LaCaravella … esplorazioni controvento

senza rancore, disse l’uomo con la penna, mentre scriveva un maledetto epitaffio sulla schiena del suo boia mancato

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  • Dopo l'incubo ecco la realtà

    Dopo l'incubo durato diciassette anni e qualche mese ecco la realtà: si sta camminando senza scarpe ai piedi e il pavimento è pieno di cocci di vetro. Impressionante chiedere sacrifici. Ancor più è non farli. I piedi nudi sanguinano ma solo in fondo al passaggio obbligato si possono trovare bendaggi sterili. Il miserello che ha voluto tutto questo non si redime. Anzi minaccia e primeggia attraverso i suoi boiardi che non accettano sconfitte. Adesso si è definito un nuovo totem da adorare. Si chiama "Spread": cosa voglia dire di preciso è fatto oscuro. Ma è invece molto chiaro che più i termini sono oscuri e più la gente è disorientata. Più la gente è disorientata è meglio la si può controllare.
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  • Senza storia ma libero

  • Il tempo sta per scadere

    Il Paese è come un giocattolo in mano ad un bambino capriccioso. Non sa cosa farne e lo sbatacchia a destra e a manca. Molto divertente vederne saltare i pezzi.
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Archivi per Febbraio, 2009

Qualcosa di oscuro

Scritto da GUNNAR il 28 Febbraio 2009


Ho letto alcuni blog (oltre il mio) e ho scoperto che è ricorrente il ricorso ad una sorta di anestesia erotica. Come se agli autori piacia molto narcotizzarsi raccontando del proprio intimo erotico.21arr41.jpg

Qualcosa di oscuro e perverso li anima. Qualcosa che suggerisce un disagio inconsapevole verso l’esistente e gli esseri umani in genere.

Ma in essi si nota anche un tergiversare incrociato tra uomini e donne. Le donne parlano male degli uomini ma soprattutto delle donne stesse. E gli uomini fanno le stesse cose in maniera inversa.

Uomini che parlano con perfidia di altri uomini. Donne che perfidamente stilettano altre donne.

Il loro ego viene smascherato sempre, le uniche verità in fondo riguardano proprio la loro esistenza, quella raccontata e quella lasciata alla fantasia dell’incauto lettore.thetepidarium_large2.jpg

Riversare sulla carta virtuale le proprie angosciose e mal nascote somme di errori, di rimpianti, di paure e di emozioni altro non è che l’esercizio di una ricerca infinta. La ricerca della comunicazione che non si riesce a compiere. Il riempimento di un vuoto, la copertina accogliente dentro cui nascondere la propria solitudine profonda.saudek12.jpg

Succede anche a me? Certo che succede. Si tratta di averne coscienza e maneggiare il presente senza conderarlo come l’esito di un fallimento.

E se fosse, invece, proprio l’abito elegenate che ci si mette per il proprio funerale?

Chissà.seni_1.jpg

In questo caso l’eleganza non sarebbe di fatto proporzionale alla disgrazia.

 

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Le radici d’Europa

Scritto da GUNNAR il 26 Febbraio 2009


1saxifraga_stolonifera3.jpgNon è chiaro a cosa si voglia mirare. A chi giova?, chiedeva un mio amico tanto tempo fa. Anch’io mi chiedo con una frequenza sempre più crescente “a chi giova”?

Parlare di “radici cristiane” a chi giova? A cosa serve? Ci sono davvero? E sono le sole? Le uniche radici di cui disponiamo? A cosa serve rimarcarlo? Chi o cosa ne trae beneficio?

Forse che avere radici cristiane ci rende più democratici, ci fa vivere meglio in pace col prossimo? Ci fa compiere gesti più tolleranti? Riusciamo ad abbracciare forse con più stima e accoglienza le migliaia di morti di fame che vengono a cercare le briciole di pane che cadono dai nostri piatti ricolmi? E che poi gratifichiamo rinchiudendoli, perseguendoli, denunciandoli, bruciandoli, vendendoli, sfruttandoli…?

Forse che dopo aver riconosciuto di avere radici cristiane ci sentiamo più in pace con prostitute, derelitti, larve e scampoli umani abbandonati a loro stessi dall’indifferenza del mercato e delle ricchezze redentrici?thetepidarium_large1.jpg

Forse affermare con foga la radicalità cristiana ci può permettere di aprire gli occhi su un mondo di fango in cui il luccichìo della merda appena emunta viene scambiata per oro?phallic_totem_31.JPG

Ma andiamo… su siamo seri almeno quanto vogliamo essere mentalmente critici. Parlare di religione in un contesto estraneo alle sontuose sale curiali non ha senso, è una perdita di tempo, non porta a nulla di concreto e non sposta di un micrometro il livello di dignità che gli uomini riescono a dimostrare.

