonnellate di libri e articoli e studi comparati e chissà cos’altro ancora. Ho letto, talora anche studiato, molto sull’argomento. Ho anche studiato e vissuto personalmente esperienze di vita che mi hanno confermato un dato elementare e, al tempo stesso, inevitabilmente assai trascurato.
Intendo dire che il vivere assieme è sempre e solo una scelta. Mai una necessità. Talora è una scelta inconsapevole. Ma non è convincente chi sostiene che si tratti di una necessità, se lo è è perché si è fatta una scelta precedente che crea la necessità. E chi poi dice che non si possano fare scelte inconsapevoli è una persona priva di conoscenze o priva di fantasia. O priva di entrambe le cose.
Dunque per riepilogare brevemente: scelgo di vivere con una persona. Donna o uomo eterosessuale, uomo o donna se omosessuale, oppure mi piace mescolare le carte, per puro spirito d’avventura, oppure sono in cerca di compagnia protettiva o altre possibili combinazioni, non importa, e la condizione per le donne è solo speculare e non ci sono connotazioni di genere che denotino situazioni assolutamente indecifrabili o unilateralmente codificabili.
La specie si è evoluta fino a raggiungere la condizione di disinteresse per la procreazione finalizzata alla conservazione della specie. A meno che per conservazione della specie non si voglia intendere la conservazione della propria personalissima discendenza. L’istinto atavico (così è definito ma non è ben chiaro cosa effettivamente sia) porterebbe a procreare per la conservazione della specie indipendentemente dalla patronimica genealogia. La specie va tutelata perché l’intera formula si conservi il più a lungo possibile nel tempo e perduri divampando nello spazio fisico.
Ma nonè il caso questo del genere umano. La cui sopravvivenza, attualmente, sembra essere minacciata proprio a causa della sua immensa e inarrivabile prolificità. Inoltre si tratta di prolificità distruttiva, come se fossero cavallette in cerca di cibo gli esseri umani dilagano e distruggono ogni cosa al loro passaggio, indisturbati. Meglio, si fronteggiano gli uni con gli altri per essere quanto più possessivi sia possibile e provano ogni genere di soluzione pur di distruggere i loro simili. Cavallette che si mangiano tra loro per poter mangiare indisturbate ogni riserva di cibo esistente. e quindi estinguersi per autoconsunzione.
Ma divago alquanto.
Torno alla scelta. La mia scelta.
Il fatto di effettuare una scelta in qualche modo mi definisce come soggetto senziente. Ma il fatto di ritenere a priori di aver fatto una scelta libera mi rende un soggetto incapace di intendere e di volere. Scegliere di dividere la propria esistenza con qualcun altro (non importa chi) è una non-scelta. Oppure una forma di follia.
“Dividere” è già un termine assai impegnativo per qualsiasi cosa si voglia dividere. Figurarsi la propria esistenza. Come dire che “scelgo di rinunciare a una buona metà della mia esistenza terrena per offrirla a qualcuno che non mi garantisce assolutamente nulla circa i vantaggi che potrebbero esserci per la mia vita.
Soprattutto significa fare una puntata al buio senza sapere nemmeno a che gioco si stia giocando.
Non posso sapere cosa accadrà prima che accada. Metto il mio futuro nelle mani di qualcun altro, e non solo per una metà ma proprio interamente giacché le mie scelte successive saranno sempre e comunque condizionate dalla presenza di qualcuno a cui ho consegnato una parte della mia vita.
C’è chi parla di amore. 
Siamo alle allucinazioni e alla psicosi. Oppure siamo fessi. L’amore, ammesso che significhi effettivamente qualcosa a cui sia possibile dare un senso, che sia consentito cercare una definizione che si possa usare, l’amore, dicevo, è solo una costruzione mentale per giustificare ogni errore e ogni forma di potere o di sottomissione.
