Scritto da GUNNAR il 17 Gennaio 2009
Verso lidi incontaminati e puri
vorrei andarI miei desideri resi saturida quei luoghi di verde macchiati dovrei lasciarGC 
Ho finito i miei venticinque giorni di ferie.
Sono di nuovo al lavoro e per tutto il mese di agosto, come in tutti gli ultimi quindici anni mi è accaduto, lavorerò in un deserto più o meno popolato da sudaticci commenti sul come eravamo e come diventeremo (governo ladro).Ora si da il caso che i miei giorni di vacanza li abbia trascorsi tra la Francia e la Spagna. Ovviamente non ve li racconto. Per quello ci sono amici pazienti che in cambio di una cena si sorbiranno il filmino e i commenti.Ma voglio dirvi alcune città che ho (ri)visitato. Nizza, Tolone, Marsiglia, Avignone, Nimes, Montpellier, Beaucaire, Tarascone, Carcassonne, Perpignan, Girona, Leida, Barcellona, Valencia.
Passando per alcuni centri minori e ficcanasando in luoghi piacevolmente tranquilli tra borghi e territori “percettibilmente” sani e accoglienti.
Una vacanza da tempo progettata e finalmente realizzata. Quello che però conta non è la vacanza in sé ma ciò che ho rilevato, inevitabilmente, e che ho registrato mentalmente riproponendo l’eterno confronto con l’Italia.
Non ci sono dubbi che di luoghi belli l’Italia ne sia piena.Neppure v’è dubbio che le metropoli italiane siano ricche di storia e di grandi prospettive.
Ma non appena si varca il confine di stato sembra davvero di entrare in un altro mondo. E non solo dal punto di vista turistico. Intendo dire proprio dal punto di vista del vivere quotidiano.Servizi rapidi e funzionanti.Ascolto inesorabilmente attento da parte di chiunque, cortesia, affidabilità delle informazioni, puntualità dei mezzi di trasporto, certezza delle tariffe e dei costi. Pulizia e ordine privi di maniacalità e appariscenza ma sensibilmente efficaci.
Una ammirevole e pacata forma di partecipazione collettiva tutta spinta alla ricerca dì una sorta di comune benessere.
Una filosofia semplice: Se il mio vicino sta bene ed è in pace con me anch’io starò bene e sarò in pace con lui.
Semplice ed efficace.
Immagino che anche in Europa ci siano rancori, egoismi, avvocati e cause civili. Ma la sensazione generale è che ciò sia più un accidente che non una regola. Non si vive per attaccare e difendersi ma ci si difende se è necessario e si cerca di vivere il meglio possibile.In nessun luogo ho visto l’esercito a presidiare luoghi e territori. Per la verità non ho visto nemmeno la polizia, la guardia nazionale, la gendarmeria, o vigili urbani. Meglio essi c’erano ma con una presenza assolutamente discreta e del tutto accessoria. Salvo, quando necessario, essere tempestivi, presenti fermamente decisi a chiudere ogni problema velocemente ma con estrema cortesia, e incredibilmente efficienti nel rispetto da tutti.
Superato Mentone le autostrade (prive di buche, toppe, aggiusti e cantieri improbabili) prevedono aree di sosta con bagni, luce, panchine. Per camionisti e per turisti e per viaggiatori. Sono tutti tutelati nella loro necessità intrinseca a viaggiare con la migliore offerta possibile di assistenza quantunque indiretta. La segnaletica è chiara e avverte su cosa fare se serve. Non ho mai visto un cartello luminoso sprecato con informazioni stupidamente inutili e superflue.
I viaggiatori sembrano tutti presi da una sorta di pace interiore quasi mistica. Non superano i limiti di velocità, tengono la destra, avvertono delle proprie intenzioni, chiedono scusa quando devono fare manovre che possano in qualche modo turbare la tranquillità del viaggio altrui. E, udite udite, non accade solo in autostrada, accade anche nelle città, nei paesi, nelle strade secondarie… Ovunque.
Le persone addette a dare informazioni negli uffici pubblici, sorridono, magari lo fanno per contratto, ma lo fanno. E hanno anche il cartellino sul risvolto sul quale si legge il loro nome e cognome.
Quando ho chiesto informazioni, ho ricevuto risposte chiare, facilmente verificate e puntualmente precise. Persino in caso di assistenza medica. Il dottore, medico condotto di un paesino in Spagna, recuperato al telefono della sua abitazione dal farmacista, mi ha invitato ad andare da lui per fare la medicazione di cui avevo bisogno. Non mi ha chiesto alcuna parcella, solo il costo del medicinale. Se si tiene conto che si trattava di una domenica mattina, che il medico era fuori servizio e che l’ambulatorio sarebbe rimasto chiuso per turno fino alla sera alle otto… Una gentilezza fatta al turista?Forse.
Ho avuto la sensazione però che quel medico facesse il suo lavoro con un tipo di dedizione assolutamente improponibile in una qualsiasi struttura italiana di una qualsiasi città italiana.
Inutile aggiungere lodi ai ristoratori, ai tassisti, agli agenti del traffico, ai baristi, ai commercianti, agli addetti degli uffici postali, al sindaco di Tossa de Mar, e a tutte le persone che la mia famiglia ed io abbiamo avuto modo di incontrare nel nostro veloce peregrinare turistico.
Tornare in Italia è stato vissuto male.Non si trattava di soffrire la fine delle vacanze. Si è trattato di riabituarsi alla paura, all’incertezza, al disagio, all’inquietudine.
