LaCaravella … esplorazioni controvento

senza rancore, disse l’uomo con la penna, mentre scriveva un maledetto epitaffio sulla schiena del suo boia mancato

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  • Dopo l'incubo ecco la realtà

    Dopo l'incubo durato diciassette anni e qualche mese ecco la realtà: si sta camminando senza scarpe ai piedi e il pavimento è pieno di cocci di vetro. Impressionante chiedere sacrifici. Ancor più è non farli. I piedi nudi sanguinano ma solo in fondo al passaggio obbligato si possono trovare bendaggi sterili. Il miserello che ha voluto tutto questo non si redime. Anzi minaccia e primeggia attraverso i suoi boiardi che non accettano sconfitte. Adesso si è definito un nuovo totem da adorare. Si chiama "Spread": cosa voglia dire di preciso è fatto oscuro. Ma è invece molto chiaro che più i termini sono oscuri e più la gente è disorientata. Più la gente è disorientata è meglio la si può controllare.
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  • Senza storia ma libero

  • Il tempo sta per scadere

    Il Paese è come un giocattolo in mano ad un bambino capriccioso. Non sa cosa farne e lo sbatacchia a destra e a manca. Molto divertente vederne saltare i pezzi.
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Archivi per Maggio, 2009

La sentenza Mills e un presidente del consiglio privo di senso del pudore

Scritto da GUNNAR il 20 Maggio 2009

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Dopo che alcuni giornali hanno messo in rilievo ciò che tutti sapevano da molto tempo, e su cui per l’ennesima volta la magistratura indagava, ma che nessuno osava esprimere, ecco puntuale la dichiarazione di Berlusconi in conferenza stampa all’Aquila e riportata dalla stampa di oggi 20 maggio 2009.

Ho annunciato questa mattina la mia intenzione di fare un intervento in Parlamento sulla sentenza Mills e, appena avrò tempo, lo farò. In quella sede dirò finalmente quanto da tempo penso a proposito di certa magistratura“.

E quindi subito afferma che si tratta di “una sentenza scandalosa e contraria alla realtà, in appello sarò assolto. Questa opposizione sconfitta sul piano delle cose concrete si attacca a cose di questo tipo come già fatto in passato in modo vergognoso sulle veline che non sono mai esistite“.                       svberlusconi_wideweb__470x3120.jpg

Non è una cosa aboniminevole per la società, per la dignità di un Paese, per tutti i cittadini che vivono entro i suoi confini, per ogni istituzione degna di questo nome, che un presidente del consiglio continui a credere che tutto gli deve essere permesso? Che tutto gli è dovuto? Che tutto debba essere a sua disposizione sempre e comunque?

E non è indegno di un Paese civile che la gente non voglia trovare il coraggio di ribellarsi a tanto oltraggio.

Io mi sento offeso personalmente dalla presenza al governo di un simile personaggio.

Ritengo che la mia esistenza di cittadino sia messa in serio pericolo da quest’uomo e dalla sua innegabile voglia di protagonismo. Credo che sia pericoloso e credo che i suoi alleati più sodali lo siano quanto lui.

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Occorre resistere a oltranza contro questo sfacelo. Occorre impedire in ogni modo che i nostri figli paghino per gli errori e la stiltezza di un uomo solo e per di più arrogante e strafottente.

Ma la cosa peggiore di tutte è il fatto che sia un mentitore dichiarato. egli mente su tutto, sapendo di mentire e convincendo chi gli vuole stare intorno che siano gli altri a mentire.

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Peccato che “gli altri” non hanno nulla da difendere se non la prorpia esistenza e la prorpia libertà mentre il Presidente del Consiglio deve difendere solo il suo portafoglio.

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iL CoNtRoLLo

Scritto da GUNNAR il 19 Maggio 2009


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Il controllo è esattamente ciò che distingue il puro potere da tutto quello che si possa definire esercizio di governo.

Vorrei per un momento tornare al discorso sul comportamento etico. Il significato di “controllo” me ne da un’opportunità ulteriore.

Cerchiamo di chiarire alcuni elementi di base. Non intendo parlare del controllo di qualità, e nemmeno del controllo degli esami svolti, e ancor meno del controllo di analisi mediche o di qualsiasi altro genere di controllo tecnico su procedure strumentali o su valutazioni di merito.