Dietro ogni forma di altruismo c ‘è sempre una forma di egotismo, di compulsione irreale alla autogratificazione inattesa che qualcun altro provveda a gratificare il gesto, il pensiero, l’azione, l’atto che in molti (troppi) si affrettano a definire come amorevole
Amore e odio sono stati da sempre al centro di una idolatria forsennata da parte di filosofi, donne e uomini di potere, letterati imbelli o semplicemente incapaci di capire ciò che si agitava dentro il loro animo. Inutile dire che irretiti da visioni estremamente romantiche e pietistiche o semplicemente incapaci di liberarsi dalla più insinuante e perniciosa religiosità inculcata, nel parossismo forsennato dell’idolatria dell’amore sono finiti anche raffinati cervelli, portentosi talenti e sublimi geniacci della conoscenza, della scienza, della filosofia e via cultureggiando attraverso secoli di evoluzione e di storia.
L’unica definizione ragionevole di amore che mi viene in mente riguarda la mia capacità di “ascoltare” fino in fondo qualcuno, mettermi al suo posto e pensare come lui (o lei) nella circostanza data. Questo e non altro è un vero sacrificio personale. Non posso fare altro per definire la parola amore. Nemmeno è concepibile parlare di amore eterno ché di eterno c’è solo la non esistenza.
La vita mia è solo mia e non posso dividerla con nessun altro. A meno che non sia disposto a viverne solo metà e, quindi, cederne ad altri ciò che resta.
Ecco che in molti si fanno abbindolare dalla “cultura dell’amore per il prossimo” che è solo funzionale ad un esercizio di potere, di qualsiasi potere si tratti.
Quando divido la mia esistenza con qualcuno gli permetto di interferire nelle mie scelte, gli permetto di farmi domande a cui non posso o non voglio rispondere. Gli garantisco un qualche tipo di controllo sulle mie attività, gli apro porte che avrei voluto tenere chiuse anche a me stesso. Devo avere una visione veramente allucinata dell’esistenza per fare una cosa del genere. Il desiderio mi spinge a cercare una donna. Istinto di sopravvivenza, soddisfacimento di un bisogno, appagamento di una necessità, biologica, psicologica o esistenziale. Perché aggiungere altro? Per amore? Andiamo, siamo seri. L’amore con la sessualità non c’entra. E nemmeno con la fisiologia dell’esistenza e ancor meno con la condizione dettata dalla sopravvivenza della specie. Come già detto al momento “la specie” corre rischi di estinzione solo per auto eliminazione e non certo per carenza di procreazione.
Ma allora cos’è che ci spinge davvero a dividere la nostra esistenza con qualcun altro, perché abbiamo bisogno di avere qualcuno intorno almeno fino a quando non diventi tanto fastidiosamente ingombrante da coincidere con il profondo bisogno di non avere nessno più intorno?
La paura.
Abbiamo paura di restare soli, di non poter parlare con qualcuno, di non poter condividere un’esperienza che riteniamo inutile se vissuta da soli. Abbiamo paura di essere anonimi, abbiamo paura di essere vivi e dimenticati allo stesso tempo. Abbiamo paura di essere, ai nostri stessi occhi, un’insignificante parentesi biologica nello scorrere del tempo.
Fino a quando la nostra paura sarà dominante cercheremo qualcuno su cui riversare ogni nostra velleità vitale.
Quarto Stato
Grande rammarico, certo, per la morte del giovane Giuliani. Grande irritazione e anche tanto rancore per il comportamento della polizia, dei suoi vertici e di tutto l’apparato che ha gestito il G8 di Genova.
E quando si è fatta una scelta non si può più ritrattare. Si può solo fare un’altra scelta.
occorre sempre saper fermarsi in tempo. I propri limiti sono quasi sempre invalicabili.
Che dire? non sembra che qualcuno sia in grado o abbia la possibilità di chiamarsi fuori. Sembra che non ci siano spazi per dichiararsi al di sopra di ogni sospetto. Non se ne esce. Evidentemente.