I giornali all’estero, tutti indistintamente dedicavano alla cronaca nera lo spazio necessario, poche righe, informazioni secche e semplici, di solito nelle pagine interne. L’informazione segue quasi sempre uno standard abbastanza consolidato. Grandi avvenimenti internazionali, grandi avvenimenti nazionali, grandi eventi culturali, grandi temi di economia. Quindi notizie interne di politica, di economia e di cultura. Solo in fondo si lascia spazio alle chiacchiere, ai pettegolezzi, ai commenti sulle faccende interne e alle facezie di personaggi in cerca di popolarità.
In Italia accade ben altro: Grandiosi titoli per i pettegolezzi. Stupefacenti divulgazioni di notizie inverificabili. Enormi spazi alla cronaca nera anche quando non c’è nulla da scrivere. Straordinario fermento di informazioni su sbarchi di poveracci senza storia e senza futuro. E l’eterno tormentone politico di una classe dirigente inetta e ignorante.
Mia figlia un giorno, a Barcellona, guardandomi con occhi luminosi mi ha chiesto: “pa’, ma dove sono i mendicanti?“Non ci avevo fatto caso fino a quel momento. Ma di fatto, tutti i chilometri percorsi lungo le Ramblas e dentro il Barrìo non un solo mendicante, non uno “zingaro”, non un bambino sporco a chiedere elemosine.



Forse quel giorno e il giorno prima i mendicanti erano in ferie anche loro.
Ho risposto che la Spagna aveva fatto in fretta ad imparare che se ai poveracci dai una possibilità - anche piccola - di sentirsi persone civili e persone accettate, sicuramente non viene loro in mente di mendicare.E mia figlia, che in fondo ha solo dodici anni ha capito, “vuoi dire che in Italia non hanno possibilità di essere accettati?“, “nessuno ci ha ancora pensato” le ho risposto ma lei ha capito che c’era dell’altro.
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Una nota finale è opportuna.
Quasi dovunque ho trovato menù, informazioni e indicazioni turistiche scritte in inglese, francese, olandese, spagnolo. Anche in greco.In un solo ristorante (italo spagnolo) ho trovato il menù tradotto anche in italiano.Evidentemente l’indice di popolarità degli italiani in Europa è piuttosto basso e nessuno si cura di elevarlo.
Per un momento mi sono sentito come un extracomunitario sbarcato a Lampedusa.
Gunnar - Agosto 2008
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Scritto da GUNNAR il 6 Gennaio 2009

Non ho mai avuto il minimo dubbio, semmai scarse capacità espressive in tal senso, che la democrazia fosse qualcosa di molto simile a quanto sostiene Norberto Bobbio.
Neppure ho mai creduto che il disordine e l’antagonismo, il confronto e la diversità fossero cose da combattere ed eliminare tout court.
Leggo Bobbio: << …Una delle caratteristiche della società democratica è di essere in continua evoluzione, in continua trasformazione: “…” rendersi conto che le proclamate e paventate crisi sono, in realtà, fasi di transizione e di trasformazione. La democrazia ideale, il governo del popolo e per il popolo non è mai esistita. Ciò che caratterizza una società democratica è la pluralità dei gruppi economici, corporativi, politici, in continua concorrenza fra loro, ma non selvaggia, perché regolata da norme che prevedono procedure stabilite e unanimemente accettate per risolvere i conflitti senza ricorrere all’uso della forza… La maggior parte di questi conflitti vengono risolti attraverso patteggiamenti fra le parti e accordi fondati su compromessi continuamente rinnovabili…>>
Ci si intenda sui termini della questione.
Il criterio generale è quello che vede i rapporti di forza regolati da norme coerentemente, coscientemente e unanimemente accettate. Ciò che sta fuori da esse è per definizione antidemocratico.
L’idea generale è la seguente: esistono delle regole a cui tutti - indistintamente - devono sottostare per il semplice fatto d’averle definite prima e accettate poi per effetto del consenso, del voto, della partecipazione solidale alla vita associata.
Semmai il dilemma sorge allorché, per qualche accindente, non ci si mette d’accordo sulle regole, oppure - ed è peggio - non ci si vuole accordare su esse.
Tuttavia, anche quando non tutti le volessero accettare occorrerà valutare sempre il beneficio complessivo che se ne ricaverebbe per tutta la società nel suo insieme.Il paradosso che s’impone alla riflessione è che all’interno di una società complessa e multiforme non è possibile armonizzare in modo coerente i desideri e le attese di tutti e ciò proprio perché si è in una democrazia. Come si intuisce il paradosso consiste proprio nel fatto che la democrazia, che nasce per creare il maggior equilibrio possibile all’interno di una società ne determina, al momento della sua realizzazione, anche non prefetta, il massimo potenziale di squilibrio.
Qualcuno resta fuori perché lo desidera o perché gli viene imposto, per effetto delle stesse regole, da qualcun altro o dalle circostanze.
A parte che si potrebbe a lungo discutere su “chi impone cosa” e su “come siano definibili e in che quantità le circostanze” entrando in campi d’indagine tutt’altro che semplici, resta il fatto incontrovertibile che è sempre necessario misurare la quantità degli scontenti a fronte di quanti sono contenti del modo in cui si trovano all’interno della comunità. Non solo. E’ anche necessario stabilire quanto gli scontenti siano emarginati e isolati dal resto del gruppo.
Ritengo inoltre che il numero implichi anche la possibilità di trovare o meno una soluzione. In altri termini la “minoranza” tanto più è minoranza tanto più può essere tutelata. Tanto meno è minoranza tanto più essa si tutela da sola e crea condizioni di conflitto.
In una democrazia sana la “minoranza ha diritto di cittadinanza al apri della maggioranza ma deve, anche e in qualche modo, subire l’imposizione della legge della maggioranza. Il suo livello di adeguamento è inversamente proporzionale al suo “livello” di di minorità.
