Qualsiasi etica è sempre un’utopia (parte I)
Scritto da GUNNAR il 16 Agosto 2009
Quale che sia.
Non ci sono limiti alle idee di nuovo conio.
Ciò che veramente conta è il fatto che sia possibile sempre riconoscerne il senso. Nell’animalità dilagante le idee sembrano essere scomparse per lasciare spazio solo alla brutalità del fare senza ragione.
Problema: ma è proprio necessario stabilire a-priori un’etica che serva da guida al genere umano?
Soluzione: no, non serve. A meno di non credere davvero che ogni individuo sia assolutamente indispensabile alla sopravvivenza della specie non è affatto necessario. Mi spiego meglio, ma so che è un compito difficile anche per via del fatto che mancano le parole adatte.
Dunque in principio c’è la vita sulla terra. Essa si manifesta in qualche modo e per alcuni milioni di anni si evolve secondo linee non chiarite del tutto dalla scienza moderna ma che, secondo le più accreditate teorie, sarebbero da definirsi come linee di adattamento alle condizioni ambientali circostanziali. Al cambiare di tali condizioni esterne l’adeguamento più rapido ha consentito alla specie di adattarsi più velocemente e quindi di evolversi ed espandersi. Più le singole specie, vegetali e animali si sono adattate più esse hanno avuto probabilità favorevoli per procedere nella scala dell’evoluzione seguendo una linea temporale.
Dunque le condizioni sono date dall’ambiente.
La migliore e maggiore capacità di adattamento ha favorito l’evoluzione delle specie ed esse si sono aandate stabilizzando secondo l’attuale forma biologica. Anche l’uomo sarebbe il prodotto migliore di tale adattamento. Utilizzo il condizionale non certo per dubbi e incertezze sottopelle quanto per lasciare la possibilità alla scienza di trovare ulteriori conferme o diverse teorie. Si tratta di un dubbio pragmatico e non ideologico per intenderci. Se ciò è vero tuttavia, e al momento nulla suggerisce il contrario, significa che il “sistema” natura ha concepito un meccanismo selettivo destinato alla conservazione della vita, in base al quale tanto più è adattabile la forza biologica dell’organismo tanto maggiore genera migliori aspettative di sopravvivenza. Col tempo, milioni di anni e miliardi di esseri viventi macerati nell’esistenza, alla comparsa dell’essere umano inteso come Homo Sapiens Sapiens, si è ridefinita la struttura del processo evolutivo. Infatti questa nuova forma di vita biologica non si è semplicemente adattata. Essa ha avuto il beneficio (biologico) di “pensare”, ovvero catalogare, categorizzare, accumulare pensiero e quindi conoscenza archiviandone i risultati presunti nella memoria, biologica, e utilizzarne a piacimento i risultati con una nuova forma di memoria che si definirebbe oggi di tipo “cognitivo” (solo parzialmente biologico).
Cosa significa tutto ciò? Molte cose ovviamente.Altrettanto ovviamente sia lasciata la parola ai biologi, ai medici, agli studiosi in genere competenti nelle discipline dell’evoluzione. Ma una cosa la possiamo dire anche noi che non siamo esperti. Diciamo da osservatori attenti.
Ogni umano, ogni individuo pensante, ha osservato sé stesso come diverso dagli altri esseri umani e si è posto una domanda: perché? Non avendo altri strumenti diagnostici al principio ha trovato spiegazioni di fantasia, si è dato risposte di comodo che potessero soddisfarlo. Ha inventato spiegazioni irrazionali, mitologiche, religiose, favolistiche, prive di qualsiasi concreta possibilità di essere verificate. Molte di tali spiegazioni sono scomparse o sono state sostituite da più sofisticate articolazioni dell’immaginario. Alcune sono sopravvissute fino ad oggi. Ma qualcosa di nuovo nella conoscenza si è realizzato essendo il pensiero cognitivo un processo legato all’evoluzione stessa e non al capriccio di una fede dogmatica o di un significante mitologico privo di sbocchi sperimentali e verificabili.
Tra le cose che si sono potute appurare ce n’è almeno una di interesse generale: l’uomo non è indispensabile allo sviluppo della vita sul pianeta. E non essendo indispensabile qualsiasi cosa faccia, distruttiva o conservativa, ha effetti devastanti su tutto il resto.
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Poi col tempo, ma non tanto tempo, il Sapiens ha scoperto che esiste un regolamento non scritto ma efficacissimo per vivere secondo natura, inizialmente, ma anche secondo regola comunitaria in un momento successivo: il mercato.
Diciamo che non son qui a scoprire l’acqua calda. Ma mi piacerebbe poter affermare che, essendo per me una sorta di illuminazione recente, intravedo un esito del tutto inatteso nella mia crescita culturale e nella percezione della coscienza civica di cui vorrei potermi nutrire insieme ad altri.Il mercato in sé stesso rappresenta esattamente ciò che sembra: una lotta per la sopravvivenza. In questo caso non si tratta di sopravvivere alle avversità della natura, e nemmeno di affrontare la lotta per la propria sopravvivenza fisica nel mondo selvaggio. Si tratta di sopravvivere nell’universo delle possibilità che si offrono nel corso di ogni singola esistenza.
