Scritto da GUNNAR il 4 Dicembre 2011
é solo un’accattona in cerca di una poltrona.
Vale poco come donna, ma anche meno come deputato e non diciamo quanto vale come sindaco perché si sentirebbe un frastuono di fischi provenire da quel paesello ormai afflitto dalla perenne assenza del primo cittadino. A proposito, pare che si si a fatta vedere in Consiglio comunale nelgi ultimi giorni perché teme per il doppio incarico (sindaco e deputato) che vuole a tutti i costa continuare a mantenere da come si capisce da una lettera mandata all’onorevole Fitto poco prima di lasciare il suo amatissimo premier per sbarcare su altri lidi.
Come è noto la Carlucci ha fatto e detto cose insane e insensate da quando è deputato. Provo ad elencarne alcune:
- Ha fortemente sponsorizzato una Commissione d’Inchiesta (addirittura) perché fosse fatta luce sui libri di Storia delle scuole italiane. Il problema consisteva, secondo la Carlucci, nel fatto che si tratta non di libri di storia ma di “pamphlet” d’indottrinamento di evidente matrice comunista. Chissà se la Carlucci l’ha mai sfogliato un libro di storia.
- Ha rotto i maroni a mezzo parlamento per far passare la sua proposta di rendere pubblici i nomi e i cognomi dei blogger e dei naviganti di internet, così da rendere possibile la collocazione geografica e politica e quindi poterli controllare meglio. Nelle stesse occasioni ha anche chiesto che fosse regolamentato il flusso informativo di Facebook in modo da poter censurare i commenti e gli interventi di tutti i “social media” in quanto si tratta di «pericolose armi in mano a pochi delinquenti» che «incitano alla violenza, all’odio sociale, alla sovversione» e pensava a quanti si potessero in qualche modo dichiarare di area contraria al PDL (sic!). Mi sono chiesto se questa notizia sia vera. Ma mi sono convinto che se pure si dovesse trattare di una mezza sciocchezza, dato il personaggio, probabilmente è ad esso adattabile facilmente e felicemente. Dunque la prendo per vera.
- Ovviamente ha anche proposto di oscurare tutti i canali televisivi che fossero tanto ostinati da mettere in onda immagini considerabili sbagliate e fuorvianti per la formazione della personalità dei giovani. In pratica ha chiesto di oscurare tutti i canali Mediaset e molti canali Rai… Che strano.
- Ha sostenuto pubblicamente che interrompere l’alimentazione e l’idratazione clinica dopo più di un ventennio in coma irreversibile sia equivalente a introdurre l’eutanasia in Italia. Ovviamente ha trovato molti sciocchi che le hanno dato retta. Ma qui la cosa si fa seria. Infatti la gente ritiene che finche c’è un battito o un respiro ci sia sempre una speranza. Pensa che trovarsi in simili circostanze potrebbe essere valido per chiunque e dunque non si può interrompere alcunché. Ma in ciò la logica e la scienza non c’entrano. C’entra la paura e basta. Ritengo però che la Carlucci abbia parlato per calcolo e non per paura.
- E si capisce che si tratta di calcolo in quanto all’epoca della polemica sulla pillola Ru486 si affrettò a dichiarare che trattavasi di un “pesticida umano”. Divertente. Temeva per sé in questo caso?
Oggi accade che la sindaca deputata si sia dimessa dal PDL. Perché l’ha fatto? Cosa l’ha spinta così repentinamente a cambiare casacca per passare tra gli odiati appartenenti del gruppo misto di centro? E con l’UDC di un onnipresente Casini buono per tutte le salse poi? 
Non è dato di sapere. Così su due piedi è difficile dirlo. Col tempo scopriremo molte cose ma una almeno la conosciamo già. A quanto pare non si tratta di un ripensamento etico e nemmeno un rimorso di coscienza. Non si tratta neppure dei suoi figli che continuano ad adorare un ex premier “ultrapotente sessualmente” (ma che programmi televisivi vedono?) nonostante gli anni, le rughe spianate con il calcestruzzo, la calvizie coperta con vernice spray nera, il pisello sostenuto con le pinzette e forse un catetere pronto all’uso ad ogni incombente necessità.