Mi voglio riferire al controllo sociale in senso stretto. Ovvero il controllo per il quale qualcuno (o alcuni) esercita un potere su qualcun altro (o su molti altri).

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Se desidero indurre un gruppo di persone a fare cose in modo che poi possa controllarne i risultati attraverso il controllo dei comportamenti ho almeno due possibilità a mia disposizione. La prima è quella di imporre la mia volontà. La seconda è quella di indurre un tipo di comportamento facimente verificabile attraverso una specie di catechizzazione.

La Chiesa Cattolica, ad esempio, nel corso di secoli di evoluzione ha provato tutte le sfumature di entrambe le forme e oggi, ancora, talora indulge in una sorta di reminiscenza di idee che sembrano recuperate dall’archivio di epoche buie ma che, evidentemente, ritiene che possano ritornare attuali. D’altro canto è evidente che le altre religioni di tipo monoteistico, come l’ebraismo o l’islam, ricorrono volentieri (ogni giustificazione è possibile anche se resta pur sempre una giustificazione) all’imposizione violenta e non certo ad una incruenta catechizzazione.

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Dunque si torni al controllo.

Esercitare il controllo, avere a disposizione un controllo su qualcosa, agire sotto il controllo di qualcosa o di qualcuno, imporre il proprio controllo a qualcuno o mettere sotto controllo un sistema, sono tutte espressioni chiare, immediatamente comprensibili. Ridotto ai minimi termini si può dire che il “controllo” è un esercizio di potere su qualcosa o su qualcuno che viene realizzato da qualcosa o da qualcuno. Nell’accezione che voglio utilizzare, il controllo altro non è che una sorta di esercizio di potere sul sistema sociale o sulle persone fisiche. Potrebbe anche definirsi sorveglianza. Ma ancor meglio e più precisamente mi interessa il controllo sull’agire delle persone.

Abbiamo allora almeno tre livelli attraverso cui si può esercitare tale tipo di controllo e tutti possono essere attuati da un unico sistema di comando (o, se si preferisce, di gestione)

Mettiamo che io sia un despota e voglia il controllo assoluto senza ricorrere alla violenza. Mi servirò di

  • un sistema di comunicazione servile e capillare,

  • utilizzerò il substrato religioso a mio favore,

  • oppure lo renderò vincolato al mio volere,

  • quindi entrerò, con un’azione di propaganda continua, nel sistema della cultura popolare. Quella che consente alle persone la vita quotidiana, i luoghi comuni, il dire semplice per il riconoscimento e l’utoriconoscimento,

  • utilizzerò e farò diffondere stilemi e locuzioni di facile presa e di immediata comprensione.

 

L’immediatezza della comprensione ha il difetto di essere estremamente generica e facilmente adattabile a moltissime condizioni quindi è manipolabile e spesso autocontraddittoria. Ma a meno di non averne la necessità, non sarà quasi mai sottoposta a verifica né semantica né empirica.


Quindi  se qualcuno pensa che sia un tipo di operazione facile ha ragione.

Lo è.

In realtà una difficoltà esiste e per molti è del tutto insormontabile: si tratta della capacità di acquisire una forza economica non indifferente. Molti partono da una rapina, nel senso che non hanno forza economica e se la procurano a danno di qualcun altro. Altri hanno un grande ascendente personale su adepti che diventano procacciatori di fondi e si convincono che ciò li renda insostituibili.

A volte hanno ragione. Il più delle volte invece quando non sono più capaci di procacciare denaro vengono prontamente sostituiti.

 

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In altri casi le cose vanno diversamente.

Basta poco per cadere dal piedistallo. A volte basta una sentenza che finalmente fa luce su molte cose oppure una scappatella con una quasi minorenne dal cervello imbevuto di chiacchiere.

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La narcosi di chi sta a guardare…

Scritto da GUNNAR il 18 Maggio 2009

Monza, martedì 5 maggio 2009

La narcosi di chi sta a guardare è molto simile alla fede di chi si sottomette ad un credo e non si pone domande giacché conosce tute le risposte.

Cosa regge ogni processo di crescita umana?

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Qual’è il fondamento essenziale senza il quale non è possibile parlare di evoluzione, di sviluppo, di comunicazione, di libertà di pensiero?

