LaCaravella … esplorazioni controvento

senza rancore, disse l’uomo con la penna, mentre scriveva un maledetto epitaffio sulla schiena del suo boia mancato

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Una piccola vecchia storia

Scritto da GUNNAR il 20 Febbraio 2009

 

Accidenti, sono in ritardo nelle risposte.

Ma ho sempre molte cose da fare e non sempre ho il tempo di finirle. Le metto in attesa e appena posso mi do da fare.

Devo a tutti una storia. Ma a te la dedico che anni fa ti persi di vista. Mi hai chiesto di me. Bene non so da che parte cominciare.

Credo che ti racconterò alcuni pezzi della mia vita e comincerò dal periodo in cui smettemmo di frequentarci, quando ognuno seguì la propria strada senza voltarsi indietro. Troppo giovani e troppo distratti per farlo.

Anche tu mi hai raccontato qualcosa di te e te ne sono grato. Ho provato una sorta di malinconica tristezza nel leggere le tue vicende. E non so dire se quello che andrò a raccontarti ti potrò confortare o divertire appassionare.

Ma è pur sempre una storia. 10_25_086_13_07.jpg

Alcuni la conoscono. I dettagli non li conosce nessuno. Quelli li tengo per me. Direi che sono poco divulgabili.

Comunque sia le cose non sono andate come mi auguravo anche se in definitiva non so ancora adesso cosa in realtà stessi cercando.

La storia è lunga. Con alcune sorprese. Credo che te la racconterò a pezzi lasciando a te il piacere di ricucire i dettagli che non dirò.

Dopo il liceo sono andato all’università. Medicina. Un esame di anatomia, un bell’esame e ben fatto ma la retta universitaria era esorbitante e mio padre aveva altri tre figli. Non diceva nulla, ma io avevo capito benissimo. Gli feci sapere che non me la sentivo di frequentare medicina e cambiai facoltà.

Filosofia.

Così avrei potuto studiare e lavorare contemporaneamente e non avrei pesato sulla famiglia. Mio padre non disse nulla ma credo me ne fosse grato. Per lui era una preoccupazione di meno e poi non si spiegava cosa potessi farci con la filosofia ma, anche questo lo tenne a lungo per sé.

Anche in questo caso il primo esame fu uno spettacolo. Però il tempo era passato in fretta e una dimenticanza da nulla, una bazzecola, una pinzillacchera (direbbe il poeta) mi fa comparire due carabinieri a casa una mattina, in mano una cartolina precetto di colore rosa. Senza appello. Tauriano di Spilimbergo mi attendeva per la mia naja. E dove diavolo è Tauriano di Spilimbergo? E mia madre poi, una faccia da funerale e molte lacrime versate.350px-millais_-_ophelia.jpg

E quando ci dovevo andare a Tauriano di Spilibergo? Entro mezzogiorno di venerdi. Proprio così meno di 48 ore.

Nel frattempo, tra la fine del liceo e Tauriano avevo fatto molte cose: ero stato a Parigi due mesi a studiare pubbliche relazioni mentre la sera lavoravo in una birreria e a Napoli avevo avuto il tempo di fidanzarmi con una graziosa morettina di nome Jole. All’epoca, ricordo bene, ero considerato un tipo un po’ sfigato. Di quelli che le ragazze non se lo filano nemmeno per sbaglio o per far ingelosire il proprio amico riottoso. E quella Jole comparsa per caso e subito amorevole e disponibile mi sembrava una visione.

La partenza per la leva mi colse a soli cinque mesi di fidanzamento durante i quali per quella ragazza avevo fatto pazzie e il contrario delle pazzie.albero_ok1.jpg

Non sono sicuro che sia proprio quello. Comunque se proprio devo è certo che quello che provavo è molto simile a quello che si racconta in giro e lo si chiama “amore”. Insomma, in quei giorni, per lei avrei fatto qualsiasi cosa. Ne sono certo. Ma la partenza per il Friuli troncò di netto la storia. Per alcuni mesi di naJa non me ne ero reso conto. Le scrivevo una lettera al giorno, Le raccontavo storie vere e inventavo storie solo per parlare con lei sulla carta. Aspettavo, la prima licenza e poi la seconda e poi la terza. Nell’ottobre del 1974 ero venuto in licenza e raggiunsi Jole a Ravello. Lei figlia di un grosso avvocato napoletano e anche ricca di famiglia passava l’estate nella villa di Ravello. Le andai incontro durante uno dei concerti che si tengono in una famosa villa ogni estate a Villa Ruffolo.