Ma lo sanno i figli della Carlucci che se la mamma non la dava via per un cadreghino loro non avrebbero potuto mai e poi mai godersi le vacanze che fanno? E nemmeno avere i soldi che hanno? Forse sarebbero stati solo dei figli di un’attrice senza gran talento ma pur sempre una lavoratrice. Invece sono i figli di una venduta al gran visir e ai suoi vezzi da osteria da basso impero. Salvo poi diventare i figli di una che se la squaglia appena c’è una falla nello scafo della grande nave dell’abbuffata.
Credo che i figli debbano sempre essere migliori dei padri (e delle madri).
C’è da chiedersi cosa creda la Carlucci.
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Scritto da GUNNAR il 15 Novembre 2011

Senza contare gli anni del craxismo… con quelli si arriva ai cinque lustri buoni e cioè un quarto di secolo di merda piovuta addosso agli italiani brava gente che passano il tempo a farsi i propri affari, a spulciare tra le pieghe della narcosi più indigeribile propinata dalla televisione, a separare ciò che ritengono proprietà loro e ciò che sanno non esserlo perché proprietà pubblica e quindi, volendo, si può arraffare impunemente per il solo desiderio da soddisfare. Poi tutto finisce in discarica.
Italiani brava gente che per mezzo secolo della loro storia non hanno capito un cazzo della vita, ma hanno saputo individuare con incredibile precisione i più ignobili tra tutti i propri concittadini a cui dare quel tanto di fiducia necessaria a farli diventare i peggiori dittatorucoli in doppio petto delle patrie vicende. 
Adesso, sembra, come dicono le cronache, che sia finita. Io non riesco a crederci. Non riesco proprio. Sono anzi straconvinto che il peggio non è ancora arrivato.
Sono assolutamente sicuro che qualche rigurgito di letame troverà la strada per finire addosso agli italiani brava gente.
Al momento non posso che rallegrarmi per una ragione elementare. Gli esseri umani sono fragili. Anche i peggiori esemplari di uomini e donne schifosamente orribili per comportamento e per vocazione, prima o poi finiscono. Finiscono per raggiunti limiti di sopportazione o perché hanno raggiunto il limite della loro esistenza. Finiscono. Chiudono nonostante tutto. Nonostante i deliri di onnipotenza, nonostante le leggi personalizzate e nonostante le matrone corifee di cui fanno incetta per il vezzo di adornarsene.
Finiscono, si consumano, crepano della loro stessa grandezza fasulla. 
Essi finiscono in un piccolo rigurgito di folla plaudente che, salvatasi dalle secche della maggioranza silenziosa, riescono a farsi sentire almeno un volta senza urlare, senza sfottere, senza ostentare, senza orpelli di bigiotteria televisiva da mostrare.
Una piccola folla plaudente che inneggia al novello salvatore della patria, e della moneta nella scarsella allegerita nello scorrere del tempo delle truffe di stato.
Chi non ha futuro o crede di non averne non fa altro che cercare un eroe da acclamare. Chi non sa come vivere la propria esistenza o sa solo come accantonare denaro e potere non può che cercare nuovi miti da far digerire ai poveracci. E questi, si sa, hanno da millenni imparato a digerire anche i sassi. 
Vorrei che non fosse stato necessario cercare un “monti” a cui dare la palma di salvatore della nazione - ammesso che poi la riesca a salvare la nazione -. Avrei preferito un moto spontaneo di indigeribile onestà nel riconoscere alla pletora di truffatori indegni che si è arraffata gli scranni dello Stato di diritto la loro inutile esistenza pubblica. Scacciati subito via alla prima leggina di autotutela varata. Additati al pubblico ludibrio e alla pubblica gogna. Come un tempo s’usava. Così che tutti potessero vedere da vicino il volto del ladro, del truffatore, del millantatore, dell’ipocrita, del mafioso, del despota.
Così che tutti potessero vedere da vicino la maschera cerosa del re dell’imbroglio e della ruffianeria, l’imperatore della truffa e del ladrocinio, il prestigiatore della propaganda e dell’assassinio della democrazia partecipata.
