LaCaravella … esplorazioni controvento

senza rancore, disse l’uomo con la penna, mentre scriveva un maledetto epitaffio sulla schiena del suo boia mancato

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La fine di un incubo durato diciassette anni

Scritto da GUNNAR il 15 Novembre 2011


ap_12729321_44500.jpg                 Senza contare gli anni del craxismo… con quelli si arriva ai cinque lustri buoni e cioè un quarto di secolo di merda piovuta addosso agli italiani brava gente che passano il tempo a farsi i propri affari, a spulciare tra le pieghe della narcosi più indigeribile propinata dalla televisione, a separare ciò che ritengono proprietà loro e ciò che sanno non esserlo perché proprietà pubblica e quindi, volendo, si può arraffare impunemente per il solo desiderio da soddisfare. Poi tutto finisce in discarica.

Italiani brava gente che per mezzo secolo della loro storia non hanno capito un cazzo della vita, ma hanno saputo individuare con incredibile precisione i più ignobili tra tutti i propri concittadini a cui dare quel tanto di fiducia necessaria a farli diventare i peggiori dittatorucoli in doppio petto delle patrie vicende.          images-17.jpeg

Adesso, sembra, come dicono le cronache, che sia finita. Io non riesco a crederci. Non riesco proprio. Sono anzi straconvinto che il peggio non è ancora arrivato.

Sono assolutamente sicuro che qualche rigurgito di letame troverà la strada per finire addosso agli italiani brava gente.

Al momento non posso che rallegrarmi per una ragione elementare. Gli esseri umani sono fragili. Anche i peggiori esemplari di uomini e donne schifosamente orribili per comportamento e per vocazione, prima o poi finiscono. Finiscono per raggiunti limiti di sopportazione o perché hanno raggiunto il limite della loro esistenza. Finiscono. Chiudono nonostante tutto. Nonostante i deliri di onnipotenza, nonostante le leggi personalizzate e nonostante le matrone corifee di cui fanno incetta per il vezzo di adornarsene.

Finiscono, si consumano, crepano della loro stessa grandezza fasulla.              fede-emilio_berlusc250.jpg

Essi  finiscono in un piccolo rigurgito di folla plaudente che, salvatasi dalle secche della maggioranza silenziosa, riescono a farsi sentire almeno un volta senza urlare, senza sfottere, senza ostentare, senza orpelli di bigiotteria televisiva da mostrare.

Una piccola folla plaudente che inneggia al novello salvatore della patria, e della moneta nella scarsella allegerita nello scorrere del tempo delle truffe di stato.

Chi non ha futuro o crede di non averne non fa altro che cercare un eroe da acclamare. Chi non sa come vivere la propria esistenza o sa solo come accantonare denaro e potere non può che cercare nuovi miti da far digerire ai poveracci. E questi, si sa, hanno da millenni imparato a digerire anche i sassi.                      berlusconi-allegro.jpg

Vorrei che non fosse stato necessario cercare un “monti” a cui dare la palma di salvatore della nazione - ammesso che poi la riesca a salvare la nazione -. Avrei preferito un moto spontaneo di indigeribile onestà nel riconoscere alla pletora di truffatori indegni che si è arraffata gli scranni dello Stato di diritto la loro inutile esistenza pubblica. Scacciati subito via alla prima leggina di autotutela varata. Additati al pubblico ludibrio e alla pubblica gogna. Come un tempo s’usava. Così che tutti potessero vedere da vicino il volto del ladro, del truffatore, del millantatore, dell’ipocrita, del mafioso, del despota.

Così che tutti potessero vedere da vicino la maschera cerosa del re dell’imbroglio e della ruffianeria, l’imperatore della truffa e del ladrocinio, il prestigiatore della propaganda e dell’assassinio della democrazia partecipata.

Un simile smascheramento avrebbe forse fatto delle vittime. Ma sarebbe stato salutare per tutte le future generazioni di plutocrati dediti alla truffa di Stato.

bossifiglio.jpegForse non sarebbe stato creare vittime ma concimare il futuro da arare per le generazioni a venire. 