Che ci sia qualcuno che per sopravvivere e ottenere la realizzazione del proprio desiderio cerchi di farsi spazio e accrescere il proprio potenziale controllo sul mondo che lo circonda non è né morale né amorale. Semplicemente è umano. Nel senso di animalescamente animale.
Che si cerchi con la regolamentazione sociale dei comportamenti più estremi di arginare la vitrea sopraffazione fine a sé stessa è civile. Nel senso di democraticamente civile.
Tra i due estremi esiste un’infinità di condizioni tutte legittime. A meno che non ci sia di mezzo una qualche morale (o una qualche etica) che condizionando i comportamenti nel senso dei desideri di perfezione “secondo qualcuno che quella morale o quell’etica decide di adottare”.
In tal caso sorge un dilemma davvero insolubile.Adottare la morale comporta rinunciare alla propria libertà soggettiva per potervisi adattare e contestualmente significa rinunciare anche a qualsiasi possibile variazione soggettiva che, alla lunga, comporterebbe il diniego della propria autodeterminazione e il trionfo dell’assoggettamento, dell’annichilimento, della morte della libertà, della fine della libera interpretazione e della miseria intellettuale.
Non adottarla potrebbe, sempre alla lunga, comportare la distruzione di molti incapaci di adattarsi a favore della sopravvivenza di pochi assolutamente decisi a distruggere chiunque si opponga alla loro ambita realizzazione di libertà.
Esiste una possibilità che gli estremi vengano resi sterili costruendo una condizione di vita che consenta a tutti di avere le stesse possibilità di partenza quantunque non garantisca a tutti le stesse possibilità di successo?
Probabilmente questo qualcosa è privo di connotazioni moralistiche e presenta solo una configurazione pragmatica. Essa non prevede scenari futuri, neppure insorge contro la propria storia. Questo qualcosa probabilmente è una sorta di autoregolamentazione dei rapporti di forza intersoggettivi che si evolve sulla base del libero scambio e del libero mercato. Una condizione che si svolge solo nella cornice di una legge da tutti condivisa e del tutto condivisibile. Una legge semplice comprensibile in cui il fare non esclude l’essere ed entrambi coesistono in rapporto al reciproco riconoscimento dell’unico diritto reale: il diritto all’esistenza: “Vivo e pertanto voglio farlo nelle migliori condizioni possibili. L’unico vero e indiscutibile limite che ho è l’identico diritto del mio prossimo a fare altrettanto. Qualsiasi altro paradigma normativo è solo un orpello moralistico e del tutto discutibile e opinabile”.L’etica, ma credo che ad essa possa essere assimilata anche ogni regola morale contingente, è un “desiderio” qualcosa che si vorrebe vero, qualcosa che dovrebbe essere sempre verificata, l’etica è il mondo delle idee perfette, l’etica è il luogo in cui nulla accade che non sia in equilibrio con ogni altra cosa.
Il mondo etico è il luogo cui si aspira, è il punto finale dopo ogni imperfezione giunta a dissoluzione. L’etica però, ha un punto debole: non può essere verificato che sia una sola, che sia perfetta in assoluto e che appartenga al mondo dell’utopica ideale unicità e perfezione del creato.L’etica è una costruzione della mente imperfetta che ambisce a diventre perfetta, è il centro di ogni misura, ne è il fulcro e il paradigma più pertinente.
Ma l’etica non si evolve. Se essa è perfetta emanazione della volontà del singolo all’interno di un sistema altrettanto perfetto che tutto prevede e tutto sa prevedere allora l’etica è un’aspirazione cui tutti tendono o tuti vorrebero tendere. Ma soprattutto è il luogo in cui ogni verifica è del tutto ininfluente.
L’etica è il luogo di ogni precisa perfezione. E, in quanto tale, essa non ammette dubbi: essa è Dio incarnato nell’agire etico. E’ la “morale” materializzate nell’inconscio della storia umana per lo meno da un millennio.
Ovviamente passerà, ovviamente finirà e sarà sostituito da altro, forse ci sarà un’altra religione. O forse finirà ogni religione convenzionale e apparirà qualcosa di assolutamente nuovo e indescrivibile nei termini che possiamo comprendere oggi.
Ma che importa.
Fino a quando un uomo penserà di poter dire ad un altro uomo che dovrà fare qualcosa che sia contrario alla sua volontà, una religione esisterà sempre anche se avrà un altro nome.
L’idea di libertà è un’idea assolutamente inapplicabile alla religione, allo stato etico, a qualunque assenza di autodeterminazione pura.
L’idea di libertà confina con solo con l’idea d’ingiustizia.
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