Un simile smascheramento avrebbe forse fatto delle vittime. Ma sarebbe stato salutare per tutte le future generazioni di plutocrati dediti alla truffa di Stato.
Forse non sarebbe stato creare vittime ma concimare il futuro da arare per le generazioni a venire.

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Scritto da GUNNAR il 6 Novembre 2011

Pensatoio….
Perché le società più egualitarie sono migliori. Lo dice in un libro, poco noto in Italia e, per quello che mi risulta nemmeno tradotto, un ricercatore e medico epidemiologo inglese che si occupa da tempo di fenomeni legati alla salute delle persone in ambienti in cui sussistono condizioni di disuguaglianza economica, sociale, culturale ecc.Da un dipresso sembrerebbe una cosa complessa da comprendere. Ritengo invece che si tratti di una intuitiva ed elementare condizione di partenza.
Cerchiamo di capire in modo semplice il problema e rimandiamo gli approfondimenti a analitici ad altre circostanze. Una società di uguali non esiste. Ma essa rappresenta l’aspirazione di sempre sia che la si voglia raggiungere per necessità di riequilibrio sia che la si voglia raggiungere per esclusione dei disuguali.
Mi spiego meglio.
Una società classista e reazionaria i cui valori sono fondati sulla riconoscibilità di comuni radici, identiche mitologie, uguali origini e una pluralità di elementi riconoscibili e facilmente catalogabili (stesso colore della pelle, stessa lingua, stesso dialetto e talvolta anche lo stesso idioletto, comuni valori religiosi ed etici, simili tipologie trasgressive ecc), ritiene che la perfezione sociale consista nell’esclusione di tutto ciò che si discosti da tali elementi comuni e facilmente riconoscibili. Da cui si avrebbe una implicita ricerca di “uguaglianza” anche economica con minime o fortuite differenze facilmente spiegabili e altrettanto facilmente eludibili.
Di contro una società originata dalla ricerca di una forma di ugualitarismo democratico ritiene che l’uguaglianza non solo debba essere perseguita per tutti i componenti della società esistente ma anche per quanti ad essa possano afferire o progressivamente associarsi. Non solo, in tale società si esclude in via di principio che le differenze significhino qualcosa di esclusivo o di condannabile. Le differenze anzi vengono esaltate a patto che esse trovino una collocazione edificante all’interno dei valori di base condivisi. In tale società l’etica comune non passa attraverso la legge morale ma attraverso la legge civile. Il senso dell’egualitarismo è figlio del valore dell’umana natura e delle regole (umanamente costruite) in base alle quali si definisce l’impalcatura della comunità.
Per il primo tipo di società esiste il principio dell’uomo migliore nella seconda forma di società esiste il principio della migliore forma di comportamento sociale. 
Nel primo caso l’uomo migliore è una specie di traguardo cui ambire, è un modello, talora anche un archetipo. Il modello diventa fatto ineguagliabile e mitologico ma mantiene la sua vigorosa struttura del desiderio da realizzare. La felicità è conquistata tanto più quanto più ci si avvicina al modello, tanto più quanto più si realizza la purezza.
Nel secondo caso l’unico modello umano è sostituito da un sistema di relazioni. La felicità la si ottiene quanto più tale sistema di relazioni è solido, tanto più quanto più esso diventa rete di sostegno reciproco. Ciò che conta è l’insieme e non certo il singolo.
Entrambi i sistemi di riferimento così elementarmente delineati tuttavia non possono allo stato attuale dell’evoluzione socio culturale dell’umanità di riferimento, essere esclusivi. Nessuno dei due ha possibilità di affermarsi in assoluto. Non c’è qualcosa che abbia l’uno di cui l’altro possa fare a meno. E in tutta onestà mi farebbe piacere scoprire di sbagliare. Qualcuno mi dovrebbe dimostrare che sono in errore.