Se la minoranza rappresenta una percentuale molto bassa essa ha margini di richieste per la propria tutela molto alti. E la maggioranza in essa, e nelle sue richieste, non ravvisa un pericolo né un aminaccia all’insieme strutturale della comunità. Le leggi sono salvaguardate e il vivere associato è compatibile con alcune eccezioni non distruttive.
Viceversa quando la minoranza è percentualmente prossima alla maggioranza il conflitto non solo è inevitabile ma fondamentalmente insanabile. Una società democratica spaccata a metà è una società malata che vive inuna democrazia pressoché prossima al collasso o, peggio, all’involuzione autoritaristica.
Tutte le persone che hanno liberamente scelto di attenersi alle regole sociali (siano esse etiche, giuridiche, economiche, ecc.) dovrebbero essere coscienti che per le stesse regole è loro preciso dovere tenere conto di quelli che stanno ai margini dell’equilibrio sociale, di quanti non hanno saputo o voluto accettare quelle regole.E’ loro il compito di fare in modo di essere convincenti sul piano dialettico e culturale preso nella sua totalità. Essi devono dimostrare, con le parole e con i fatti che il loro essere preminenti e la loro capacità di stabilire le regole sia la condizione migliore possibile nelle circostanze e in quel preciso momento storico. Analogamente, e specularmente, coloro che non sono in grado di accettare, o di comprendere, quelle regole o semplicemente non vogliano farlo, dovrebbero essere capaci di trovare i mezzi culturali, sociali, politici, economici, per agire e ciò allo scopo di convincere la controparte delle loro ragioni. Il gioco delle parti applicato alla dialettica sociale è l’unico mezzo che la democrazia è in grado di tollerare per poter sopravvivere a sé stessa. Stabilita la norma, accettata e consolidata, essa produce effetti che hanno una durata proporzionale alla loro efficacia implicita e tanto più le persone sono soddisfatte nelle loro attese tanto più quella norma è rassicurante ed è convincente. Ma la norma vale per il tempo durante il quale produce effetti positivi sul complesso del corpo sociale, sulla sua evoluzione e sulla sua cultura.
Ciò significa che la norma dovrà contenere anche la chiave per essere modificata, cambiata, ovvero sostituita quando i suoi effetti dovessero dimostrarsi non più utili.
In tal modo l’intero sistema si autoregola, impara da sé stesso e dai suoi stessi errori.Il meccanismo sembra elementare e di sicura efficacia.
Ma la storia finora ha mostrato come il progetto sia sempre più semplice della sua realizzazione. Non c’è progetto bello sulla carta e nelle intenzioni originarie che non si sia dimostrato incerto e, talora, persino rischioso nella prassi. Il che ci rimanda al problema delle regole. Le regole non sono solo leggi formali, contenitori di parametri comportamentali. Le regole sono i comportamenti stessi dei singoli che nel loro insieme definiscono la rete fitta e complessa dei valori etici, delle attese individuali e collettive, delle azioni, dei bisogni, delle volontà della società intera e delle interazioni tra le sue singole unità componenti.
Il corpo sociale non si muove come un organismo integro fatto di parti distinte ma si muove come un insieme di parti ognuna delle quali ha una vaga e indistinta idea dell’insieme fatto per cui matura le proprie scelte soprattutto per soddisfare il proprio bisogno immediato. Il suo livello di coscienza sociale fa in modo che il suo bisogno sia più o meno coincidente con il bisogno collettivo. Il suo livello di partecipazione lo rende più o meno coerente con il corpo sociale in cui vive, partecipe del proprio tempo e rivolto ad un progetto futuro da costruire “insieme a”.
L’assenza di tali condizioni uccide sul nascere qualsiasi riferimento sociale. Tanto più è sfilacciata la partecipazione dei singoli all’insieme del corpo sociale tanto più la democrazia è un sacco vuoto di significato.
Se si vuole proprio valutare l’insieme delle condizioni dell’uomo moderno, secondo il modello occidentale nonsi può fare a meno di sostenere che il liberismo democratico e il liberalismo economico rappresentano il peggiore sintomo possibile di antidemocraticità.
Qualora le regole si dimostrassero semplicemente delle scritture formali a cui attenersi, dei precetti rimandanti a puri atti comportamentali si sarebbe in presenza di strutture morali. Il cui decadimento darebbe vita a varie forme di moralismo più o meno giustificabile e più o meno interessato e corporativo.
Solo nel caso in cui si trattasse di atti coscienti di comportamento allora si avrebbe un vero comportamento etico. L’individuo assume su di sé il valore delle proprie azioni e della propria storia quando è capace di vedere il senso etico delle proprie scelte. E in questo caso egli va ben oltre il semplice precetto perché individua un atto assoluto che coinvolge l’intero suo esistere come individuo inserito in un contesto di individui, tutti diversi e tutti a lui pari in dignità.
Il primo principio che certo potrebbe essere accettato è quello del confronto. Il confronto può portare a qualsiasi soluzione: democratica o non democratica. Ma è un rischio da correre se non si vuole rinnegare il principio fondamentale della democrazia e della sua realizzazione pratica.
Nel caso si verificasse lo sbocco verso una forma non-democratica o antidemocratica si sarebbe in presenza semplicemente di una mancata volontà di cercare una soluzione soddisfacente per l’intera comunità. Si tratterebbe comunque di una libera scelta.
È mancata la tolleranza e la capacità di accettare anche la diversità.È evidente che, oltre ad essere un problema di potere espresso nelle sue forme peggiori con la semplice sopraffazione “fisica”, si tratta soprattutto di un problema di cultura povera o impoverita. È una cultura in cui mancano categorie di pensiero e i riferimenti epistemologici per cercare soluzioni diverse.
