LaCaravella … esplorazioni controvento

senza rancore, disse l’uomo con la penna, mentre scriveva un maledetto epitaffio sulla schiena del suo boia mancato

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  • Dopo l'incubo ecco la realtà

    Dopo l'incubo durato diciassette anni e qualche mese ecco la realtà: si sta camminando senza scarpe ai piedi e il pavimento è pieno di cocci di vetro. Impressionante chiedere sacrifici. Ancor più è non farli. I piedi nudi sanguinano ma solo in fondo al passaggio obbligato si possono trovare bendaggi sterili. Il miserello che ha voluto tutto questo non si redime. Anzi minaccia e primeggia attraverso i suoi boiardi che non accettano sconfitte. Adesso si è definito un nuovo totem da adorare. Si chiama "Spread": cosa voglia dire di preciso è fatto oscuro. Ma è invece molto chiaro che più i termini sono oscuri e più la gente è disorientata. Più la gente è disorientata è meglio la si può controllare.
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  • Senza storia ma libero

  • Il tempo sta per scadere

    Il Paese è come un giocattolo in mano ad un bambino capriccioso. Non sa cosa farne e lo sbatacchia a destra e a manca. Molto divertente vederne saltare i pezzi.
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Archivi per Ottobre, 2009

L’eleganza delle idee la brutalità della prassi

Scritto da GUNNAR il 1 Ottobre 2009


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Immaginarsi in un mondo che non sia solo il luogo dei conflitti è un modo per ritenere che si possa sviluppare una specie animale di tipo  superiore. Ritengo che sarebbe ciò che uno scienziato farebbe in buona fede ogni scoperta  in più al suo percorso. Un piano nuovo, un universo nuovo, una nuova esistenza ammantata di nuovi orizzonti.

Potrei pensare al tutto come a un cervello in continua espansione. Sempre più materia grigia all’opera e sempre meno muscolatura attiva da sottoporre a sforzi.

Un simile universo inoltre a tendere verso una iperevoluzione della specie metterebbe in serio pericolo il settore merceologico del fitnees (si dice così?).

Ma potrebbe aprire infinite nuove opportunità assolutamente inimmaginabili.

D’altro canto che fare per pensare di progredire sul percorso evolutivo?

Comunque allo stato attuale non si prevede alcuna evoluzione, non in tal senso almeno.

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Ero intento a leggere qualcosa sulla coltura del vino in terra di Nebiolo e mi sono soffermato sull’affermazione di un noto viticoltore il quale sosteneva la bontà dei suoi prodotti vinicoli (decisamente di ottima qualità aggiungerei da amatore) adducendo tra l’altro la  motivazione che tali risultati fossero in gran parte dovuti ad un processo di evoluzione la cui scaturigine deve ricercarsi inevitabilmente nello spettacolare risultato di innovativi sistemi di coltivazione e trattamento del vino affiancati ad una centenaria tradizione di amorevole dedizione per la terra e la tradizione. Il vecchio che sopravvive nel nuovo mediante un processo di scontro incontro intergenerazionale.

Leggevo queste note e mi allontanavo dal buon vino per entrare nella opaca quotidianità del presente.

Il vecchio e il nuovo. Lotta tra generazioni. Sopravvivenza del più forte? Certo che no, mi sono detto, non si tratta di una questione di forza, di muscoli. Si tratta di una questione di idee. Le nuove idee possono facilmente soppiantare le vecchie, possono elegantemente assorbirle e rimaneggiarne al sostanza per farla rivivere sotto nuova forma, sotto nuova forza, con una inattesa eleganza.   

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Il vero problema consiste nell’avercele queste idee. Esse, quando esistono e la storia, quella non manipolata ad arte, dovrebbe avercelo insegnato, hanno una vitalità del tutto propria, si autoimpongono anche contro ogni propaganda, contro ogni manipolazione, contro ogni delitto di censura e di soffocamento. Le idee quando ci sono sopravvivono al fuoco della stupidità.Ma da dove scaturiscono idee nuove? Chi può vantare di avere vere idee nuove da proporre, da offrire, da utilizzare? Certo non le generazioni che si avviano alla loro conclusione biologica. Possono le generazioni nuove, quelle portatrici di vigorìa e di prestanza intellettuale inedita e fantasiosa. L’immaginazione al potere, ricordate? Aveva un significato che andava al di là dello slogan pseudo rivoluzionario degli anni Sessanta.

Almeno ho sempre ritenuto che fosse ben più profondo e complesso quel significato. Si tratta di capirne il senso.

E quale senso?

Ovviamente quello che impone la ragione cosciente attenta al presente: dunque in un presente dominato dall’immobilismo della ragione e dalla paura l’unica possibilità di sopravvivere è individuare una soluzione che non sia scontata, banale, prefabbricata, incasellabile secondo categorie “deja vu”.