Credo che pochi sarebbero felici di vivere sapendo di poter essere scambiati per dei numeri anonimi, di vivere seguendo pedissequamente le regole del “sempre uguale” e del “sempre corretto” per questo “dobbiamo sempre essere d’accordo prima di decidere qualcosa”. E nello stesso tempo l’individualismo sfrenato del liberismo assoluto, della purezza del comportamento puritano e massimalista dell’economia del più forte è causa di scontento, meglio di reale infelicità, per oltre i quattro quinti dell’umanità. Un po’ troppo per essere un modello affidabile di riferimento. Al momento il liberismo economico e il liberalismo sociale risulta tanto fallimentare quanto risultò fallimentare il marxismo sociale di stampo leninista.
Dov’è l’errore? Che fare?
Non ho la saggezza e nemmeno la presunzione di poter dare risposte.Posso però avanzare delle ipotesi, e formulare delle opinioni.
E mi viene in mente che neppure sarebbe giusto ricorrere alla famosa (meglio dire famigerata) via di mezzo. Essa è solo una scappatoia alquanto becera per mettere tutti d’accordo sapendo che d’accordo non lo saranno mai.
Qualcuno si ricorderà di un tempo in cui la mamma (o il maestro o il passante, o l’adulto occasionale) per porre fine ad un bisticcio furibondo tra giovanissimi contendenti imponeva una salomonica stratta di mano per ristabilire la pace e porre fine ad una disputa insensata. E la cosa, apparentemente, finiva lì. Naturalmente non finiva un bel niente. Spesso si acuiva il rancore, si trascinavano ad libitum stimoli vendicativi. Il torto subito restava vivo e ben presente, l’incompiuta giustizia si trasformava in desiderio di rivalsa. Lo spirito del Conte di Montecristo diventava il modello umano e perseguibile di una paziente attesa di una vendetta. Ed essa prima o poi sarebbe arrivata.
Poi il tempo cancellava molte tracce labili e per fortuna la vendetta finiva col sopirsi ineluttabilmente nella maggior parte dei casi. Solo nei più disperati coaguli di rancore essa trovava la via di materializzarsi e fisicamente realizzarsi.
Creando presupposti per altri casi anch’essi riproducentisi con acuta perseveranza.Ma quella stretta di mano imposta per una pace inesistente era l’improduttivo compromesso tra una guerra feroce dall’esito imprevedibile e una pace fasulla e ipocrita anch’essa di imprevedibile futuro.
Dunque niente vie dimezzo e niente “centralismo” virtuoso che di virtuoso il centralismo non ha nulla, come già il poeta ebbe a dire ficcando nell’antinferno per l’eternità quelli che “stanno in mezzo” non avendo capacità e volontà di stare da qualche altra parte.
Ma allora che fare? Scegliere senz’altro. Scegliere secondo coscienza. Scegliere secondo conoscenza. Scegliere secondo giustizia.Posso solo dire che scegliere implica l’irrevocabilità della responsabilità di aver scelto. E’ una via senza ritorno. Scegliere sapendo di dover sopravvivere a sé stessi con la coscienza di tale scelta, un fardello assolutamente personale. Un fardello che non si può addossare ad altri.
Si può cambiare idea. Si cero, tutto si può fare, anche cambiare idea. Ma non si può rinnegare la scelta fatta, non si può dire che la prima scelta non valeva perché qualcosa o qualcuno ci aveva costretti.
La costrizione è una condizione della scelta e non può non esistere altrimenti che scelta sarebbe?Dunque scegliere per una società ugualitaria? Va bene, benissimo, ma poi bisognerà dedicarvisi e comportarsi in maniera consequenziale.
Scegliere per una società elitaria. Va bene anche quello, ma poi non distruggere tutto ciò che non è gradito perché si creerebbero i presupposti di una vendetta che, prima o poi, cono senza una forzata stretta di mano, esploderebbe senza preavviso.
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Scritto da GUNNAR il 2 Ottobre 2011

Consuetudini.
Alzarsi al mattino molto presto
preparare la colazione per tre
aspettarsi un bacio per buon giorno
augurarsi piacevolezze per l’intera giornata
viaggiare con musica verso un lavoro qualsiasi
accettare l’idiozia su ruote delle persone chiuse in scatola.