Diverso è il caso in cui una soluzione si mantenga democratica.Essa potrà anche non soddisfare le attese di alcuni, anche di tanti, ma sarà comunque un modo di affrontare il problema e all’occasione di rivederlo, di risolverlo, di modificarne i termini e di riproporlo sotto le forme più propositive e contingenti.La forma “democrazia” contiene in sé la possibilità di revisione, essa vive perché può riformarsi, rinnovandosi continuamente.
Ci sono molte definizioni di democrazia. Forse sono tutte buone. E se sono tutte buone è proprio perché il concetto stesso di democrazia contiene in sé il germe della diversità. La democrazia non può essere per nulla costretta in un’unica definizione a meno che tale definizione non sia onnicomprensiva di un’infinità di variabili complesse ognuna delle quali è coestensiva del momento storico in cui si concretizza.
Se nell’antichità classica la democrazia era già una realtà straordinaria la stessa oggi non sarebbe altro che una forma, appena accettabile, di oligarchia tollerante (e nemmeno troppo). Se l’esemplificazione tradisce un eccessivo divario storico è comunque sufficiente a dimostrare che quello che noi oggi siamo usi a definire democrazia potrebbe essere ben altro sotto altre forme storiche. E oggi noi potremmo inorridirne o rimanerne affascinati.
Ora diciamo che se per democrazia si intende quella forma di governo in cui la sovranità risiede nel popolo che la esercita attraverso le persone e gli organi istituzionali che esso stesso elegge e a cui offre in delega un potere d’azione e di rappresentanza della propria volontà, allora non è possibile, di fatto, che essa sia perfetta.
Il “popolo” è un’entità in continua evoluzione e i suoi sistemi di adattamento e di riadattamento sono tanto più mobili e mutevoli quanto più lo sono i meccanismi di trasmissione delle informazioni e, più in generale, di tutta la struttura culturale che la riempie in ogni interstizio. Si aggiunga inoltre che il popolo è sempre contrapposto al potere il quale, anche quando nasce senza intenti o volontà conservatrici, finisce col diventare conservatore proprio per salvaguardare almeno sé stesso, nella migliore delle ipotesi per poter completare i propri programmi di governo e di crescita economica, nella peggiore, invece, per perpetuare il proprio dominio e il dominio dei suoi stessi membri.
Questi ultimi solo attraverso il controllo degli eventi sono in grado di esistere ma essi sanno anche che il popolo non è un “evento” controllabile o, almeno, non lo è per tempi lunghi.
Col tempo anche il popolo più addomesticato finisce col moltiplicare le proprie aspettative e raggiunto quello che potremmo definire una sorta di massa critica, premessa di una susseguente deflagrazione.
Le si chiami rivolte, rivoluzioni, siano esse sanguinose o meno, contengano in misura più o meno accentuata elementi di sovversivismo o di pura follia, siano o meno complesse formule di riforma le ribellioni di massa ci sono sempre state e non si capisce per quale motivo tali fenomeni debbano sempre essere giustificati dal potere come forme di violenza ignorando che in fondo si tratta solo di forme di autodifesa.
Il potere anche il più misero si fonda su un elemento innegabile di forza da un lato e di un altrettanto pervasivo elemento di persuasione dall’altro. E tali elementi si autoriproducono al suo interno con effetti moltiplicatori cosicché tutto ne viene coinvolto a cominciare dalla cultura materiale per finire alle grandiose scelte etiche in campo economico e politico.
Qualcuno oggi ritiene che le ideologie siano morte e sepolte solo perché sembra che la guerra fredda, la temperie dei blocchi contrapposti non sia più cosa alla moda. Caduti i muri e aperte a vario titolo decine di frontiere la lotta si è solo trasformata: non più lotta di classe, non più lotta tra pensiero liberale, autoritarismo fascista e statalismo marxista-leninista.Forse è così.
Ritengo però alquanto peregrina l’apologia della morte delle ideologie. Si tratta solo di una metamorfosi, di un cambiamento più sottile del costume (o del malcostume). Il meccanismo patologico di adottare una fede e farla propria e in nome di essa commettere le più ignobili efferatezze rimane persistente nella politica moderna come lo era in quella di epoche passate.
Occorre che si chiarisca meglio l’idea di comportamento politicamente etico al cui fondamento sarebbe opportuno giungere. Del tutto casualmente farò riferimento alla condizione dell’Italia. Mi sembra un buon caso esremo in cui tutto il male e tutto il bene della democrazia si mescola alquanto.
Nel momento in cui riscrivo queste note in Italia si dice esista una democrazia.
Il “si dice” è d’obbligo.
Troppe cose non sono propriamente denotative di un sistema democratico e altre cose sono decisamente antidemocratiche.Certo moltissimi sforzi, e taluni con risultati davvero apprezzabili, sono stati fatti perché, nell’immediato secondo dopoguerra, davvero si istituisse quella democrazia che fu desiderata dai tanti che ebbero a concorrere alla nascita di una Nazione moderna e da tutti coloro che ebbero a soffrire l’istaurarsi di un totalitarismo feticista, demagogico e populista.
Altri trovarono plausibile che, passata la notte dell’arroganza e della follia, un nuovo giorno di radiose promesse si potesse aprire e operarono con questa convinzione.