Immagina la scena: Entra tra i viali alberati del parco della villa un bersagliere con tanto di cappello piumato e una fanciulla splendidamente di bianco vestita lo riconosce e lascia gli amici per andargli incontro… abbraccio e fuga verso il mare tra sguardi ammirati e qualche applauso mentre nell’atmosfera di sfondo una musica di violini s’innalza prepotente.

Riderai forse, ma, credimi, ricordo ogni dettaglio, i fiori, le siepi, l’abito d’un pallido color crema, i suoi occhi grandi e dolci e i visi di alcuni tutt’intorno a me. Ricordo la sera sul mare di Amalfi e le onde che piano s’infrangevano sulla sassaia di fronte al Duomo di Amalfi.

Quando la lasciai per andarmene ero furioso e mi resi conto, appena una luce di chiarezza interiore, che non sarebbe mai stato credibile un futuro tra me e quella fanciulla. Non era una cosa che potesse avere un futuro.

E non ebbe futuro, infatti. Io continuai a scrivere, una lettera al giorno, ma lei smise di rispondermi, le telefonavo, ma non la trovavo. Poi andai di novo in licenza. Mi abbracciò con foga, mi tenne stretto a lei a lungo. E mi disse che potevamo sposarci. Che aveva già pensato ai confetti e agli inviti. Sono uno spiantato le dissi, non posso offrirti granché, e i miei genitori non hanno altro che i figli che è la loro sola ricchezza.archeological-reminiscence-millets-angelus-salvidor-dali.jpg

Non dovevo pensarci mi rispose, avrebbe pensato a tutto suo padre e la madre ci avrebbe regalato la casa di Ravello e saremmo andati a vivere lì. Andai dirlo a mia madre, lo dissi agli amici, lo raccontai a tutti, e tornai a Tauriano di Spilmbergo per l’ultima volta. Vi passai gli ultimi tre mesi con un’ansia e una felicità indescrivibili. Mi sentivo allegro.

Ma le lettere che scrivevo, una al giorno, ricevevano sempre più rare risposte.

Quando mi congedai e ritornai a casa, mia madre mi disse che Jole non la vedeva da tre mesi, dall’ultima mia partenza. Al telefono Jole non rispondeva. Qualcuno mi disse ch’era a Ravello. Ed io andai a Ravello. Quasi mi ammazzavo andandoci, e l’amico che mi accompagnava m’impedì di continuare a tenere il volante. Guidò lui fino alla casa sulla collina. Vi trovai sua madre che quando mi vide scoppiò a piangere.n1640624919_114265_5002.jpg

Ed io le chiesi dove fosse Jole. Ma la sua risposta fu strana e condita con lacrime. Forse torna più tardi mi disse e si mise seduta sulla sdraio sulla terrazza rivolta al mare. Aspettai, aspettai fino a sera. Poi il mio amico mi disse che non poteva stare oltre e lasciai quella donna con un bacio. Avevo capito.

Jole non era più la mia fidanzata. E ancor meno la mia futura sposa.

Solo non aveva avuto il coraggio di dirmelo, non ne aveva la forza.

Sapevo che c’era dell’altro. Ma solo dopo qualche tempo scoprii che da molti mesi frequentava qualcun altro, un cugino lontano, un futuro medico. Il caso è sornione e ironico con le vite umane. A volte è anche perfido.

Aveva davvero preparato bomboniere, e confetti, e inviti di nozze. Ma non c’era il mio nome su quegli inviti. Né da protagonista né da ospite.

Mi presi due settimane per chiarirmi le idee e poi mi misi a studiare. Tre anni e due sessioni dopo ero laureato e pronto ad affrontare un diverso futuro.wp_napoli_panorama_16001.jpg

Gentile amica mia, adesso interrompo, ma presto ti scriverò altro.

Come vedi ho molte cose nello scrigno.

Gunnar

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