1142255888b.jpgParlarne è come voler attribuire una qualche forma di importanza alla questione.

L’unico modo di parlare seriamente di religione è sotto l’aspetto antropologico e culturale e sociologico. altrimenti resta un fatto assolutamente privato e singolare. Appartiene alla psicologia di ogni singolo individuo, alla sua sfera di esperienze e all’area delle sue personalissime convinzioni.

Altro non si può dire. 

A meno che non si voglia fare un po’ di salottiera conversazione. Ma sarebbe preferibile lasciare questo sterile esercizio alla fantasia di taluni politici nostrani amanti di faccende incomprensibilmente futili. In realtà nessuno oserebbe mai dirlo pubblicamente. Di questi tempi la certezza dell’idea e la concretezza delle parole è lasciata al caso e alla buona volontà di navigatori di nicchia. Ma sia ben chiaro che tutti gli uomini che praticano le fedi come professione sono niente di più e niente dimeno che parassiti incapaci di fare qualsiasi altra cosa se non predicare il male altrui bendicendo il bene fatto in loro nome e per loro beneficio. L’anima ammesso che esista un’anima, la si puà salvare soltanto utilizzando la vita che lentamente si consuma su questa terra sapendo che è l’unica cosa da preservare finché il respiro e la mente la tengano in vita. Il resto è solo ipocrisia.  applausi_2.jpgGunnar

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Una piccola vecchia storia

Scritto da GUNNAR il 20 Febbraio 2009

 

Accidenti, sono in ritardo nelle risposte.

Ma ho sempre molte cose da fare e non sempre ho il tempo di finirle. Le metto in attesa e appena posso mi do da fare.

Devo a tutti una storia. Ma a te la dedico che anni fa ti persi di vista. Mi hai chiesto di me. Bene non so da che parte cominciare.

Credo che ti racconterò alcuni pezzi della mia vita e comincerò dal periodo in cui smettemmo di frequentarci, quando ognuno seguì la propria strada senza voltarsi indietro. Troppo giovani e troppo distratti per farlo.

Anche tu mi hai raccontato qualcosa di te e te ne sono grato. Ho provato una sorta di malinconica tristezza nel leggere le tue vicende. E non so dire se quello che andrò a raccontarti ti potrò confortare o divertire appassionare.

Ma è pur sempre una storia. 10_25_086_13_07.jpg

Alcuni la conoscono. I dettagli non li conosce nessuno. Quelli li tengo per me. Direi che sono poco divulgabili.

Comunque sia le cose non sono andate come mi auguravo anche se in definitiva non so ancora adesso cosa in realtà stessi cercando.

La storia è lunga. Con alcune sorprese. Credo che te la racconterò a pezzi lasciando a te il piacere di ricucire i dettagli che non dirò.

Dopo il liceo sono andato all’università. Medicina. Un esame di anatomia, un bell’esame e ben fatto ma la retta universitaria era esorbitante e mio padre aveva altri tre figli. Non diceva nulla, ma io avevo capito benissimo. Gli feci sapere che non me la sentivo di frequentare medicina e cambiai facoltà.

Filosofia.

Così avrei potuto studiare e lavorare contemporaneamente e non avrei pesato sulla famiglia. Mio padre non disse nulla ma credo me ne fosse grato. Per lui era una preoccupazione di meno e poi non si spiegava cosa potessi farci con la filosofia ma, anche questo lo tenne a lungo per sé.

Anche in questo caso il primo esame fu uno spettacolo. Però il tempo era passato in fretta e una dimenticanza da nulla, una bazzecola, una pinzillacchera (direbbe il poeta) mi fa comparire due carabinieri a casa una mattina, in mano una cartolina precetto di colore rosa. Senza appello. Tauriano di Spilimbergo mi attendeva per la mia naja. E dove diavolo è Tauriano di Spilimbergo? E mia madre poi, una faccia da funerale e molte lacrime versate.350px-millais_-_ophelia.jpg

E quando ci dovevo andare a Tauriano di Spilibergo? Entro mezzogiorno di venerdi. Proprio così meno di 48 ore.

Nel frattempo, tra la fine del liceo e Tauriano avevo fatto molte cose: ero stato a Parigi due mesi a studiare pubbliche relazioni mentre la sera lavoravo in una birreria e a Napoli avevo avuto il tempo di fidanzarmi con una graziosa morettina di nome Jole. All’epoca, ricordo bene, ero considerato un tipo un po’ sfigato. Di quelli che le ragazze non se lo filano nemmeno per sbaglio o per far ingelosire il proprio amico riottoso. E quella Jole comparsa per caso e subito amorevole e disponibile mi sembrava una visione.