Ma ben presto ci si arrese al “potere” per il semplice fatto che esso é, che esso esiste e basta. Fu sufficiente perché una nuova oligarchia, camuffata molto bene a dire il vero, si instaurasse perpetuando proprio gli antichi e paventati timori di oppressione che sempre il popolo, un po’ bue e po’ diffidente, ha sempre covato nel suo seno. Un Paese di persone avvezze ad essere trattate come imbecilli e convinte della giustizia del più forte per il solo fatto che è l’unica giustizia che conosce ed è anche l’unica alla quale è capace di assoggettarsi - vuoi per cultura atavica, vuoi per abitudine, vuoi per diffusa ignoranza o volontaria incapacità di approfondire le proprie radici e viverle dignitosamente - è il luogo ideale in cui l’arroganza dell’autoritarismo, variamente mascherato o apertamente esplicato, possa facilmente mettere radici profonde.
Per quanto possa apparire un poco banale alla nostra antica e smaliziata cultura, è stata autorevole la pragmatica capacità di persuasione di Delano Roosevelt quando seppe improvvisare, non proprio letteralmente, un piano di ripresa economica e sociale liberale e democratico insieme ricorrendo al noto trust di cervelli. Egli non solo fu convincente perché carismatico ma anche perché seppe promuovere in modo efficace e sostenere con efficienza ogni singola iniziativa, anche minima, che in qualche modo si riversasse sul Paese intero come fosse atto di un’intera Nazione. Egli riuscì a trasmettere l’idea che ogni individuo, se lasciato libero di agire, sa trovare le strade per la propria edificazione o per la propria autodistruzione e ciò, seppur preso con cautela, è il mezzo più efficace sul piano educativo per una società complessa e tecnologicamente evoluta che aspira alla propria autodeterminazone.
Non solo, ma entro i limiti tipici di una certa approssimazione dovuta al numero e all’eterogeneità delle esigenze di una massa di individui, è anche il mezzo più corretto per far maturare una coscienza sociale e una cultura evoluta almeno sul piano del riconoscimento dei diritti civili dei suoi membri. In qualche maniera su basi di questa natura un’accorta, (saggia) e autorevole guida non avrebbe potuto ottenere risultati migliori ance se gli esiti si sarebbero visti solo un paio di generazioni dopo.
Senza nula togliere alla sua notevole capacità di statista e mediatore è stato autoritario invece il più nostrano De Gasperi nell’esercizio del potere.
Egli che, mentre il suo coevo d’oltreoceano dimostrava un sincero trasporto per le cose e le sorti del suo popolo americano, il nostro si dedicava a trovare divertente starsene per mesi sull’Aventino a sperare che qualche divino fulmine si abbattesse sul nascente fascismo, oppure nulla di meglio seppe improvvisare che discettare di storici accadimenti contemporanei coltivando il proprio minuscolo orticello al soldino della Biblioteca Vaticana. E fu certo buon profeta per le sorti sue proprie che trovarono ampio sollievo dopo la fine del Ventennio e dopo la guerra quando da quell’orticello prelevò in dono un potere di governo ininterrotto dal ‘45 al ‘53. Potere che resse soprattutto per l’appoggio - appunto - consistente del Vaticano che seppe guidarlo con ogni probabilità anche nella scelta di aderire al Patto Atlantico. Un patto che sanciva è vero l’appoggio economico degli Stati Uniti d’America contro ogni totalitarismo sovietico e i subdoli e pericolosi piani del comunismo nostrano. Ma pur sempre un patto che metteva ancora una volta in ginocchio non solo la cultura di una Nazione antica ma anche le microculture che mai più avrebbero avuto l’opportunità di evolversi al suo interno. Senza contare l’assoluta dipendenza economica nella quale l’Italia sarebbe stata costretta per i decenni a venire.
Urlare al miracolo della rinascita e della ricostruzione del Paese fu un tutt’uno con un passaparola davvero mefitico tra gli addetti ai lavori politici e propagandistici.Si è trattato solo di una finzione ben architettata e ben condotta fino alle sue conseguenze estreme.
Il Paese si sarebbe risollevato dalle ceneri della guerra e del fascismo per il semplice motivo chenon poteva fare diversamente con o senza De Gasperi. Così da un lato si è offerto il contentino di una Fiat 600 per tutti e dall’altro, in cambio, si è chiesta e ottenuta la stupidità di generazioni intere. E da quelle generazioni sono derivati comportamenti paradossali, ambizioni tanto pretenziose quanto illusorie. Nuovi miti si sovrapposero ad altri miti. Già allora si intravedevano germi di un nuovo che avanzava e che si materializzava nella cultura del consumo laddove, tuttavia, non c’era molto da consumare ma si poteva aver l’impressione di consumare tantissimo.Si noterà come non ci si riconosca più tanto come cittadini ma come consumatori.
Quel buon uomo che fu De Gasperi volle imitare il New Deal. Ne fece la caricatura e la spacciò per una santa invenzione di genio italico. E moltissimi ci hanno creduto e ancora ora ci credono.
E moltissimi ci credono ancora. Soprattutto certi figli della borghesia mediocre, superficiale e approssimativa, a volte un po’ parassita, tramandata ai figli e via ereditando fino a far credere che il migliore dei mondi possibili sia avere tante ville di proprietà quanti peli sulla testa e inneggiare al bene collettivo in nome della propria prole, strillando insensatezze dai megafoni televisivi dell’era telematica. Non che le sorti degli americani statunitensi oggi siano molto migliori
.Ma è evidente che un decennio di follìa allegra della famiglia Bush non ha saputo migliorare la situazione se non creando le condizioni per le quali un popolo avvezzo a riconoscere in sé stesso la forza di reagire in maniera pragmatica ha optato per la scelta più drastica possibile per cambiare tutto nel modo più drastico possibile: ha scelto un uomo di colore come presidente.