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Why More Equal Societies Almost Always Do Better

Scritto da GUNNAR il 6 Novembre 2011

un-sedile-di-pietra-lavicajpg.jpeg     Pensatoio…. 

Perché le società più egualitarie sono migliori. Lo dice in un libro, poco noto in Italia e, per quello che mi risulta nemmeno tradotto, un ricercatore e medico epidemiologo inglese che si occupa da tempo di fenomeni legati alla salute delle persone in ambienti in cui sussistono condizioni di disuguaglianza economica, sociale, culturale ecc.Da un dipresso sembrerebbe una cosa complessa da comprendere. Ritengo invece che si tratti di una intuitiva ed elementare condizione di partenza.

Cerchiamo di capire in modo semplice il problema e rimandiamo gli approfondimenti a analitici ad altre circostanze. Una società di uguali non esiste. Ma essa rappresenta l’aspirazione di sempre  sia che la si voglia raggiungere per necessità di riequilibrio sia che la si voglia raggiungere per esclusione dei disuguali.

Mi spiego meglio.

Una società classista e reazionaria i cui valori sono fondati sulla riconoscibilità di comuni radici, identiche mitologie, uguali origini e una pluralità di elementi riconoscibili e facilmente catalogabili (stesso colore della pelle, stessa lingua, stesso dialetto e talvolta anche lo stesso idioletto, comuni valori religiosi ed etici, simili tipologie trasgressive ecc), ritiene che la perfezione sociale consista nell’esclusione di tutto ciò che si discosti da tali elementi comuni e facilmente riconoscibili. Da cui si avrebbe una implicita ricerca di “uguaglianza” anche economica con minime o fortuite differenze facilmente spiegabili e altrettanto facilmente eludibili.

Di contro una società  originata dalla ricerca di una forma di ugualitarismo democratico ritiene che l’uguaglianza non solo debba essere perseguita per tutti i componenti della società esistente ma anche per quanti ad essa possano afferire o progressivamente associarsi. Non solo, in tale società si esclude in via di principio che le differenze significhino qualcosa di esclusivo o di condannabile. Le differenze anzi vengono esaltate a patto che esse trovino una collocazione edificante all’interno dei valori di base condivisi. In tale società l’etica comune non passa attraverso la legge morale ma attraverso la legge civile. Il senso dell’egualitarismo è figlio del valore dell’umana natura e delle regole (umanamente costruite) in base alle quali si definisce l’impalcatura della comunità.

Per il primo tipo di società esiste il principio dell’uomo migliore nella seconda forma di società esiste il principio della migliore forma di comportamento sociale.    a4d896f5-20e2-4852-83a3-33778cee326b1.jpeg

Nel primo caso l’uomo migliore è una specie di traguardo cui ambire, è un modello, talora anche un archetipo. Il modello diventa fatto ineguagliabile e mitologico ma mantiene la sua vigorosa struttura del desiderio da realizzare. La felicità è conquistata tanto più quanto più ci si avvicina al modello, tanto più quanto più si realizza la purezza.

Nel secondo caso l’unico modello umano è sostituito da un sistema di relazioni. La felicità la si ottiene quanto più tale sistema di relazioni è solido, tanto più quanto più esso diventa rete di sostegno reciproco. Ciò che conta è l’insieme e non certo il singolo.

Entrambi i sistemi di riferimento così elementarmente  delineati tuttavia non possono allo stato attuale dell’evoluzione socio culturale dell’umanità di riferimento, essere esclusivi. Nessuno dei due ha possibilità di affermarsi in assoluto. Non c’è qualcosa che abbia l’uno di cui l’altro possa fare a meno. E in tutta onestà mi farebbe piacere scoprire di sbagliare. Qualcuno mi dovrebbe dimostrare che sono in errore.