La partenza per la leva mi colse a soli cinque mesi di fidanzamento durante i quali per quella ragazza avevo fatto pazzie e il contrario delle pazzie.albero_ok1.jpg

Non sono sicuro che sia proprio quello. Comunque se proprio devo è certo che quello che provavo è molto simile a quello che si racconta in giro e lo si chiama “amore”. Insomma, in quei giorni, per lei avrei fatto qualsiasi cosa. Ne sono certo. Ma la partenza per il Friuli troncò di netto la storia. Per alcuni mesi di naJa non me ne ero reso conto. Le scrivevo una lettera al giorno, Le raccontavo storie vere e inventavo storie solo per parlare con lei sulla carta. Aspettavo, la prima licenza e poi la seconda e poi la terza. Nell’ottobre del 1974 ero venuto in licenza e raggiunsi Jole a Ravello. Lei figlia di un grosso avvocato napoletano e anche ricca di famiglia passava l’estate nella villa di Ravello. Le andai incontro durante uno dei concerti che si tengono in una famosa villa ogni estate a Villa Ruffolo.

Immagina la scena: Entra tra i viali alberati del parco della villa un bersagliere con tanto di cappello piumato e una fanciulla splendidamente di bianco vestita lo riconosce e lascia gli amici per andargli incontro… abbraccio e fuga verso il mare tra sguardi ammirati e qualche applauso mentre nell’atmosfera di sfondo una musica di violini s’innalza prepotente.

Riderai forse, ma, credimi, ricordo ogni dettaglio, i fiori, le siepi, l’abito d’un pallido color crema, i suoi occhi grandi e dolci e i visi di alcuni tutt’intorno a me. Ricordo la sera sul mare di Amalfi e le onde che piano s’infrangevano sulla sassaia di fronte al Duomo di Amalfi.

Quando la lasciai per andarmene ero furioso e mi resi conto, appena una luce di chiarezza interiore, che non sarebbe mai stato credibile un futuro tra me e quella fanciulla. Non era una cosa che potesse avere un futuro.

E non ebbe futuro, infatti. Io continuai a scrivere, una lettera al giorno, ma lei smise di rispondermi, le telefonavo, ma non la trovavo. Poi andai di novo in licenza. Mi abbracciò con foga, mi tenne stretto a lei a lungo. E mi disse che potevamo sposarci. Che aveva già pensato ai confetti e agli inviti. Sono uno spiantato le dissi, non posso offrirti granché, e i miei genitori non hanno altro che i figli che è la loro sola ricchezza.archeological-reminiscence-millets-angelus-salvidor-dali.jpg

Non dovevo pensarci mi rispose, avrebbe pensato a tutto suo padre e la madre ci avrebbe regalato la casa di Ravello e saremmo andati a vivere lì. Andai dirlo a mia madre, lo dissi agli amici, lo raccontai a tutti, e tornai a Tauriano di Spilmbergo per l’ultima volta. Vi passai gli ultimi tre mesi con un’ansia e una felicità indescrivibili. Mi sentivo allegro.

Ma le lettere che scrivevo, una al giorno, ricevevano sempre più rare risposte.

Quando mi congedai e ritornai a casa, mia madre mi disse che Jole non la vedeva da tre mesi, dall’ultima mia partenza. Al telefono Jole non rispondeva. Qualcuno mi disse ch’era a Ravello. Ed io andai a Ravello. Quasi mi ammazzavo andandoci, e l’amico che mi accompagnava m’impedì di continuare a tenere il volante. Guidò lui fino alla casa sulla collina. Vi trovai sua madre che quando mi vide scoppiò a piangere.n1640624919_114265_5002.jpg

Ed io le chiesi dove fosse Jole. Ma la sua risposta fu strana e condita con lacrime. Forse torna più tardi mi disse e si mise seduta sulla sdraio sulla terrazza rivolta al mare. Aspettai, aspettai fino a sera. Poi il mio amico mi disse che non poteva stare oltre e lasciai quella donna con un bacio. Avevo capito.

Jole non era più la mia fidanzata. E ancor meno la mia futura sposa.

Solo non aveva avuto il coraggio di dirmelo, non ne aveva la forza.

Sapevo che c’era dell’altro. Ma solo dopo qualche tempo scoprii che da molti mesi frequentava qualcun altro, un cugino lontano, un futuro medico. Il caso è sornione e ironico con le vite umane. A volte è anche perfido.

Aveva davvero preparato bomboniere, e confetti, e inviti di nozze. Ma non c’era il mio nome su quegli inviti. Né da protagonista né da ospite.

Mi presi due settimane per chiarirmi le idee e poi mi misi a studiare. Tre anni e due sessioni dopo ero laureato e pronto ad affrontare un diverso futuro.wp_napoli_panorama_16001.jpg

Gentile amica mia, adesso interrompo, ma presto ti scriverò altro.

Come vedi ho molte cose nello scrigno.

Gunnar

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Il Limite

Scritto da GUNNAR il 19 Febbraio 2009


Il limite sembra raggiunto.