Ribellarsi all’idiozia delle persone chiuse in scatola
accettare l’avvilimento degli sguardi dei vicini di ufficio
contraddirsi con le persone antipatiche
rimediare un piccolo intervallo per sé stessi davanti ad un caffè
cercare con lo sguardo complice un altro sguardo complice
scoprire che la complicità è sempre ambigua
capire perché l’ambiguità è sempre fastidiosa
ascoltare chiacchiere prive di senso a cui dover riconoscere forza di persuasione
interferire con la propria coscienza quando essa si assopisce
imprecare davanti al computer che si spegne giusto un attimo prima di finire il lavorori
conoscere poi che il lavoro non era un granché e rinviare tutto all’indomani
Dopo una notte un po’ insonne
dopo un risveglio intorno all’alba
dopo una colazione per tre
un bacio augurale
un saluto…
Scoprirsi soli in una folla di consuetudini. 
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Scritto da GUNNAR il 10 Agosto 2011

a mia madre a mio padre

Conoscersi è una sorpresa
Incontrarsi è intrigante e appassionante
Riconoscersi è un piacere
che non si riesce a dire
Frequentarsi è come fare un progetto
E accettarsi è una specie di collaudo
Dopo c’è il vivere assieme.
A volte il suo nome è matrimonio
Ma è solo il principio di una strada
che pensiamo di saper percorrere bene
anche ad occhi chiusi.
E’ una strada fatta di abitudine
e gesti ripetuti
a volte fino alla noia
Ma è la sola che possiamo percorrere
anche parlando d’altro.
Oscar Wilde
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Scritto da GUNNAR il 10 Agosto 2011

Presto non ci resterà che il ricordo
Presto saremo liberi e non ci resterà che un ricordo, spesso vacillante, altre volte vivido, di quel lerciume puteolente di ventennio berlusconiano.
Ciò che mi dispiace è che non mi riuscirà di godermi le ricostruzioni storiche. Son troppo vecchio e stanco per potermene beare. Allora faccio un piccolo sforzo e mi anticipo fin da ora ciò che non potrò ricordare domani.
Ricorderò il Ferrara Giuliano, pachidermico e petulante come un’ocarina rotta. Ne ha fatte tante, il grand’uomo, che nemmeno lui se ne ricorda. E spesso si confonde, scambia il bello con il brutto e ne declama le meraviglie, inverte l’ordine degli addendi ma in realtà fa moltiplicazioni ottenendo solo una montagna di idiozie verbali. Poveraccio, ridotto alla fine a chiedere elemosine milionarie per tentare di far vivere un foglietto scandalistico che spaccia per giornale d’informazione politica. 
E con il tondeggiante illusionista della forma ricorderò i due giullari di corte, il nano e la ballerina. Brunetta e Bondi. Il primo convinto di saper fare il gigante dall’alto del suo metro d’altezza, il secondo diafanamente orientato alla perenne prosternazione di fronte al potere.
Il primo impudicamente ottuso e profondamente cattivo.
Il secondo fecondamente leccaculo e immoralmente ignorante. 
Ricorderò il capo dei padani nella sua goffaggine cialtrona e rozza i suoi gesti salvatici e inconcludenti ma decisamente folcloristici e ricorderò la sua eredità all’umanità: un figlio la cui struttura biologica potrebbe essere oggetto dilunghi dibattiti tra studiosi di evoluzionismo. Forse è un esempio vivente di “anello mancante”. O forse è solo mancante.

Ricorderò il triumvirato degli eletti: LaRussa, Tremonti e Manolesta Ghedini. Il primo esaltato guerrafondaio dalla specchiata sensibilità verso i tamarri d’ogni specie e razza, purché fascisti nel cuore, il secondo silenziosamente convinto d’essere un novello Ricardo ma molto più elegante e raffinato, il terzo autocraticamente arroccato nella cittadella degli effluvi legali, delle postille giuridiche, delle invenzioni codicistiche e dell’imperitura certezza che ogni legge sia facilmente aggirabile o almeno acquistabile. E quando non si può comprare si potrà sempre rifare in altro modo… Purché salvi il culo al datore di lavoro.