Credo che pochi sarebbero felici di vivere sapendo di poter essere scambiati per dei numeri anonimi, di vivere seguendo pedissequamente le regole del “sempre uguale” e del “sempre corretto” per questo “dobbiamo sempre essere d’accordo prima di decidere qualcosa”. E nello stesso tempo l’individualismo sfrenato del liberismo assoluto, della purezza del comportamento puritano e massimalista dell’economia del più forte è causa di scontento, meglio di reale infelicità, per oltre i quattro quinti dell’umanità. Un po’ troppo per essere un modello affidabile di riferimento. Al momento il liberismo economico e il liberalismo sociale risulta tanto fallimentare quanto risultò fallimentare il marxismo sociale di stampo leninista.

zingari-elemosina-bambini.jpg       Dov’è l’errore? Che fare?     

Non ho la saggezza e nemmeno la presunzione di poter dare risposte.Posso però avanzare delle ipotesi, e formulare delle opinioni.

E mi viene in mente che neppure sarebbe giusto ricorrere alla famosa (meglio dire famigerata) via di mezzo. Essa è solo una scappatoia alquanto becera per mettere tutti d’accordo sapendo che d’accordo non lo saranno mai.

Qualcuno si ricorderà di un tempo in cui la mamma (o il maestro o il passante, o l’adulto occasionale) per porre fine ad un bisticcio furibondo tra giovanissimi contendenti imponeva una salomonica stratta di mano per ristabilire la pace e porre fine ad una disputa insensata. E la cosa, apparentemente, finiva lì. Naturalmente non finiva un bel niente. Spesso si acuiva il rancore, si trascinavano ad libitum stimoli vendicativi. Il torto subito restava vivo e ben presente, l’incompiuta giustizia si trasformava in desiderio di rivalsa. Lo spirito del Conte di Montecristo diventava il modello umano e perseguibile di una paziente attesa di una vendetta. Ed essa prima o poi sarebbe arrivata.

Poi il tempo cancellava molte tracce labili e per fortuna la vendetta finiva col sopirsi ineluttabilmente nella maggior parte dei casi. Solo nei più disperati coaguli di rancore essa trovava la via di materializzarsi e fisicamente realizzarsi.

Creando presupposti per altri casi anch’essi riproducentisi con acuta perseveranza.Ma quella stretta di mano imposta per una pace inesistente era l’improduttivo compromesso tra una guerra feroce dall’esito imprevedibile e una pace fasulla e ipocrita anch’essa di imprevedibile futuro.

Dunque niente vie dimezzo e niente “centralismo” virtuoso che di virtuoso il centralismo non ha nulla, come già il poeta ebbe a dire ficcando nell’antinferno per l’eternità quelli che “stanno in mezzo” non avendo capacità e volontà di stare da qualche altra parte.

Ma allora che fare? Scegliere senz’altro. Scegliere secondo coscienza. Scegliere secondo conoscenza. Scegliere secondo giustizia.Posso solo dire che scegliere implica l’irrevocabilità della responsabilità di aver scelto. E’ una via senza ritorno. Scegliere sapendo di dover sopravvivere a sé stessi con la coscienza di tale scelta, un fardello assolutamente personale. Un fardello che non si può addossare ad altri.

Si può cambiare idea. Si cero, tutto si può fare, anche cambiare idea. Ma non si può rinnegare la scelta fatta, non si può dire che la prima scelta non valeva perché qualcosa o qualcuno ci aveva costretti.

La costrizione è una condizione della scelta e non può non esistere altrimenti che scelta sarebbe?Dunque scegliere per una società ugualitaria? Va bene, benissimo, ma poi bisognerà dedicarvisi e comportarsi in maniera consequenziale.

Scegliere per una società elitaria. Va bene anche quello, ma poi non distruggere tutto ciò che non è gradito perché si creerebbero i presupposti di una vendetta che, prima o poi, cono senza una forzata stretta di mano, esploderebbe senza preavviso.

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