Non si hanno notizie che ci siano alternative in vista.

Il fondo dei fiumi diventa purpureo quando si colora del sangue dei vivi.Ricordate? “lasciate ogni speranza o vi ch’entrate“? Ebbene è esattamente lo stato d’animo che pervade il mio quotidiano vivere. 800px-giovanni_segantini_004.jpgDa una sponda all’altra del mio giorno passo con certezza sempre crescente da una inquietudine velata, ad una disperante immobilità della mente. Sono certo che nulla potrà più tornare come prima. Non per me. non ne sono capace.E più imbelli e stupidi politicanti d’accatto chiedono sorrisi e allegria e più l’animo mio s’indebolisce e si immalinconisce.                                                                                                         26-digital-alice-donna-3d.jpgRicordate “ALLEGRIA”? Parola di continuo redenta da quel buontempone di Mike Bongiorno?. Ricordate come fosse divenuta un tormentone per le menti meno accorte? Ricordate come tutti si sentissero più contenti non appena un furbacchione (magari pagato in anticipo, non lo sapremo mai veramente) vinceva qualche milioncino televisivo, ecco risuonare come un’eco quella parola… “ALLEGRIAAAA!” con un roteare di braccia e un ridere continuo di tutti su tutto a rimarcar le gesta epiche di un risponditore (o un a risponditrice… ahi ahi ahi … signora Longariiii ahi ahi mi ha sbagliato la parola della sua fortuna….) in cabina.matisse_magnolias.jpgRicordo bene quel continuo invito al riso, quell’insistere anche inopportuno ma sempre pressante a ridere, a sghignazzare, in realtà. Qualcosa che in sostanza voleva significare una cosa sola: la sofferenza è un’illusione della mente. Bisogna convincersi di essere felici e ciò contribuirà a nascondere la fame, il bisogno, il dubbio, le sensazioni spiacevoli.y1pnxdymkvuwwdbhjz7plysznjzmmn81sylbu22lnj-wkkn8pma7pbjjxcxexkvdhww0udeubqhwem.jpegLa maschera è tornata.y1pnxdymkvuwwdbhjz7plysznjzmmn81sylbu22lnj-wkkn8pma7pbjjxcxexkvdhww0udeubqhwem.jpegMetti la maschera del riso e nessuno saprà che dietro stai piangendo. Perché se qualcuno dovesse sospettare la tua sofferenza saresti bandito, allontanato dalla comune, saresti additato come nefando surrogato di mestizia, saresti un portatore di sfortuna.y1pnxdymkvuwwdbhjz7plysznjzmmn81sylbu22lnj-wkkn8pma7pbjjxcxexkvdhww0udeubqhwem.jpegBisogna pensare positivo. 2348805945_333bf67ced.jpgNon per la forza dell’animo battagliero. Bisogna essere sorridenti sempre e comunque altrimenti si parte sconfitti.E gli sconfitti non meritano la vita.Gli sconfitti sono di pelle scura, sono poveracci, dormono sulle panchine e da quelle vengono scacciati, gli sconfitti sono del sud, sono mal vestiti, hanno addosso un odore acre di vecchio e di rancido.Gli sconfitti non hanno la vasca da bagno, anzi forse non hanno neppure il bagno. Gli sconfitti non votano, non lavorano, oppure hanno lavorato e non lavorano più, e non c’è modo che possano riprendere a lavorare perché altri premono dietro per non essere sconfitti anzi tempo.Gli sconfitti son quelli il cui destino è stato scritto da altri.Gli sconfitti sono quelli che sono diversi e che non sanno di esserlo pretendendo uguaglianza e giustizia. Gli sconfitti hanno fame. Hanno qualche malattia, hanno bisogno (non importa di cosa). Essi non sanno ridere. Ma come si permettono di chiedere se non sanno ridere.Gli sconfitti appena possono sopravvivono troppo a lungo per essere ignorati e allora per essi si creano appositi luoghi in cui farli stare. Sono Luoghi estemporanei, precari, approssimativi, dove il tempo non passa nel modo giusto. Sono luoghi in cui non c’è storia, in cui non c’è forza vitale. Sono i luoghi in cui è vietato ridere perché sarebbe un sacrilegio nei confronti di tutti i Mike di questa terra.2348805945_333bf67ced.jpgIl limite è giunto.2348805945_333bf67ced.jpgMa subito esso si allontana. Sembra che una risata sommergerà ogni cosa. Si dice così in giro.21arr4.jpgUn saluto a tutti i critici che hanno una mente dentro cui sorridere. 

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Il partito fantasma e la rappresentanza

Scritto da GUNNAR il 18 Febbraio 2009

Il partito fantasma s’è volatilizzato del tutto. Che non abbia mai fatto o detto qualcosa di opposizione seria è vero. Che abbia cercato in tutti i modi di conciliare incompatibilità insanabili è vero.

