LaCaravella … esplorazioni controvento

senza rancore, disse l’uomo con la penna, mentre scriveva un maledetto epitaffio sulla schiena del suo boia mancato

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Le immagini della mente

Scritto da GUNNAR il 13 Marzo 2010


Seguire un percorso tra i labirinti della propria mente è un’ambizione indefinibile.pollock.gifSpesso è solo ineluttabile. E’ quello che si prova osservando una grande tela su cui si srotolano intrecci in ramificazioni arrotondate e sensuali. Una sorta di canalizzazione e d’infinite innervature. Trama e ordito di vita interiore, inaccessibile ai più. Speso insondabile anche per chi la vive. Mi ci specchio dentro e mi sembra di annegare. Poi ricomincio a seguire un nuovo percorso. Impossibile. Devo interrompere la sequenza.  Annoto limiti già definiti, come intagliandovi piccoli segni con una lama per ricordarmi di esserci già stato. Recupero una nuova sequenza, la ri-definisco conformandola alla mia condizione di vivente.Mi sembra che vada meglio, mi sembra che funzioni. Quasi fosse un’associazione felice, un richiamo ad un nuovo ricordo, un affiorare di nuovi stimolanti pensieri. L’imprevedibilità diventa quasi piacere e si attende con allegria diffusa il nuovo passo da farsi tra quelle linee di labirinto. Vita. pollock-number-81.jpgPoi di nuovo infelicità, pungente e beffarda che si esaspera nel conflitto tra il desiderio e la sua realizzazione. Tra la voglia di generare e la necessità di non soffrire. Così decido di riprendere il gioco. Voglio perdermi di nuovo nelle spire del labirinto, restare sospeso giocando nell’attesa e nella speranza generata dall’attesa. Così mi perdo tra le linee dell’arte di Pollock. Potrebbero dirsi molte cose sull’arte di Pollock. Per esempio che è stato un maestro dell’espressionismo astratto. che il suo dripping è d’una immediatezza che solo l’istante d’una follia disperata riuscirebbe a generare, che il suo agire artistico rinvia, senza soluzioni di continuità, ad un percorso che Joyce potrebbe riprodurre con  il suo flusso di coscienza dove le parole non hanno più un significato unico. Si rianimano di sequenze di significati inscatolati gli uni negli altri rinviandosi l’uno all’altro. Si potrebbe dire di Pollock che la sua è un’arte costruita con un deflusso di coscienza espresso con intenzioni provocatoriamente contraddittorie.

Espressioni solo apparentemente contraddittorie però. L’artista amava ripetere che “se tu dipingi il tuo inconscio le fiugre devono per forza emergere“. Una specie di lucido delirio sembrava padrone del suo fare artistico.pollock-1.jpgE ancora altro come la sua voglia di “star dentro il quadro”, girarci intorno, dosare il colore e le sue mescolanze da lasciar sprofondare sulla tela. Nulla è veramente come sembra e nemmeno casuale nell’arte di Pollock. Forse Harold Rosemberg, conversando con Pollock nel 1949 intuiva soltanto che l’action painting di cui lui parlava, altro non era che l’univa salvezza alla frustrazione interiore, una fonte di magia capace di far sopravvivere un’anima al disfacimento del corpo.


 pollock19481.jpg

Eppure non mi sembra il modo giusto per accostarsi alla sua opera.

 

Se mai è esistita una forma di “opera aperta” questa la si può esemplificare con le realizzazioni di Pollock. Egli sembra aver conquistato la forza di poter definire l’indefinibile. Come le narrazioni sull’insensatezza del presente di De Lillo, oppure come le inafferrabili sequenze dei piani narrativi di un regista come Quentin Tarantino.

 

Pazzia forse.

 

Qualcuno l’ha sospettato e l’ha anche scritto. Qualcun altro ha sdegnosamente arricciato il naso di fronte all’inestricabilità d’un linguaggio incomprensibile, irriducibili a schemi decifrabili.

 

Ma nessuno ha osato distogliere lo sguardo. E’ lo sguardo che conta.

 

L’intensità con cui lo sguardo si posa sull’opera, la fissità che l’opera riesce a generare, come fatale attrazione, affascinante e ineluttabile destino, come uno schianto contro un muro guidando da sfiniti e ubriachi nella notte.

 

Pollock rinuncia alla consapevolezza razionale. Sembra che non abbia alcun desiderio di rappresentare qualcosa ma solo l’agire. O il suo agire. Di definire sé stesso mentre vive il desiderio di fare l’opera. E’ l’atto stesso del “fare” che è il momento più facilmente semplificabile del fare artistico. E, a ben pensarci, non potrebbe essere diversamente,

 L’anima non è candida. L’arte non  è finita se non quando la si vuol chiudere nella sola sua rappresentazione formale.

L’abito, la forma, l’involucro altro non è che la guaina di un contenuto. Attraverso essa il contenuto si valorizza, si mostra al mondo. Diventa oggetto storico e accoglie in sé la temporalità del divenire qualcosa nella mente di qualcuno nel preciso momento in cui qualcuno la osserva, e ne prende possesso.

 jackson-pollock-in-action.jpg

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