Sembra che le dimensioni stesse di quel Paese diano ai problemi forme di dignità titaniche rispetto ai problemini di casa nostra. Inoltre appare evidente a qualsiasi storico il fatto che la fantasia che ha contraddistinto i comunardi cinquecenteschi nell’arte del governo, con tutti i loro limiti, oggi si traduce in un becero qualunquismo ammantato di buone intenzioni ma che ha un vizio d’origine insanabile: il popolo non ha cultura critica, non sa operare delle scelte autentiche e libere a parte coprirsi le pudenda con la foglia di fico. Non ha quelle doti perché non ha imparato giacché mai alcuno gli ha detto come si dovesse fare. È un popolo che non ha un’etica vera da seguire ma solo alcuni precetti morali che, per di più, hanno la prerogativa di essere estremamente permeabili alla trasgressione, tanto poi ci si può sempre pentire e non mancherà un cristiano perdono ad un cattolico mea culpa.
La parabola del figliol prodigo miete molte più vittime delle autostrade della versilia nel fine settimana.Il principio ispiratore dell’argomentazione è generato dal fatto che il sistema è pieno di detriti culturali mai rimossi.
È tutto un pullulare di ragnatele, di interstizi sporchi, di pieghe polverose in cui il cattivo odore delle cose andate a male ristagna e corrode.Non può esistere un popolo cosciente della propria storia e della propria forza senza una direttiva complessiva che lo ispiri.
Non può esistere una cultura nazionale, tantomeno una cultura sovranazionale cui aderire, senza la determinazione di voler conoscere il senso profondo della propria umanità individuale e della propria socialità specifica. E queste sono cose che si poseggono vivendole attraverso l’apprendimento e attraverso la prassi quotidiana.
Se tutto ciò non accade il popolo sarà solo un insieme eterogeneo di individui senza alcuna coscienza collettiva e senza alcun desiderio di esistere come entità complessa. Nessuno vorrà mai partecipare delle attese altrui, e nemmeno si curerà di ciò che accade oltre il suo orizzonte personale.
Forse un Guicciardini l’avrebbe espresso con maggior dovizia linguistica e forse anche con maggior distacco. Ma se poteva essere comprensibilmente accettabile nel XVI secolo non lo è oggi a meno di non voler ammettere che da allora le cose in fondo sono cambiate ben poco e, sul piano strettamente culturale sono del tutto peggiorate.
La democrazia non è solo una forma di governo. E’, voglio credere, una libera e intima convinzione che culturalmente deve essere alimentata nel tempo. E’, forse, l’unica forma di governo di una società che possa condurre, col tempo, all’autogoverno dei singoli.
Purché essi siano tutti messi in condizione di autoregolarsi e autodeterminarsi all’interno di un sistema che ne garantisca la legittima autonomia di scelte.
Quali che siano tali scelte nella tolleranza reciproca.Tanto più la convinzione che partecipare al libero gioco dello scambio, sia esso economico che culturale, sia il solo pane di cui ha bisogno una società evoluta sul piano della civiltà, tanto più la democrazia è vera e tanto più si approssima al modello che si vuole sia quello archetipico.
Inguaribile idealismo si dirà.Potrebbe anche essere se proprio si vuole fare della chiacchiera salottiera lo si dica pure.
Ma prima o poi qualche società in cui le premesse di un potere democratico diffuso e non prevaricatore, autorevole non stupidamente autoritario, dignitoso e non viscidamente calcolatore, saprà trovare un equilibrio ottimale tra le attese dei singoli e le necessità dell’insieme.
Quella sarà la società che riuscirà a partorire un mondo nuovo. Sarà l’epifania di una umanità nuova epiù cosciente.Gli altri lotteranno contro, oppure staranno a guardare la propria lenta consunzione. Magari si accaniranno come bestie fameliche, tenteranno di distruggere in qualche modo un bene nascente, a tratti ci proveranno con tanto ardore da favorire l’impressione di essere sul punto di riuscirci, poi capiranno che i loro sforzi sono vani non foss’altro che per la pochezza di respiro e ricorreranno ai veleni della calunnia, della contumelia, della diffamazione, diventeranno imploranti, o cattivi.
Ma nulla potranno essendo essi già entrati nel passato della storia.
E’ certo un discorso utilizzabile in molti modi e molte direzioni. Ma la forza dell’umanità consiste proprio nel saper trovare un equilibrio tra il proprio passato e il proprio presente. Non un compromesso passeggero. Un equilibrio. E’ il vivere presente che deve saper essere costruito. Solo così ne scaturisce un buon futuro. Pensare solo a costruire il futuro implica un continuo affrettare i tempi, una continua contrazione del proprio vivere, un continuo affanno alla ricerca di un benessere che sembra sempre sfuggire.Troppo epicureo si dirà. Può anche darsi. E che male c’è?Non è morale si dirà.Può darsi ma anche se così fosse non sarebbe che un buon auspicio. Troppe volte, in nome d’una morale da seguire senza critica e poco decifrabile per il vivere quotidiano, si sono compiuti atti ignobili vivendo grottescamente momenti paradossali o semplicemente indegni, furtivi, demenziali, puramente delinquenziali.La maggior parte dei crimini contro l’umanità vengono commessi nell’intervallo tra un atto di devozione mistica e una preghiera a mani giunte e capo chino.
Che dire pertanto di quella lucida visione di Norberto Bobbio? Egli, ancorché immerso in una cultura storicista, rivolta ad instaurare un legame privilegiato col passato non disdegna di condensare in una proposta onesta la necessità di un persistente elemento di confronto nell’attività del vivere che è anche un atto di conoscenza e, per ciò stesso, deliberatamente legato al presente. Un presente non necessariamente definibile per costruire un futuro - sia pure desiderabile e auspicabile - ma convincentemente fornito delle necessarie premesse perché sia possibile un sano processo di cosciente autodeterminazione.