E anche vero che il suo leader non ha mai trovato la forza, o il coraggio, o l’intelligenza, o l’acume istintivo del politico di razza per creare i presupposti di un’opposizione indiscutibilmente forte e seria. Così come inconfutabilmente vero è il fatto che nessuno mai abbia fatto o detto qualcosa che potesse aiutarlo.

In un partito raccogliticcio e approssimativo in cui si è cercato di far coesistere tutto e il contrario di tutto, ognuno per la sua strada sotto la stessa tessera per accedere agli stessi fondi… Ma tutti, sembra, alla fine disinteressati a progettare qualcosa di veramente nuovo e interessatissimi a farsi la scarpe gli uni con gli altri nella più antica e becera faida per il potere…

Tutto vero.
Ma esistono delle cose che vanno fatte prima e altre che vanno fatte dopo.
Prima si sistema la struttura e poi si pensa all’abito. Prima si prendono le misure dei piedi e dopo si va a comprare le scarpe.

Gli italiani vogliono culi, tette, facile ricchezza, romeni impalati, non pagare le tasse e non fare le code per fottere il prossimo? Bene. Prese le misure si va a comprare l’abito. Ma se le misure sono queste sarà sempre un abito che assicurerà lunga vita al re e una sana dose di peste nera a tutti i sudditi sfigati. Non è questa la democrazia.
Una sana minoranza va benissimo. In democrazia. Ma tra tette e culi, esercito per le vie e romeni impalati perchè sporchi brutti e cattivi, di democrazia non c’è traccia e allora di che stiamo parlando?
Imputare al Veltroni immobilismo e aristocratico distacco va bene. Ma cercare in lui il sapro espiatorio di un fallimento mi sembra fuori posto soprattutto quando tutti quelli che l’hanno circondato l’hanno fatto con il solo scopo di fargli sgambetti e tirargli sassi dietro le orecchie.

Infine una nota a margine. la gente, intendo quelli che non vanno a votare, o quelli che si sentono defraudati di qualcosa, si esprimono spesso con un “mi”. Qualcosa del tipo: “…Il PD non mi rappresenta, non ha fatto nessuna delle battaglie che pretendo dal mio partito,…” Va bene anche questo. Apparenetmente è logico e condivisibile. Ma nella pratica c’é quel “mi” che rovina ogni logica.
Quale potrebbe essere il partito che “rappresenti” tutti? E se ogni singola persona dicesse “mi” per questo e quel motivo? come potrebbe configurarsi una base comune? Non è forse proprio questo il germe che impedisce alla società civile “di sinistra” di trovare una base comune e un filo conduttore unico?
Quel “mi” rappresenta la scriminante fondamentale di ogni tipo di pretesa personale la più nobile e anche la più sciocca e come conciliarle?

<<Le battaglie che pretendo dal mio partito>>?

E se ognuno pertende qualcosa che ritiene sacro e giusto e incontrovertibile secondo la propria logica delle priorità che tipo di “struttura” può concepirsi per renderla rappresentativa davanti allapubblica opinione? Per far sì che possa crescere nei consensi? Per definirla “cosa comune”?
A destra più o meno si riconoscono tutti in un meccanismo semplice: Bisogna esere un po’ fascisti, un po’ razzisti e un po’ affaristi e i lgioco è fatto.

A sinistra cosa?

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Il numero dei giorni

Scritto da GUNNAR il 13 Febbraio 2009


Ho viaggiato non solamente seguendo sentieri tracciati da altri. Ho conosciuto non solo i sorrisi di volti distesi o i pianti di facce contratte. Ho girovagato, a volte senza meta, per il solo piacere di farmi circondare dai luoghi. Atmosfere serene o cupi scenari.

caravella3.gif  Le sole apparenze non mi hanno ingannato.

 

Viaggiare è anche vivere.  Mi sono lasciato prendere dai meandri di strade strette a Genova ma anche a Istambul. E i visi delle persone si sono rivelati sapientemente disegnati in ugual misura dalla fatica, dal dolore o dalla gioia e dalla contentezza. Le donne hanno avuto gli stessi sguardi e gli stessi passi. Un porto è sempre un porto. La varietà delle cose che si muovono in un porto è infinita.

order-christ-caravella.gifMa l’atmosfera che si respira è sempre identica, sa di sale, di legno, di pesce, di sudore, di vento, di risacca, di catrame. Ma non c’è disgusto, c’è attesa. Qualcosa s’è concluso e qualcos’altro comincia la sua esistenza.

caravella4.jpg Il numero dei giorni è crescente. Più si allunga il viaggio è più i giorni da tenere a mente sono molti, sono diversi tutti, occorre ricordarli. Ognuno ha valore, è un prezioso scrigno che conserva un ricordo palpitante di propria vita.

caravella-ombra.jpgScorrono gli scrigni conservati su scaffali con granelli fini di polvere. Londra, Copenhaghen, Nice, Barcelona, Atene, Venezia… Tutti i porti dell’esistenza. Tutti giorni della memoria.

gc_avignone2008.jpg Alla finestra, osservando colonne antiche, ho rimesso insieme luoghi e memorie di eventi scivolati tra le dita, uno dopo l’altro. 