Non ci sono molte risposte.

Raccolte le informazioni necessarie sembra che di risposte ce ne sia una sola: la conoscenza.

Ricordate? L’albero della conoscenza,la mela, il frutto proibito? Il libro delle religioni monoteistiche, quelle della verità rivelata, quelle del dio unico creatore di ogni cosa e detentore di ogni certezza e di ogni verità si esprime con chiarezza su una sola proibizione: la vera proibizione assoluta da rispettare e la cui violazione è distruttiva per il semplice fatto che rende gli umani capaci di “conoscere” ed è la proibizione di cercare di conoscere.

Ci si può domandare quale conoscenza? Non certo una conoscenza in particolare, ma la conoscenza. Quella generale che abbraccia ogni cosa e che rende possibile esprimere un giudizio, che rende opinabili le verità rivelate, che esprime dubbi prima di arrivare a conclusioni apprezzabili. La conoscenza, in definitiva non ha limiti, non si può arrivare ad un certo punto e dire che la conoscenza è finita, che da quel momento in avanti non si può più conoscere.

logo_acc.gif    Un gradino di conoscenza implica che ce ne sia un altro da salire. E non ci sono limiti. O, se si preferisce, l’unico limite è nella capacità umana di apprendere. Il vero limite è nella mente degli uomini. Sono essi stessi i soli che possono superare i propri limiti.

Da epoche oscure e remotissime la vera lotta è una lotta di potere.Da un lato la vita e la conoscenza. Dall’altro la morte e l’ignoranza.

Da un lato chi sa, o crede di sapere. Dall’altro chi non sa e si convince di non dover sapere.

Di là quelli che sanno e usano il loro sapere. Di qua quelli che non sanno di non poter prendere decisioni libere perché non hanno abbastanza informazioni, perchè le informazioni che hanno sono poche e mal costruite oppure sono finte e artefatte.

Dunque il destino, la vita stessa, dei secondi è semplicemente nelle mani dei primi.Anche quando i primi sono ben disposti e tolleranti verso i secondi, la loro forza li rende crudelmente manipolatori, fisicamente superiori, materialmente vincitori. La loro sopravvivenza nel tempo e la loro eredità genetica è di gran lunga più certa. La conoscenza è il primo strumento che crea l’abisso tra chi può scegliere e chi deve sottoporsi a scelte altrui.

Tra chi sopravvive e chi soccombe. Tra chi ha il potere e chi lo deve subire. È come mangiare la mela dell’albero della conoscenza nel giardino dell’Eden

In estrema sintesi la mela non deve essere mangiata. grand_logolasorbonneiv.gif

Ma perché lasciarla a portata di mano allora? Perché è il limite?

Il limite costituisce il punto di non ritorno. Ci si può anche approssimare, ma non lo si deve valicare. Valicare il limite significa mettere in discussione il potere. Significa mettere in discussione la necessità di soccombere sempre e comunque.Significa anche una scelta indipendente. Ma ciò non può essere tollerato.Dunque il fondamento del potere è intimamente collegato alla fede. La fede implica ignoranza. La fede è nemica della conoscenza. La fede implica sudditanza, sottomissione, auto-esclusione, prigionia mentale prima che materiale e fisica.L’uomo o la donna che hanno fede dicono di non aver bisogno di altro che di credere in dio creatore e onnisciente. Essendo tutto in lui e da lui tutto deriva non serve altro che la sua parola a cui credere. Ma non potendo avere la parola di dio (dio non parla agli uomini) ci si accontenta di credere nelle parole scritte da altri che dicono che altri ancora hanno sentito la parola di dio attraverso le azioni di dio che si sono manifestate in forma fenomenica per destare la loro meraviglia.Una barriera separa il potere di dio dagli uomini e non è la materialità giacché essa è una emanazione di dio e, quindi, facilmente superabile da dio stesso.Si tratta di una barriera cerebrale. È la barriera per definizione. La barriera oltre cui mai un umano potrà andare in quanto rappresenta il limite tra il conoscibile e l’inconoscibile.Il ragionamento è più o meno il seguente:Io sono limitato nel tempo e nello spazio. Alla fine della mia vita io non esisto più ma il tempo non si esaurisce con me. Altri verranno dopo. Ma che ne sarà di me? Cosa accadrà della mia storia, dei miei ricordi, delle mie esperienze, della mia fatica fatta per tuta l’esistenza? Come può accadere che io nasca e viva solo per diventare pasto per vermi? Come può accadere che tutto il vivere della mia esistenza si esaurisca in un refolo di respiro e non resti null’altro che un mucchio di terra da concime? Non può essere e quindi deve esserci qualcosa “dopo”.Un dopo impreciso e volutamente incerto e indescrivibile. Ma chi ha fatto il “dopo”?