Già. Lui. Il datore di lavoro.
Il Burlone per definizione. Il faccendiere per vocazione, il truffatore per scelta, il politico per necessità, il paroliere e venditore di menzogne, il più astuto degli stupidi in circolazione. Privo di scrupoli, istintivamente portato al raggiro come un venditore di tappeti o di autoveicoli usati in pessime condizioni.
Proprio lui, il Berlusconi che ha voluto cambiare volto al Paese e ci è riuscito rovinando l’intelligenza di almeno due generazioni di sprovveduti che gli hanno creduto per convenienza o per deficienza.
Ricorderò di loro molte cose e di molti altri ancora serberò un tranquillo ricordo tratteggiato fine.
Un acquerello.
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Scritto da GUNNAR il 11 Giugno 2011

Ci fu un tempo, intorno agli anni Sessanta del secolo scorso, in cui molti sociologi e antropologi sociali e psicologi e storici ecc, si cimentarono con il concetto di istituzione chiusa. Di seguito battezzata istituzione totale. 
Era un periodo in cui la sola parola “totale” rinviava a oscure e infinitamente orribili realtà. Il “totalitarismo” che ne racchiudeva il senso più profondo, non poteva che essere il principale nemico dell’umanità e, in fondo, ancora oggi il termine contiene un sedimento mortifero che include ogni nefandezza: dalla privazione della libertà individuale alla privazione di ogni libertà conquistata. E il totalitarismo ha anche assunto molte vesti e altrettanti significati. Ma tutti, più o meno, riconducibili alla morte materiale di qualsiasi creativo spirito libero.
Qualche studioso non ebbe timore nel dichiarare che i manicomi, le caserme, le carceri, erano tutte emanazioni più o meno estese delle eredità dei totalitarismi di qualsiasi tempo e di qualsiasi regime politico.
Il gulag, i confini chiusi di territori di segregazione, i recinti e ogni confine reso assoluto erano forme di privazione della libertà e non soltanto della libertà individuale. Ma soprattutto della libertà di pensare, di dire, di creare, di inventare di scoprire, di fare domande, di fare proposte, di respirare e assaporare qualsiasi innovazione, bella o brutta che fosse.
Un calvario inestinguibile e inaccettabile ma apparentemente ineluttabile. Come parte della “natura umana” che in nome della felicità di alcuni doveva sacrificare la libertà (e la vita) di altri.
Ogni teoria che fosse vicina o prossima a questa concezione di denuncia del totalitarismo venne considerata rivoluzionaria. Ogni rivoluzione in questo senso venne considerata una congiura degli intellettuali contro i valori costitutivi della morale corrente. 
L’etica di quegli anni era bifronte: da un alto la ricerca di una qualsiasi forma di espressione che sottolineasse l’assoluta egemonia della libertà individuale. Una libertà concepita per di esprimersi in qualsiasi modo fosse possibile; dall’altro il fronte compatto del “perbenismo”, del moralismo e del conservatorismo dei ben pensanti i quali non avrebbero mai accettato di mettere in discussione i loro principi morali ben sapendo che ciò avrebbe significato l’estinzione di un epoca con le incognite che ne sarebbero derivate. Tutto a vantaggio della nascita di una nuova forma di cultura con le incertezze che ne sarebbero derivate.
Si sa ogni cambiamento radicale delle forme contiene anche un cambiamento strutturale dei contenuti. E i comportamenti (le forme dell’agire) una volta resi liberi di essere a piacere avrebbero creato le basi di nuove strutture e di nuovi modi di vivere.
Ma tutto ciò non ha avuto un coerente sviluppo. Non c’è stata una combinatoria di elementi che hanno, tutti contemporaneamente, contribuito ad un’armoniosa evoluzione dei costumi e della morale sociale. Forse i motivi veri di queste discrasie si trovano nella storia atavica del genere umano, forse in una sedimentazione plurimillenaria di coercizioni e controlli sociali che si sono trasformati in forme di riflessi condizionati se non addirittura in sedimenti genetici. 