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Prede e predatori

Scritto da GUNNAR il 9 Febbraio 2009

VENERDÌ, 12 DICEMBRE 2008

 

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Non è solo un semplice contrattempo economico finanziario, e lo si era capito da un pezzo. Nemmeno un incidente di percorso con conseguenze abbastanza consistenti e con qualche risvolto tragico.

Si tratta di una crisi economica senza precedenti, almeno dal lontano 1929.3eye4.gif

Anche allora le ragioni, pur consistenti e varie, erano legate alla condizione storica e politica che si stava attraversando a seguito dei stravolgimenti del primo dopoguerra e l’impressionante quantità di denaro che gli USA prestavano al mondo intero: una quantità di denaro che il paese più ricco poteva permettersi di devolvere ma che inevitabilmente prima o poi avrebbe rivoluto indietro.

Ma nessuno controllava i canali di credito. Le banche avevano la facoltà di fare quello che volevano e il Stato centrale non si occupava di verificarne l’azione. L’euforia della gente e l’assoluto ottimismo spingeva tutti a comprare, a consumare. E per farlo si ricorreva al credito bancario. Le rate si decuplicavano e la consapevolezza si riduceva nella convinzione che tutto si sarebbe risolto al  meglio comunque.

hatred3.jpgLa fiducia nel mercato era assoluta.Come sia andata lo si sa bene. Così come ben si conoscono tutte le crisi economiche che si sono succeduta a partire dalla prima metà dell’800 e fino alla crisi del ‘30, appunto.Ce ne sono state altre? Ma certo che ce ne sono state. La crisi del secondo dopoguerra, la crisi degli anni settanta, e negli anni ottanta del secolo scorso e altre microcrisi ulteriori. Adesso ecco una bella crisi ergersi in tutta la sua maestà.Leggo un bell’articolo apparso su “Il Sole 24ore” del 12 dicembre scorso e resto stupito d per il fatto che simili contenuti non vengano divulgati a tutti.

Che i giornalisti che si accapigliano davanti ai tribunali per carpire l’ultima dichiarazione dell’avvocaticchio difensore di un qualche assassino nevrotico o di un qualche boss mafioso al cui il buon senso vorrebbe che fosse tolta la parola in eterno, non sentano il bisogno viscerale di affrontare la situazione socioeconomica sotto ogni profilo e renderne chiare la linee di evoluzione a loro lettori o ai loro ascoltatori. Resto sconcertato dal fatto che un presidente del Consiglio inneggi all’ottimismo invece che alla saggezza. Resto incredulo di fronte alla stupidità di commentatori radiotelevisivi che non riescono a trovare il coraggio di sdegnarsi di fronte alla stoltezza di ministri improvvisatori e di ministri ombra che si trincerano dietro a miserevoli dichiarazioni di contorno in nome di un politically correct inconsistente e fuori luogo.

Perché non chiamare le cose con il loro nome?good_old.jpg

Miseria si dice miseria, il poveraccio che fa la fame si chiama “morto di fame”, miserabile, indigente, certamente non ha senso “poco abbiente”.

E’ un o che non sa come arrivare alla fine del mese, non sa cosa raccontare ai figli ai quali non può dare ciò che essi vedono in tv in bocca o addosso ad altri. Ecco quello non è poco abbiente è un poveraccio che cerca di fare del suo meglio ma non può fare assolutamente nulla se non darsi alla delinquenza o alla truffa. Cerca mezzucci per sopravvivere, diventa cliente di qualcuno per ottenere in cambio denaro, o favori. Qualcosa che gli permetta di far quadrare un inesistente bilancio.

Egli è una preda.

E i predatori sono molti, sono mimetizzati.leguana.jpg

A volte sono altri morti di fame che hanno varcato la soglia dello scrupolo, che hanno superato il momento di sgomento, hanno scavalcato il reticolo della paura delle conseguenze e trovato il coraggio di diventare amorali e antisociali.I risultati delle crisi economiche fanno emergere ogni volta, da sempre,  difficoltà intrinseche nel sistema liberista, un sistema che per sé stesso non è efficace perché non ci sono strumenti che possano porlo sotto controllo.