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Ecco il potere. Esso si manifesta nell’atto sublime della creazione. Il dopo l’ha fatto qualcuno che lo conosce, e che conosce anche il prima e il sempre. Una simile entità non può che essere immortale, infinita, onnisciente e onnipresente. Non può essere che un dio.

 

E se è così come si fa non credervi? Come sarebbe possibile dubitare?Soprattutto si immagini il momento in cui il dio si è affermato nella mente degli esseri: si tratta di un’epoca in cui gli dei popolavano le terre e i mari e i monti. Divinità che da concrezioni solide o aeriformi o liquide si erano andate trasformando via via in entità antropomorfe assumendo sempre con maggiore consistenza la materialità umana come struttura riconoscibile.

 

Ad un certo punto della storia gli uomini non hanno potuto tenere più il conto delle divinità ma soprattutto non hanno più condiviso con esse la fallibilità, l’errore, la mancanza di giustizia, l’assenza di un’etica del fare. Probabilmente in coincidenza con il rimescolarsi delle forze economiche e politiche che andavano trasformandosi all’interno della struttura dei popoli.Più l’economia era incerta al tramonto dell’impero di Roma e più si sentiva il bisogno di instaurare una forma più sicura di vita, magari più povera, più semplice, più sottomessa alle condizioni esterne, casuali e capricciose, ma almeno più moralmente ineccepibile. Occorreva un elemento che catalizzasse l’insieme delle condizioni di incertezza e le focalizzasse sul comportamento di una società in via di disfacimento per poterla preservare dall’autodistruzione.Occorreva spostare l’asse del potere. Occorreva spostare le linee di controllo dallo scranno imperiale al soglio papale. Ci sono voluti alcuni millenni ma il gioco è riuscito perfettamente.Non si tratta di convincimenti storiografici. Non possono esserlo.Forse, in futuro, gli storici di un’epoca post-religiosa si faranno garanti di decidere sulla concretezza di tali ipotesi.Tuttavia non ci sono molti dubbi, oggi, agli occhi di un laico, sull’entità del potere, esercitato attraverso il controllo assoluto della mente, di quel geniale meccanismo di sopraffazione che è la religione. Meglio se di tipo monoteista.Come può collegarsi con il potere temporale? Semplicemente attraverso l’esercizio di un tacito patto. Un patto che talvolta non è nemmeno tacito.Il politico di turno che voglia esercitare il controllo non ha altro vero strumento che cercare qualcosa di molto simile al consenso. L’alternativa è la violenza pura e semplice. Ma senza ricorrervi non si può fare a meno di una quota di consenso ed esso può essere ritrovato solo attraverso il controllo dei comportamenti a sua volta controllati dalla convinzione che si tratti di comportamenti socialmente accettabili e sincreticamente condivisi. Pena l’esclusione, l’ostracismo, la messa al bando, l’esilio, l’isolamento, l’impossibilità di esprimere la propria libertà di azione sotto molteplici sfumature.  Allora il potere (quello che si vuole mantenere) per poter essere forte e prolungato nel tempo deve creare un sistema di relazioni fondate. Qualche forma di fede con annessa barriera insuperabile. Basta l’esclusione per generare la paura di sentirsi condannato? È sufficiente la paura di una forma di isolamento sociale, la povertà economica, la povertà delle relazioni, per sentirsi vincolati alla fede cieca nel dio creatore eterno?

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Forse no.

Forse non è sufficiente.

Ovvio, che una qualsiasi fede non si mantenga per il semplice fatto di essere data da una verità rivelata. Occorre un catalizzatore, uno strumento che sia coercitivo ma che non lo sembri, occorre innescare una paura profonda che è tanto più profonda quanto più la mancanza di conoscenza è assoluta e irreversibile. La paura è il secondo strumento del potere.