Si sa che l’adattamento è l’arma più straordinaria che la natura ha messo a disposizione delle specie viventi per consentire loro di evolversi e alle condizioni esterne.
Ebbene la specie homo si è certamente adattata, e anche bene, non solo alle condizioni ambientali del mondo e dell’habitat quale che fosse ma si è anche adattata alle condizioni culturali da lui stesso create anche quando lo scopo era originariamente del tutto diverso e solo vincolato alle necessità contingenti.
E la famiglia è uno di tali condizionamenti. Neppure tanto complicato da capire.
La famiglia nasce solo quando la cultura si è appesantita di stilemi politico economici del tutto lontani dalle esigenze dei singoli individui che cercavano di sopravvivere.
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Scritto da GUNNAR il 1 Giugno 2011

il vero amore materno Non ci credo e difficilmente finirò col crederci prima di terminare il mio tempo.
Non ci credo perché non è naturale e soprattutto è destinata a dissolversi nei secoli che verranno ammesso che ci siano secoli su cui contare per l’umana specie.
A cosa non credo?
Semplice. Non credo che esista un’idea di famiglia da difendere, da coltivare, da osannare.
La famiglia è morta e non può resuscitare se non per forzature successive o per imposizioni coercitive.
Ma li sentite quelli che ad ogni passo di elevata retorica tirano fuori l’espressione standard “siamo come una grande famiglia”? E sentite i discorsi dei politici che più sono corrotti e figli di puttana e più parlano di amore e di famiglia? E li sentite i mafiosi che non ne parlano perché non possono avere i microfoni e le telecamere a portata di faccia ma che abilmente si riconoscono come una “grande famiglia”? E i figli loro sono “picciotti” e i killer sono fratelli che lavorano al buio… Insomma nonè solo una metafora. E’ vita quotidiana.
La vera famiglia
I puri vorranno opporsi, e gli ingenui diranno che è una esagerazione. Per questi la famiglia non solo esiste ed esisterà, ma “deve” esistere pena la fine del mondo conosciuto. Una catastrofe immane si abbatterebbe sulle genti e l’umanità intera sarebbe risucchiata nel vortice della paura e dell’odio.
Ovviamente si tratta di sciocchezze.
La famiglia ha un senso solo nell’atto della procreazione per il perpetuarsi della specie. In questo senso puramente biologico ha senso ed è anche utile. Quindi una qualche regolamentazione ha un significato storico contingente e materialmente utilizzabile.
In qualsiasi altro senso è solo sfruttamento. Per di più privo di costi per chi è capace di sfruttare il quel può chiedere e chiedere e pretendere e pretendere ed esigere ed esigere in nome dell’amore familiare. Ma qualcuno appena appena sano di cerebro e che non soffra di mal d’ipocrisia davvero vuole affermare il contrario? e con quale prova? Con quale elemento fattivamente comprensibile e materialmente tangibile?
Una strana famiglia E non sarebbe più sano e più edificante e più vero, biologicamente e fisiologicamente, abolire l’istituto della famiglia e lasciare che le persone vivano le une accanto alle altre solo perché ne hanno voglia? E che smettano di frequentarsi quando la voglia cambia? E che nonci siano vicnoli o regole statutarie o regole dottrinali o riti e liturgie che ne codifichino l’esistenza?
Quest’idea diversa di coesistenza è molto più sana e più proficua di una qualsiasi altra forma di affiliazione familiare.
L’uomo dice: “La mia donna”, “Mia moglie”, mio figlio mia figlia, e la donna dice il mio uomo, mia sorella, mia madre, mio figlio ecc. la parola che più ricorre è il possessivo “mio” o “mia”. L’indicatore del possesso, della proprietà, del controllo assoluto.
Senza il “mio”/”mia” non c’è famiglia. La famiglia è culturalmente il deposito ufficiale di ogni schiavitù.
Come se un marito “possedesse una donna cui è stata data l’etichetta di moglie o come se una madre “possedesse” davvero una persona da lei totalmente separata cui è stata assegnata l’etichetta di “figlio”. Si tratta semplicemente di un retaggio antico e selvaggio, una bruttura indegna che nel corso dei secoli la chiesa cattolica ha deformato fino all’indecenza. E dopo di lei tutte le altre chiese moderne che si sono moltiplicate.