E se ci fossero meccanismi ferrei di controllo il mercato non sarebbe liberista. Sarebbe  solo un mercato controllato. E a chi darne il controllo se non allo Stato? Ma dare il controllo allo Stato equivale a farlo diventare una cosa diversa dal libero mercato. Uno Stato, per quanto liberista esso voglia essere, se democratico, non può ignorare i cittadini tutti e a tutti deve rivolgere il suo sguardo. Tanto o poco che voglia, uno Stato non può che tenere d’occhio tutte le esigenze di tutti i cittadini. E intendo proprio tutti nessuno escluso perché lo Stato non ha alcun titolo per modificare la sua etica sociale in un’etica di profitto come farebbe un’azienda.Ma quante prove servono per capire che il modello liberista senza un minimo di regole o di controllo centrale non può funzionare?

“… La sanità Usa, ai cui scompensi abbiamo già accennato, risulta invariabilmente agli ultimi posti tra i paesi sviluppati, come efficienza ed efficacia, in tutte le classifiche di organismi sovranazionali o specializzati. Eppure è la più costosa del mondo: quasi il 16% del Pil, mentre la spesa europea si aggira sull’8-10%. Meno noto è il fatto che metà di questa percentuale è spesa pubblica: perché i controlli costano e perché assicurazioni e case farmaceutiche sono lobby fameliche e potentissime, che controllano un giro d’affari che secondo le stime raggiunge l’iperbolica cifra di 2.200 miliardi di dollari. Una spesa enorme, dunque, per un sistema inefficiente e che lascia del tutto scoperto quasi un quinto dei cittadini.(…) Sono dati su cui riflettere. E su cui dovrebbero riflettere soprattutto quanti anche in Italia (sempre più numerosi negli ultimi anni, anche a sinistra) hanno continuato a ripetere la litania della maggiore efficienza dei privati sempre e comunque.” CARLO CLERICETTI - da il Il Sole 24 ore (12 dicembre 2008)

Un quinto dei cittadini USA significa oltre sessanta milioni di abitanti che non hanno assistenza medica e se la devono sbrigare da soli. Sessanta milioni sono molti di più di quanti vivono in Italia.

Sessanta milioni in un Paese che vorrebbe guidare e gestire l’intero pianeta. Un’enormità. Il sistema privato non funziona come vorrebbero farci credere i saccenti istrioni della neoliberistica cultura della destra italica.

Non ha funzionato neppure lo statalismo centralizzato della sinistra oltranzista e radicale.Oggi non si capisce cosa fare  per il semplice motivo che quelli che coloro che ne hanno i mezzi (economisti e politici) e dovrebbero agire (politici ed economisti) sono i primi ad arroccarsi sul sistema per difenderne i confini.

Essi non sanno o non vogliono sapere quale sia lo strumento migliore per affrontare la disfatta.Inoltre c’è un problema che alla fine degli anni venti era inesistente. Si chiama globalizzazione. E’ un orribile neologismo che vuol dire una cosa semplice: se la borsa di Tokyo va a picco anche la borsa di Montreal va a picco e quella di Milano e di Parigi e di Londra e di New York ecc.

Vuol dire che se il tonno pescato a Osaka non si vende anche i ristoranti di Edimburgo possono fallire. Vuol dire che se negli USA la Chrysler chiude perché non vende, anche la Toyota prima o poi chiuderà e la Renault ecc.

Vuol dire che se scoppia un a bomba nel Golfo Persico il barile di petrolio cresce di due dollari e i trasporti di merci in Italia rincarano del 10 %Vuol dire che l’ONU non ce la farà a inviare cibo nel terzo mondo che quel terzo mondo sarà già scomparso per far posto al quarto mondo… un mondo di morti di fame molto più morto di fame di quello che non arriva a fine mese nella nella ricca Romagna. La crisi non è cosa passeggera. Ma non è ancora la questione peggiore. C’è l’abbrutimento.caravella_argento.jpg

L’imbarbarimento delle persone che non hanno più animo di pensare alla vita ma solo alla lotta.

Le persone che gradualmente smettono gli abiti della civiltà per prendere quelli della guerra.

Il superamento della crisi del Ventinove portò alla II guerra mondiale. Oggi ci sono più venditori di armi che botteghe per fare il pane.

La strada mi sembra quella giusta…

Gunnar

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incontri

Scritto da GUNNAR il 8 Febbraio 2009

Gli incontri

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E la memoria di sempre. E’ un fine settimana come altri, il lavoro è lasciato sopra una scrivania ingombra di carte e di libri. Non sei interessato ad altro che a te stesso, almeno un giorno.

Ciò che più desideri  è ritrovarti, fare il punto, capire quanto hai fatto e quanto ti resta da fare. Insomma cerchi un motivo qualsiasi per essere in pace con la tua vita, almeno oggi.

Questo fine settimana. Lo farò questo fine settimana mi sono detto.