Ogni religione monoteistica stabilisce il radicamento della paura nella diffusione e nel mantenimento della verità rivelata e nella diffusione di una certezza: un mondo ultraterreno eterno in cui la felicità nasce dall’essere stati sottomessi da vivi e l’infelicità se da vivi si è cercata la ribellione.Un mondo in cui la morte sia liberatoria. Ma un mondo a cui si possa accedere solo se la vita è stata rifiutata perché ci si è adattati, ci si è sottomessi, ci si è lasciati schiacciare dal controllo di qualcuno che parla per bocca di un terzo a cui si riconosce una legittimità senza controlli.Il sacerdote parla in nome del dio. Il potente politico parla in nome della verità del popolo.Ma, come ognun sa, il popolo non parla. Al massimo urla.E come chiunque può controllare ogni sacerdote parla per sé e non certo per dio. Se non fosse così ogni sacerdote si replicherebbe all’infinito a meno di non credere che dio cambi idea e dica cose diverse ad ogni omelia o ad ogni cambio di pulpito. Da ciò deriva che chi si sottomette rinuncia a cercare la conoscenza nella vita materiale per ottenere mielosa felicità - dopo la morte - nella vita immateriale.Curioso e singolare che i più fervidi credenti oggi siano spesso anche i meno volenterosi a rinunciare alle comodità della vita terrena.Ne deriva, per logica sequenza, che chi rinuncia a sottomettersi in vita è destinato all’eterna sofferenza.La paura che, presumibilmente all’inizio del processo di indottrinamento, è imposta con la violenza delle esecuzioni, dei processi, delle condanne pubbliche e delle maledizioni feroci, è andata via via sedimentandosi diventando una nascosta enclave genetica. Nella cultura antropologica dell’occidente la morte rappresenta la paura estrema ed è con tale paura che inizia il cammino terreno e con tale paura si vive tacitamente fino alla fine.Una paura che viene trasmessa attraverso una cultura deformante e catechizzante fin dall’origine dell’apprendimento con più forza di quanto non possa essere trasmesso il colore degli occhi o il colore dei capelli. Una paura del tutto inconsistente e per questo motivo inalterabile, indeformabile, inattaccabile.    

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Si può disinnescare la paura? Può essere resa attaccabile e smontata fino a renderla semplicemente un fenomeno come i molti che si possono misurare e con cui si può convivere senza rendersi l’esistenza un baratro di infinita infelicità?

Anche in questo caso si deve individuare un controllo uguale e contrario negli effetti e che faccia in modo di sostituire l’ignoranza con una conoscenza vera, la conoscenza del mondo, dei fenomeni e degli accadimenti che si modellano sulle azioni degli umani. Ma non basta la conoscenza da sola. Occorre anche bilanciare il potere del tempio e del trono per potere esercitare il frutto della conoscenza stessa. E per far ciò occorrono molti sforzi, una diffusa e capillare disciplina destinata a bilanciare la paura attraverso la diffusione di ragionevoli dubbi sulle verità rivelate e diffondere le certezze sulle verità pragmatiche, prometeiche. La verità del caldo e del freddo, dell’espansione e della contrazione, del pulsare della vita e del freddo della morte. La verità dell’esistenza materiale, la verità della parola che trasmette conoscenza e non della conoscenza che si fa parola.

Al contrario di ciò che si è soliti pensare (si tratta di un pensiero indotto ovviamente) il dubbio non implica paura, semmai implica la necessità di affinare la conoscenza. Implica la necessità di avere molte più informazioni disponibili, si tratta di eliminare di volta in volta il moltiplicarsi di ramificazioni sterili.La conoscenza è potere e può anche essere un potere buono.Il potere è la facoltà di prendere delle decisioni utilizzabili e finalizzate alla ricerca di una serenità materiale, una felicità mentale. Ma allora ogni volta che si parla di potere si parla implicitamente di una lotta di tutti contro tutti? Sarebbe un inno alla guerra infinita.

