Scritto da GUNNAR il 11 Giugno 2011

Ci fu un tempo, intorno agli anni Sessanta del secolo scorso, in cui molti sociologi e antropologi sociali e psicologi e storici ecc, si cimentarono con il concetto di istituzione chiusa. Di seguito battezzata istituzione totale. 
Era un periodo in cui la sola parola “totale” rinviava a oscure e infinitamente orribili realtà. Il “totalitarismo” che ne racchiudeva il senso più profondo, non poteva che essere il principale nemico dell’umanità e, in fondo, ancora oggi il termine contiene un sedimento mortifero che include ogni nefandezza: dalla privazione della libertà individuale alla privazione di ogni libertà conquistata. E il totalitarismo ha anche assunto molte vesti e altrettanti significati. Ma tutti, più o meno, riconducibili alla morte materiale di qualsiasi creativo spirito libero.
Qualche studioso non ebbe timore nel dichiarare che i manicomi, le caserme, le carceri, erano tutte emanazioni più o meno estese delle eredità dei totalitarismi di qualsiasi tempo e di qualsiasi regime politico.
Il gulag, i confini chiusi di territori di segregazione, i recinti e ogni confine reso assoluto erano forme di privazione della libertà e non soltanto della libertà individuale. Ma soprattutto della libertà di pensare, di dire, di creare, di inventare di scoprire, di fare domande, di fare proposte, di respirare e assaporare qualsiasi innovazione, bella o brutta che fosse.
Un calvario inestinguibile e inaccettabile ma apparentemente ineluttabile. Come parte della “natura umana” che in nome della felicità di alcuni doveva sacrificare la libertà (e la vita) di altri.
Ogni teoria che fosse vicina o prossima a questa concezione di denuncia del totalitarismo venne considerata rivoluzionaria. Ogni rivoluzione in questo senso venne considerata una congiura degli intellettuali contro i valori costitutivi della morale corrente. 
L’etica di quegli anni era bifronte: da un alto la ricerca di una qualsiasi forma di espressione che sottolineasse l’assoluta egemonia della libertà individuale. Una libertà concepita per di esprimersi in qualsiasi modo fosse possibile; dall’altro il fronte compatto del “perbenismo”, del moralismo e del conservatorismo dei ben pensanti i quali non avrebbero mai accettato di mettere in discussione i loro principi morali ben sapendo che ciò avrebbe significato l’estinzione di un epoca con le incognite che ne sarebbero derivate. Tutto a vantaggio della nascita di una nuova forma di cultura con le incertezze che ne sarebbero derivate.
Si sa ogni cambiamento radicale delle forme contiene anche un cambiamento strutturale dei contenuti. E i comportamenti (le forme dell’agire) una volta resi liberi di essere a piacere avrebbero creato le basi di nuove strutture e di nuovi modi di vivere.
Ma tutto ciò non ha avuto un coerente sviluppo. Non c’è stata una combinatoria di elementi che hanno, tutti contemporaneamente, contribuito ad un’armoniosa evoluzione dei costumi e della morale sociale. Forse i motivi veri di queste discrasie si trovano nella storia atavica del genere umano, forse in una sedimentazione plurimillenaria di coercizioni e controlli sociali che si sono trasformati in forme di riflessi condizionati se non addirittura in sedimenti genetici. 
Si sa che l’adattamento è l’arma più straordinaria che la natura ha messo a disposizione delle specie viventi per consentire loro di evolversi e alle condizioni esterne.
Ebbene la specie homo si è certamente adattata, e anche bene, non solo alle condizioni ambientali del mondo e dell’habitat quale che fosse ma si è anche adattata alle condizioni culturali da lui stesso create anche quando lo scopo era originariamente del tutto diverso e solo vincolato alle necessità contingenti.
E la famiglia è uno di tali condizionamenti. Neppure tanto complicato da capire.
La famiglia nasce solo quando la cultura si è appesantita di stilemi politico economici del tutto lontani dalle esigenze dei singoli individui che cercavano di sopravvivere.
Condividi
Pubblicato in Argomenti | Nessun commento »
Scritto da GUNNAR il 1 Giugno 2011

il vero amore materno Non ci credo e difficilmente finirò col crederci prima di terminare il mio tempo.
Non ci credo perché non è naturale e soprattutto è destinata a dissolversi nei secoli che verranno ammesso che ci siano secoli su cui contare per l’umana specie.
A cosa non credo?
Semplice. Non credo che esista un’idea di famiglia da difendere, da coltivare, da osannare.
La famiglia è morta e non può resuscitare se non per forzature successive o per imposizioni coercitive.