Gunnar
Monza,05/01/2009
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Scritto da GUNNAR il 4 Gennaio 2009

Si naviga a vista.
“Conformiamoci, dove stanno andando tutti andremo anche noi così almeno non ci perderemo. E’ importante non sbagliare strada che se accade si perde tempo si sprecano energie, ci si rimette di tasca propria e nessuno ci darà mai una mano”.
E’ quello che mi diceva un tale che vuole essere mio amico qualche giorno fa. Si era in viaggio e si parlava di cose semiserie.
Ma a me è venuto in mente che è un pensiero corrotto. Diffuso ma corrotto. Comunque diffuso. Dilagante aggiungerei.
Proprio un pensiero dilagante: il conformismo è una malattia molto italiana. Forse c’è del conformismo anche altrove nel mondo ma da noi ha assunto proporzioni patologiche soprattutto per il fatto che è del tutto paradossale nelle use manifestazioni. Non solo è un conformismo di genere massimalista ma è anche un conformismo camaleontico. Esso si modifica come tira il vento.
Oggi si è tutti conformisti sulla scelta economica della destra domani, repentinamente, si diventa conformisti sulla scelta opposta non appena essa sembra essere vincente. Così senza vere conoscenze economiche, basta il convincimento della propaganda di più facile comprensione.

Ricordate gli italiani e i tassisti nella fase ascendente del precedente governo? Erano tutti contro i tassisti conformemente tranne quelli che li appoggiavano per cavalcare la tigre dalla sponda opposta.
Oggi non ne parla più nessuno e i tassisti fanno esattamente quello che facevano prima, tirano a fregare il cliente. Ma nessuno se ne accorge perché il conformismo si è spostato sui delitti di cronaca. Pane e circensi così nessuno fa caso alla miseria e al fatto di essere schiavo (variazione del pensiero).
Avrete notato quanto conformismo trabocchi dalle melliflue e incoerenti deviazioni linguistiche del Vespa nazionale? Egli è la quintessenza del qualunquismo servile quasi quanto lo è Fede.
Ma quest’ultimo è contadino e bottegaio nella sua devozione all’Unto. Mentre Vespa non ha padroni, egli serve il padrone di turno, egli vive solo per servire il padrone di turno e sa come agire per cambiare campo in tempo per essere conformista di nuovo conio.
Oggi sta nascendo un nuovo conformismo. Il conformismo della critica a sinistra. Si stanno uniformando in molti, quelli che erano contro la sinistra lo sono ancora ma con maggiore rilassatezza dal momento che non ne temono rigurgiti. Hanno tutto sotto controllo e poi c’è LUI che vigila e zampetta lungo le vie di Pescara inseguito da affannate guardie del corpo che si capisce che non ne possono più a stargli dietro tanto è arzillo (seconda variazione).
Oggi chi è stato contrario al berlusconismo (e a Berlusconi stesso per ciò che è e che rappresenta), spesso si pone anche (o forse soprattutto) contro la sinistra. Perché?Forse perché non riesce a distinguere nella nebbiosa fumeria delle dichiarazioni occasionali, un vero progetto, un progetto che sia alternativo, che sia fattibile, che sia risolutore. Non riesce a capire perché non si proponga qualcosa che affronti in maniera reale e innovativa, si potrebbe dire strutturale, i problemi di un’economia malata. Perché non riesce a riconoscere elementi progettuali di rinnovamento della scuola, della cultura in generale, della ricerca, della società e della politica. Questi critici non distinguono nelle dichiarazioni di Veltroni l’afflato del vincitore, nemmeno morale, di una competizione che si possa giocare sul piano dell’onestà. Forse non è demerito di Veltroni. Ma certo è demerito della sinistra nel suo insieme non saper produrre qualcosa di diverso dalla solita contumelia in parte rivendicativa e in parte lamentosa. E la giustizia? Dov’è finita la giustizia nella cultura di sinistra? Ma è possibile che l’unica voce a chiedere persistente e indomabile un po’ di giustizia sia la voce di Di Pietro? Ho una certa stima di Di Pietro ma non gli riconosco il carisma del politico, egli rimane uno sbirro con la toga.
Senza cattiveria lo dico, ma con simpatia. E’ già tanto che riesca ad avere un partito e se ciò accade è soprattutto per la forza della sua combattività e per la coerenza delle sue scelte che valgono più della coerenza delle sue parole (terza variazione). Se poi qualcuno vuole scambiare la parola giustizia con giustizialismo si accomodi. Meglio un sano giustizialismo che un insipido e ipocrita garantismo d’accatto. Con buona pace di tutti i garantismi fasulli e beceri che si spargono negli interstizi del malaffare mafioso-camorristico-politico ecc.
Vorrei ricordare ai critici della sinistra, ma vorrei che qualcuno più influente di me lo rammenti alle teste pensanti della sinistra (ufficiale e ufficiosa), che il vero problema non sono le ormai stantie questioni della sinistra ma è Berlusconi e la cultura berlusconiana.
Ricordo che è lui e ciò che lui rappresenta il problema più grave della storia recente di questo Paese.A qualcuno deve essere sfuggito il significato vero dell’attacco che il governo Berlusconi ha effettuato contro Murdock. Non che questi sia un sant’uomo, e neppure un simpatizzante del progressivismo. Murdock è un imprenditore con l’etica da imprenditore: fare quattrini. Ma Murdock non ce la fa contro Berlusconi in Italia per il semplice fatto che l’Italia è il giardino del Cavaliere e il Cavaliere nel suo giardino ci fa quel che vuole e perché tutti nel suo giardino sono giardinieri da lui pagati, a volte stipendiati altre volte semplicemente comprati. In alcuni casi solo schiavizzati (ma con ottimismo e molti sorrisi).