Ovviamente non è così. Questa è l’oggettiva visione che viene costruita e inculcata da sempre proprio per tenere lontano il vero progetto di vita. E ribadisco progetto dal momento che mai si è voluto renderlo vero attraverso una sperimentazione materiale. Ma lo si è tenuto ai margini della conoscenza per la parossistica voglia di impedire che il controllo venisse meno. O meglio per impedire che il controllo cambiasse di mano. Si tratta di una cosa abbastanza semplice da dire tanto quanto difficile da diffondere. La paura che persiste la rende semplicemente inverificabile. Una volta che ho la conoscenza non devo far altro che utilizzarla per rendere la mia esistenza gradevole.

Ciò che ne nasce è un benessere fisico e mentale. Non vivendo isolato non posso fare altro che stabilire condizioni paritetiche di benessere con i miei simili. 

Tutti gli umani hanno uguali condizioni di conoscenza primigenia. Dunque tutti gli umani possono accedere alle stesse fonti e allo stesso sapere. Ognuno per la parte che ritiene più utile alle sue scelte. Ognuno per la forma di vita che ha deciso di seguire.

Quando la paura si affievolisce (o scompare) non esistono motivi che impongano scelte obbligate. Non si creano luoghi di malessere, non vi sono più le condizioni di sudditanza o di sopraffazione perché non servono, non aggiungono e non tolgono nulla a quanto già si può ottenere semplicemente scegliendo cose o condizioni diverse. 

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Quando resistere è un dovere morale.

Scritto da GUNNAR il 14 Maggio 2009

Il culto del potere passa attraverso la mercificazione della personalità (quando essa è, o appare, dominante).

Se n’era già reso conto perfettamente Voltaire. Forse anche altri prima di lui.4800.jpg

E, ai nostri giorni, tutti i tecnici del marketing lo fanno con perniciosa e impersonale “non chalance” perché in definitiva è una meccanica operativa di base per costruire un mercato intorno ad un prodotto.

Che il prodotto sia un dentifricio oppure un programma politico poco importa.

Al dentifricio si associa l’insieme dei “medici dentisti” al programma politico si associa un insieme di persone che si dichiarano convinti di quel programma.

E la comunicazione che ne deve scaturire rivolta alle persone che “acquisteranno” il prodotto fa il resto.                                                        

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C’è stato un momento in cui tale comunicazione era studiata nei dettagli in appositi laboratori strategicamente definiti come moduli di progettazione comunicativa. Poi, quando il modello s’è andato diffondendo, ognuno ha trovato il suo proprio modulo comunicativo. La maggior parte di tali moduli passava attraverso la mediazione della TV come strumento di diffusione e la tecnologia del tubo catodico ha portato a termine la diffusione capillare dei vari messaggi.  Essendo però diventati troppi i messaggi e spesso in evidente contraddizione gli uni con gli altri si è aggiunto l’urlo. Come quando ci si deve far sentire in mezzo ad una selva di rumori, come quando alla stazione tra i suoni dei treni in arrivo e in partenza, tra la folla vociante e i rumori di fondo si chiama il proprio amico da una parte all’altra dell’atrio. Si urla e si gesticola più per attirare la sua attenzione che per parlargli.  

                                                                                                                                                                      E’ questa la tecnica adottata nei salotti televisivi, Sgarbi docet. Non importa cosa si dica, ciò che conta è che si sia da soli a parlare, pardon a urlare. Così gli altri abbandonano o perché stremati o perché sopraffatti. Raramente perché non abbiano argomenti. Semplicemente non possono esporli, i propri argomenti oppure, peggio che mai, esporli a intermittenza, spezzettati, a brandelli equivale a distruggerli, quegli argomenti.

Antonio difese la memoria di Cesare e accusò i suoi carnefici nel silenzio più assoluto di una piazza pietrificata. Il silenzio aleggiava su tutto, un silenzio vestito del manto bianco e purpureo di un grande che alla storia consegnò sé stesso e l’operato suo. E dentro quel silenzio la voce stentorea di Antonio distruggeva la viltà dei congiurati.

Socrate invocava maieuticamente un intervento, una parola, un argomento da parte dei suoi allievi e, al primo manifestarsi di un pensiero fatto parola, egli stesso ascoltava con sacrale silenzio. Mai una frettolosa conclusione, mai un giudizio, mai una sola parola prima che il suo interlocutore avesse concluso la sua idea sotto forma di discorso compiuto. Socrate conosceva l’arte della genesi del pensiero ma sapeva anche che essa si manifesta nel riconoscimento dell’altro nel silenzio che si crea intorno, un vuoto di suoni, quasi pneumatico, di chi ha voglia di ascoltare per capire.