Ma li sentite quelli che ad ogni passo di elevata retorica tirano fuori l’espressione standard “siamo come una grande famiglia”? E sentite i discorsi dei politici che più sono corrotti e figli di puttana e più parlano di amore e di famiglia? E li sentite i mafiosi che non ne parlano perché non possono avere i microfoni e le telecamere a portata di faccia ma che abilmente si riconoscono come una “grande famiglia”? E i figli loro sono “picciotti” e i killer sono fratelli che lavorano al buio… Insomma nonè solo una metafora. E’ vita quotidiana.
La vera famiglia
I puri vorranno opporsi, e gli ingenui diranno che è una esagerazione. Per questi la famiglia non solo esiste ed esisterà, ma “deve” esistere pena la fine del mondo conosciuto. Una catastrofe immane si abbatterebbe sulle genti e l’umanità intera sarebbe risucchiata nel vortice della paura e dell’odio.
Ovviamente si tratta di sciocchezze.
La famiglia ha un senso solo nell’atto della procreazione per il perpetuarsi della specie. In questo senso puramente biologico ha senso ed è anche utile. Quindi una qualche regolamentazione ha un significato storico contingente e materialmente utilizzabile.
In qualsiasi altro senso è solo sfruttamento. Per di più privo di costi per chi è capace di sfruttare il quel può chiedere e chiedere e pretendere e pretendere ed esigere ed esigere in nome dell’amore familiare. Ma qualcuno appena appena sano di cerebro e che non soffra di mal d’ipocrisia davvero vuole affermare il contrario? e con quale prova? Con quale elemento fattivamente comprensibile e materialmente tangibile?
Una strana famiglia E non sarebbe più sano e più edificante e più vero, biologicamente e fisiologicamente, abolire l’istituto della famiglia e lasciare che le persone vivano le une accanto alle altre solo perché ne hanno voglia? E che smettano di frequentarsi quando la voglia cambia? E che nonci siano vicnoli o regole statutarie o regole dottrinali o riti e liturgie che ne codifichino l’esistenza?
Quest’idea diversa di coesistenza è molto più sana e più proficua di una qualsiasi altra forma di affiliazione familiare.
L’uomo dice: “La mia donna”, “Mia moglie”, mio figlio mia figlia, e la donna dice il mio uomo, mia sorella, mia madre, mio figlio ecc. la parola che più ricorre è il possessivo “mio” o “mia”. L’indicatore del possesso, della proprietà, del controllo assoluto.
Senza il “mio”/”mia” non c’è famiglia. La famiglia è culturalmente il deposito ufficiale di ogni schiavitù.
Come se un marito “possedesse una donna cui è stata data l’etichetta di moglie o come se una madre “possedesse” davvero una persona da lei totalmente separata cui è stata assegnata l’etichetta di “figlio”. Si tratta semplicemente di un retaggio antico e selvaggio, una bruttura indegna che nel corso dei secoli la chiesa cattolica ha deformato fino all’indecenza. E dopo di lei tutte le altre chiese moderne che si sono moltiplicate.
Quel possessivo non è solo una parola. Rappresenta un modo di essere e di riconoscersi. Al punto che si ritiene addirittura legittimo ammalarsi di gelosia. Si ritiene che anzi essa sia il sintomo esteriore di una grande affetto, di un profondo amore… Follia pura. L’amore non è chiaro cosa sia di preciso ma certamente è agli antipodi del “possesso” essendo esso prima di ogni altra cosa “generosità”, rivolgimento verso l’esterno. Chi ama non pretende e non chiede e non chiama. Chi ama si dedica, incondizionatamente e in cambio non chiede alcunché. Se così non fosse sarebbe solo una forma diversa di mercanteggiamento.
E nelle famiglie si mercanteggia, prima di tutto. magari solo per un tozzo di pane 
Ai figli si chiede per avere in cambio riconoscenza, alle mogli si chiede per avere in cambio devozione, ai mariti si chiede per avere in cambio sicurezza e protezione e così dicendo si procede verso una diffusa borsa valori di emozioni a costo variabile e a tassi incerti di breve o brevissima scadenza.
Altro che famiglia.
Lasciamo a qualche malaccorto politico, artista della truffa e del raggiro, della menzogna e dell’ingordigia, il compito di blaterare di “amore” e “famiglia”.
Una mente sana sa che la famiglia esiste solo se chi vi sta dentro è convinto che essa non ha alcun significato nascosto e che vive solo fino a quando non ha assolto il suo compito di trasformazione tra le generazioni che si succedono le una dopo le altre.
Condividi
Pubblicato in Argomenti | Nessun commento »