Qualcuno sostiene che gli italiani sono un popolo fragile. Ancora non educato ai valori della moderna democrazia. Un popolo non avvezzo a distinguere il falso dal vero. Un popolo troppo soggiogato da becero qualunquismo della Chiesa di Roma, un popolo che fatica a comprendere i confini della moralità e della decenza quando si tratta di avere relazioni sociali. Un popolo ancora incolto e sostanzialmente semplice nelle emozioni e facilmente manipolabile. Sarà per questo che quei pochi che si rendono conto del vero problema sono ancora più agguerriti detrattori di una sinistra che sembra sempre più rinunciataria e inconsistente.
In effetti il gravissimo errore della sinistra resta sotto la cenere a covare e di tanto in tanto miete nuove vittime. Sono quelli che cercano di capire e cercano di darsi delle risposte a domande che non potranno avere risposte oneste.
Perché la sinistra si è piegata al potere della propaganda, si è conformata.Ma, cosa di gravità unica, non ha saputo presentare uno straccio di progetto, un qualsiasi programma credibile e fattibile, pochi punti chiari, facilmente leggibili da chiunque e soprattutto facilmente comprensibili da chiunque… (è quello che maggiormente sento ripetere)
Ha lasciato tutte le mani vincenti a Berlusconi, gli ha permesso di dire e fare quel che voleva e si è trincerata dietro all’alibi delle sue televisioni che si moltiplicavano, non ha combattuto, ha rinunciato. E anche quando ha avuto il modo e il tempo di farlo non ha saputo trovare il coraggio di fare una legge che costringesse il politico imprenditore a lasciare l’imprenditore politico, non ha trovato il coraggio di schiacciare lo scarafaggio.
L’ha lasciato scappare e quello ha messo uova dappertutto pronte a da aprirsi.
Gunnar
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Scritto da GUNNAR il 2 Gennaio 2009

E’ cosa buona e giusta essere contro?
Oppure essere a favore?Di solito chi è contro è “sempre contro” per necessità.Questione di autostima. Come quelli che non possono fare a meno di partecipare ai dibattiti per poter dibattere su qualcosa e così facendo più che dibattere, controbattono sempre e comunque.Può anche essere che si tratti di una forma di ricerca di consenso (più o meno conscia) che, non essendo possibile avere a portata di mano lo si cerca attraverso l’apparizione (in tv è meglio) ma ciò che conta è che sia in pubblico, in un luogo pubblico in cui ci sia del pubblico.Alla fine, insomma, deve esserci qualcuno che applaude, che fischi o che faccia entrambe le cose insieme. Il processo che si scatena è sempre positivo, c’è fama che si crea e aleggia sulle ali del tempo, sia pur per un tempo breve, ma almeno soddsifa il presente e al presente si devono molti tributi.(Chissà se scrivere su un blog è la stessa cosa, chissà se sortisce un effetto analogo… chissà)Poi ci sono quelli che sono a favore e quando sono a favore finiscono con l’essere favorevoli ad ogni cosa, buona o cattiva che sia.Accettano tutto e il contrario di tutto non sapendo più esattamente distinguere tra il necessario e il superfluo, ciò che ha alle spalle una qualche etica comprensibile e ciò che di etico ha solo le parole che usa. L’elargizione del consenso ad ogni costo passa anche attraverso la postura.Queste persone annuiscono.Muovono il capo avanti e indietro con contestuale abbassamento delle palpebre e un’aria sorniona di chi ha capito tutto, di colui al quale non sono sfuggite le sottigliezze e le metafore.Il mondo in un gesto. ed è un gesto magniloquente e definitivo.Ma sembra che le cose siano più complicate di quanto possa apparire a prima vista.Ma davvero pensare confonde le idee?In molti, a questo punto, potrebbero ritenere che la cosa migliore da fare sia quella di stare a guardare, attendere che ci siano nuove condizioni per esprimere il proprio giudizio, insomma, “cogitare” un po’ di più non guasta. E poi chi l’ha detto che si debba dire si o si debba di re no per forza?Non credo che sia una scelta giusta in assoluto ma qualcuno si ricorderà che le certezze del “Che Fare” escatologico sono in realtà le incertezze del che fare quotidiano. Possedendone le capacità si fa in fretta, a prendere decisioni o a fare le scelte, ma poi ecco che le cose si sconvolgono, velocemente e senza particolari preavvisi, e tutte le scelte fatte diventano inutili o dannose, o ininfluenti o controproducenti.Bisogna ricominciare dal principio. Un eterno principio senza mai avere una crescita reale, sembra una sofferenza continua, un continuo andar su e giù, la condanna di Sisifo che si ripete all’infinito. Eppure si tratta di semplici scelte. Vanno fatte le scelte. Non è possibile evitarle. Le scelte si impongono nostro malgrado e contro ogni volontà.e allora bisogna scegliere. Ma cosa?E quando si tratta di scegliere il vino a tavola è un conto.Ben altro è scegliere a chi dare il voto.Qui subentra non solo la scelta in sé stessa ma tutte le componenti collegate: un atto di fiducia, un atto di confortevole affidamento, un interesse che si spera possa essere ricambiato, un investimento per il proprio futuro.Un atto di totale dedizione.Il guaio è l’essere traditi in questa fiducia che viene rilasciata.E quando scopri che sei stato tradito, la tua fiducia è finita in un angolo a marcire, le tue attese sono andate disperse con ogni probabilità vorresti solo vendetta, null’altro che vendetta. Fiducia è una parola che comporta tanto sacrificio, è cosa importante, è cosa che da sola non basta ma che da sola può distruggere tutto se viene tradita, se viene mal riposta.Gunnar
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