E Jefferson declamò la carta dei diritti universali davanti ad un primitivo congresso qualche anno prima che in Francia esplodesse la rabbia del popolo in rivolta. Negli Stati Uniti appena nati il significato della parola libertà si espresse attraverso il riconoscimento dell’eguaglianza tra le persone, tra i popoli e tra le idee. E questo riconoscimento fu accolto da ovazioni solo dopo che per un lungo interminabile istante di silenzio i loro significato si fece strada nella mente e nello spirito dei convenuti. Ci sono voluti due secoli e mezzo ma il cammino liberatorio e multietnico di quel paese, adesso è chiaro, è un elemento inarrestabile.                                                                                                                                             I francesi, dal canto loro, fecero seguire al sangue e alla rivolta, un silenzio sospeso prima di avviare la nuova era.                                          

 pacco.jpg     se lo dice lui…

 I giorni che viviamo sono difficili.

Di una difficoltà assolutamente insondabile.      

Un Paese che ha sofferto come mai altri l’incapacità di esistere per sé stesso senza una vera ragione unitaria, per via dell’impero romano? Per via della chiesa di Roma? Per via delle fazioni comunali del alto medioevo? Per via della sfasciata e inconsistente passerella di imperatori e re a spasso per le strade della penisola? Per via della insanabile povertà culturale delle masse rurali lasciate ai margni della storia da principi e signorotti tanti avidi e astuti quanto insignificanti nel costruire una vera storia nazionale?                          Chissà.                                                                                                                                                              Ma forse ci sono responsabilità più recenti, ci sono svendite di cervelli, ci sono autarchie improbabili, ci sono imperialismi tanto affascinanti quanto velleitari, ci sono conflitti in cui sarebbe stato molto più saggio non entrare, molti conflitti.                                                                                                                                                                                                               Forse tutti.                                                                                                                                                          Ci sono stati personaggi da operetta che si sono vestiti da statisti e hanno avuto la ruota della fortuna dalla loro parte, o forse non si è trattato di fortuna, si è trattato di ignoranza di popolo, di mancanza di informazioni equilibrate e verificabili. Forse si è trattato di stupidità di massa. Non saprei dire con precisione. Credo che storici accorti possano esprimersi meglio e con più argomenti.

il-re-malato.jpg   il re malato             

Una cosa però credo che sia del tutto inequivocabile: la profonda ignoranza della maggior parte delle persone che abitano questo Paese gioca solo a favore della fede cattolica della Chiesa di Roma e a favore di un potere temporale assolutamente e immancabilmente rapace, onnivoro, magniloquente e del tutto inconsistente. Un potere che affonda le sue radici nella terra umida e scivolosa della credulità popolare, nell’amore per il pettegolezzo e per il sentito dire piuttosto che per una sana e faticosa conoscenza razionale e argomentata sui fatti.                                                                                                                      In un clima di tale insipienza generalizzata le anime belle sono poche e destinate all’umiliante condizione di essere fagocitate dai rotocalchi rosa, dai “grande fratello”, dalla pochezza ostentata delle pettorute e scosciate fanciulle (un tempo erano le cortigiane) oggi in voga estrema in TV.

Ci sono coloro che si ribellano a tutto ciò. Certo che ci sono, sono molti, non abbastanza, ma ci sono.

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 c’è chi si ribella…

Cosa fanno?, cercano prima di tutto di capire con che strumenti comunicare. Loro parlano ma nessuno li ascolta. Essi argomentano ma gli altri sghignazzano oppure manifestano impudica paura, indegna volgarità o lubrica goffaggine utile allo sberleffo certo più che alla dialettica.                      Che fare?                       Non si è ancora potuto capire, non c’erano precedenti fin’ora di tanta dilagante stupidità.                                                                    Meglio, qualche esempio c’è stato, qualche avvisaglia s’è avuta e un ventennio di prove di idiozie si sono concretamente materializzate e sanguinosamente concluse.     

schiavi1.jpg       Ma non è bastato.