Non l’ho fatto.

salvador-dali-explosion-52799.jpgMi sono sentito svuotato, non ho avuto la forza e neppure la saggezza di addormentarmi.

Sono stato preso dall’indolente pigrizia che avvolge la mente di chi non ha prospettive, di chi non crede nel proprio futuro di chi non non ha progetti da realizzare o idee da conservare.

Chi mi ha fatto questo?

Perché accade?arte_figurativa.jpg

Sono andato via, solcando lentamente strade cittadine affollate di persone e di vetrine illuminate. Ho percorso stradine strette dentro la città vecchia. Ho scelto un bar e mi sono accomodato ad un tavolino, in una saletta appartata dalla quale si poteva vedere il passeggio attraverso la vetrata.

E’ stato allora che ho visto passare Sabina, Maria Giovanna, Elena, Giuditta, Franco, Giulio, Mario, Marco, Brunella … Ogni nome una tappa della mia vita. Erano tutti in fila, uno dietro l’altro, e passando mi sorridevano.

Uno sguardo, un sorriso e un saluto con la mano.

Mille anni e un’altra vita.

Tutto passa, è vero, passa con il passare dei giorni, con il transito delle ore scandite da appuntamenti, impegni, attese, curiose vicende intessute di parole,

Le parole, dette, pensate, urlate, sommessamente desiderate mai più ascoltate. Parole sostituite da gesti, gesti accompagnati da parole.

Ore riempite di vita e trascorse nell’attesa delle ore che seguiranno.sorayama-29.jpg

Quelle persone che mi sorridono dietro il vetro, esistono, hanno le loro parole e la loro vita. Vorrei poter mescolare con quelle ore e quelle parole le mie ore e le mie parole.

Ma il tempo e lo spazio non lo permettono.

Si può telefonare, ci si può muovere, ci si può scrivere. caravella3.jpgMa tutto resterà sempre un sorriso attraverso un vetro.

Gunnar

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Ascolto

Scritto da GUNNAR il 5 Febbraio 2009

Prima di tutto convincere qualcuno che vale ancora la pena di esistere, politicamente parlando.Poi convincere gli stessi che si può e si deve far sentire non solo la propria voce ma amplificare la voce della comunità e non solo quella di riferimento.caravaggio_la_cena_in_emmaus_large.jpg Infine ascoltare.Vi siete mai soffermati un momento ad ascoltare chi vi parla? A passare oltre le sue parole e capire ciò che vi sta veramente dicendo? Avete mai prestato attenzione alle sue parole e al significato che vi è implicito oltre quello puramente fonetico? Avete mai acquisito attraverso il suo sguardo e i suoi movimenti la sua percezione del mondo?Avete guardato nel profondo dei suoi occhi la necesità di dirvi qualcosa che non è in grado di dire se non con quello strumento approssimativo che è la comunicazione quotidiana nei rapporti fugaci, rubati al tempo nemico, al lavoro tiranno, alla famiglia che tutto fagocita ecc? sartorio222_img.jpg Insomma vi siete mai, una volta almeno, fermati a capire che il vostro interlocutore oltre a “dire cose” esprime un desiderio, una denuncia, una condizione di vita, un tipo di scelte, una sofferenza o una felicità che non ha altro modo di venir fuori?Anche quando con un tale interlocutore vi scontrate, e vi mandate reciprocamente  aff… avete mai preso un momento di respiro per chiedervi “ma cosa sta accadendo?” “perché, oltre l’evento scatenante, sto dicendo e facendo queste cose e perché lo fa lui?”E’ un attimo, basta una frazione di secondo per elaborare la rabbia, ma anche l’allegria, la violenza, l’accondiscendenza o semplicemente il “senso” delle cose e delle parole.Sono cero che l’avete fatto, almeno una volta l’avete fatto e vi siete resi conto di quanto spreco di energia senza scopo. Avete metabolizzato l’accaduto e l’avete catalogato tra le cose da dimenticare, ma avete serbato il vago ricordo di una piccolissima nemesi privata che vi ha dato un momento di luce intensa. thetepidarium_large.jpg E poi vi siete messi alla ricerca di una occasione che ve ne rendesse più chiari i contorni. Una ricerca che potrebbe diventare eterna se non fatta con l’ascolto intenso, con la partecipazione, con la volontà incrollabile di capire fino in fondo ogni dettaglio dell’anima di chi ci sta di fronte.Non si arriverà mai a tanto probabilmente, ma il solo fatto di provarci è il segno di una civiltà nuova.Una buona giornata a tutti voi. Li troverò cinque da convincere, ne ho già trovati tre che non sono più tanto convinti di rinunciare a basta.Una nuova civiltà. archeological-reminiscence-millets-angelus-salvidor-dali.jpg A pensarci bene basterebbe una nuova forma di cultura, anche in embrione per riavviare il motore dell’intelletto. 

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