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Sorgono due problemi. Da un lato la resistenza, talora anche feroce e violenta di chi si vede sottrarre lo scettro. Dall’altro la lentezza con cui una simile forma di soluzione può essere assorbita dalle persone, può diventare forma di vita, può essere rimpastata nel quotidiano dovendosi con essa sostituire un’infinita serie di abitudini consolidate e di attese ben più concrete delle possibilità da verificare e ancora in via di definizione.

Ma come può una generazione nuova dar vita a simile “rivoluzione”?

Davvero non credo che ci sia una risposta. Si possono solo avanzare ipotesi attendibili. Prendo spunto dalla realtà del nostro Paese come la vivo e azzardo una possibile risposta accentando ogni altro tipo di possibilità.

Da molti decenni in Italia si sono via via costruite condizioni di vita più agiate, comode e decisamente agevoli da affrontare. Processo di crescita economica, industriale, sociale. Certo come in molti altri Paesi dell’evoluto Occidente. Con alcuni ritardi, con difficoltà generate dalla complessa antropologia delle realtà locali, da fattori di rallentamento culturale di natura articolata. Certo. Ma nella sostanza si è andati in procedura di evoluzione con sufficiente velocità da non lasciarsi staccare da altri Paesi nelle stesse  condizioni. E poi la Storia ha pesato tantissimo sul retaggio assimilato nella tradizione culturale italiana dovendosi comunque ringraziare un millenario dominio economico e tecnico della Roma dei cesari e una indiscutibile supremazia scientifica e culturale dell’Umanesimo rinascimentale. Aggiungo che se non ci fosse stato il freno indubbiamente pernicioso della Chiesa, quell’evoluzione sarebbe stata molto più florida e molto più duratura e i suoi frutti avrebbero certo avuto una vita molto più lunga. Ma è una valutazione personale, accessoria e del tutto indimostrabile.

Tuttavia quelle condizioni di vita “sempre più agiate” non hanno determinato una analoga rivalutazione della disciplina dell’intelletto, non sono state affiancate da una sapiente costruzione di una cultura del dovere etico. Non si è fatto crescere il Paese economicamente “e” si fatto consolidare il significato culturale del dovere. Anzi si è fatto esattamente il contrario. Si è fatto passare per “valore” la possibilità di aggirare il sacrificio attraverso la furberia e non cercando soluzioni nuove. Anzi Le soluzioni nuove le si è fatte intravedere come “lente” e inattuabili per il raggiungimento della felicità. E la felicità in definitiva la si sarebbe potuta ottenere facilmente semplicemente creando condizioni di infelicità per gli altri. Il concetto che socialmente qualcuno potesse essere infelice è stato concepito e mantenuto, nella cultura del quotidiano, come naturale, inevitabile, ineliminabile. Dunque perché soffrire in due se uno può farne a meno?

In altri termini si è accettato ogni volta la condizione di sudditanza alla tradizione piuttosto che fare il possibile per allevare una generazione capace di scalzare la tradizione (magari mantenendone il peso storico e il valore intrinseco) per far nascere qualcosa di nuovo che fosse anche un superamento dell’acquiescenza e un’evoluzione della cultura generale e del benessere sociale.

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Il nuovo è dunque rimasto confinato in un angolo e visto con sospetto. Ma dal momento che altrove il nuovo spesso riusciva a trionfare di vecchie e ammuffite tradizioni non più accettabili ecco che si è sistematicamente ricorso al vecchio e gattopardesco sistema di ammantare di nuove parole vecchie pasture. Si è scelto di fare abiti nuovi su corpi vecchi. Si è deciso di innalzare a “nuovo” ciò che nuovo non è né mai potrà  esserlo.Sarà questo il motivo per il quale un vecchio furbastro, imbroglione e menzognero, nel nostro Paese possa diventare primo ministro?

Chissà.

Una cosa appare abbastanza certa. Le giovani generazioni non sembra abbiano la forza di inventare qualcosa di veramente nuovo, non sembra che siano in grado di contrastare il vecchio e il marcio. Direi che non sembra che si accorgano di essere in mezzo al marcio. Sono generazioni allevate in maniera sempre più comoda, in atmosfera controllata, sottovuoto. Essi non sanno inventarsi nulla perché hanno sempre tutto pronto e molto più di quanto riescano ad assimilare.Vivono nella sovrabbondanza, non faticano per nulla e quindi non devono cercare soluzioni per districarsi, per disimpegnarsi, per contrastare le vecchie generazioni. Anzi le vecchie generazioni se le coccolano dal momento che ne ricavano solo vantaggi e nessun problema, nessuna costrizione.

Tutti a preoccuparsi delle giovani generazioni e nessuno che si preoccupi del loro futuro.E le giovani generazioni passano il tempo a preoccuparsi del proprio presente senza mai fare un progetto. Altro che conflitto generazionale. Non mi sembra che ci sia alcun conflitto. Ormai l’unico vero conflitto rimasto è quello che nasce tra chi vorrebbe riattivare i cervelli spenti e chi li vorrebbe conservare in perpetuo stato di sonno. 

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Pubblicato in Argomenti, Filosofia, Politica&Società | Nessun commento »

 

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