Negli Stati Uniti ancora si studia e si ricorda la guerra fratricida tra il nord e il sud. Ma gli uni e gli altri si sono riconosciuti vincitori e perdenti cedendo l’onore delle armi e delle idee alla parte avversa. Il tempo ha ricostruito una Nazione sfasciata dalla guerra ma ha anche rinsaldato la reciproca e formidabile stima, dentro tutte la difficoltà e le faticose incongruenze della storia.

Oggi quasi tutti si riconoscono come cittadini degli Stati Uniti d’America e si stringono intorno alla loro bandiera nel bene e nel male, nel sangue e nell’amore per la vita, nell’incoscienza del fare e nella dignità del progettare.

Dico gli USA perché ne ho notizia. Ma potrei citare i francesi a esempio di purezza e di dignità storica. Una dignità sempre crescente anche quando le vicende degli uomini che ne hanno fatto la storia complessiva non ne sono stati davvero all’altezza. Il fatto è che si tratta di un intero popolo di uomini e donne che nel bene e nel male sanno distinguere ciò che è di cesare da ciò che è di dio e sanno sempre riconsegnare a cesare ciò che dio ha voluto carpire.                                            Grande Nazione la Francia, quella di De Gaulle come quella di Sarkozy. Sotto questi nomi un intero popolo ha saputo lasciarsi governare quando lo ha voluto e ha puntato ostinatamente i piedi quando non ha voluto.                                                             Potrei prendermi altro spazio parlando dei Greci che si sono liberati dei colonnelli, degli Inglesi, dei Norvegesi, dei Finlandesi, degli Svedesi e degli Spagnoli, degli Austriaci e di altri Paesi europei che hanno saputo trovare non solo l’unità linguistica e culturale in cui identificarsi ma anche uomini capaci di pensare in grande un governo per tutti i singoli cittadini e non solo per farsi gli affari propri.

È il popolo che deve educare il proprio re e mai il contrario.

Ma ciò può essere solo se il popolo sa cosa chiedere, se sa cosa è bene e cosa non lo è, se sa come controllare l’agire del re (o del governo che si è dato). In ogni altro caso il popolo è solo suddito passivo, è umiliato nella condizione di gregge, è schiavo non soltanto di un despota ma di un miraggio che insegue fino all’orlo del baratro dove inevitabilmente sprofonderà.

Ciò che accade in Italia oggi è oggetto di molte considerazioni. Alcune molto serie e sono fatte soprattutto all’estero da persone molto colte e serie. Altre molto poco serie e sono tutte partorite sostanzialmente in seno alla classe di governo e all’entourage di cui si circonda.

Poi ci sono infinite considerazioni fatte da persone comuni che hanno la ventura di voler usare il proprio cervello e affidarsi alle proprie capacità di discernimento per ragionare sul proprio presente.

Voglio fare un’ipotesi anch’io, da persona qualsiasi, che non appartengo al governo e sono indifferente ai miei natali: l’agone politico, in questo Paese infelice, è un buco di bestialità senza fondo. E gli ultimi anni hanno dimostrato l’indistruttibile e coriacea copertura della classe di governo e di chi l’ha costruita a sua immagine e somiglianza.

Sotto non c’è alcuna ideologia, c’è solo l’articolazione di un potere da gestire, non c’è alcun orizzonte etico, nessuna forma di riscatto, di dignità, nessun orgoglio nazionale (ammesso che sia mai stato ritenuto cosa utile e spendibile). Nulla sostiene con più fragilità e così a lungo un governo quanto l’improbabile sete di potere, la sconfinata e proterva ricchezza personale che rende forti e spavaldi e l’incontenibile vuotezza di parole spese a pieni polmoni per incantare gli stolti.

Sotto, ne sono certo, c’è solo una volgarissima faccenda di soldi, una spartizione del mercato e una ulteriore suddivisione delle briciole sporche di cioccolata che vengono avidamente leccate da paraculi in giacca e cravatta.

Cosa si può fare di veramente serio?    

  gabbianodark2.jpg il gabbiano

Si possono cercare persone oneste con cui ricongiungersi, certo. Si può continuare a pensare fuori dagli schemi, si può essere fortemente critici e diffidare di ciò che sembra facile e a portata di mano.

Ma soprattutto si può resistere.

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