Quel possessivo non è solo una parola. Rappresenta un modo di essere e di riconoscersi. Al punto che si ritiene addirittura legittimo ammalarsi di gelosia. Si ritiene che anzi essa sia il sintomo esteriore di una grande affetto, di un profondo amore… Follia pura. L’amore non è chiaro cosa sia di preciso ma certamente è agli antipodi del “possesso” essendo esso prima di ogni altra cosa “generosità”, rivolgimento verso l’esterno. Chi ama non pretende e non chiede e non chiama. Chi ama si dedica, incondizionatamente e in cambio non chiede alcunché. Se così non fosse sarebbe solo una forma diversa di mercanteggiamento.
E nelle famiglie si mercanteggia, prima di tutto. magari solo per un tozzo di pane 
Ai figli si chiede per avere in cambio riconoscenza, alle mogli si chiede per avere in cambio devozione, ai mariti si chiede per avere in cambio sicurezza e protezione e così dicendo si procede verso una diffusa borsa valori di emozioni a costo variabile e a tassi incerti di breve o brevissima scadenza.
Altro che famiglia.
Lasciamo a qualche malaccorto politico, artista della truffa e del raggiro, della menzogna e dell’ingordigia, il compito di blaterare di “amore” e “famiglia”.
Una mente sana sa che la famiglia esiste solo se chi vi sta dentro è convinto che essa non ha alcun significato nascosto e che vive solo fino a quando non ha assolto il suo compito di trasformazione tra le generazioni che si succedono le una dopo le altre.
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Scritto da GUNNAR il 31 Maggio 2011

Come dissero gli americani dopo aver saputo che il vecchio demone del terrorismo islamico era finito in fondo all’oceano, anche a me vien da dire: << da oggi l’aria di Milano è un po’ meno gassosa, più leggera, assai più respirabile>>.
Resta da sperare che duri.
Resta da vedere chi saprà cogliere quest’occasione e come saprà sfruttarla per sgrassare negli angoli dove si è accumulato il lerciume.

Finito è ormai del tutto d’un ometto il governatorato
che solo al proprio nome risponde De Corato
Defunta la Letizia, creatura infernale
ora ben sa cosa sia sentir male
e con essi muore il tempo delle storie e dei ladroni
delle promesse e dei cafoni
delle carrozze, dei teatri senz’attori
delle vie lercie e di buchi piene e colme
dei liquidi sottratti che sian d’acqua o solo euri
sempre ladri sono stati e niente ormai li salverà
se giustizia lo vorrà

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Scritto da GUNNAR il 20 Maggio 2011
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Scritto da GUNNAR il 2 Maggio 2011

Che alla fine possa riportare in vita tutti i morti ammazzati dalla chiesa berlusconiana.
Dicevo qualche tempo fa che si naviga a vista.
E ironizzavo aggiungendo: “Conformiamoci, dove stanno andando quelli andiamo anche noi così almeno non ci perdiamo. E’ importante non sbagliare strada che se accade si perde tempo si sprecano energie, ci si rimette di tasca propria e nessuno sarà pronto a darci una mano”. E lo ripetevo riportando le parole di un tale che viaggia con me e che mi chiama amico. Egli aveva un’idea abbastanza deviata della parola amicizia. Direi che è un’idea di tipo berlusconiano. Più che amicizia si tratta di formule contrattuali, di quelle con le postille in piccolo scritte sul verso e un mucchio di rinvii al codice civile.
Comunque ci ho ripensato ed ho ritenuto che si tratti di un pensiero dilagante, il conformismo; è una malattia molto italiana. Forse c’è del conformismo anche altrove nel mondo ma da noi ha assunto proporzioni patologiche soprattutto per il fatto che è del tutto paradossale nelle sue manifestazioni. Non solo è un conformismo di genere massimalista ma è anche un conformismo camaleontico: esso si modifica come tira il vento. Oggi si è tutti conformisti sulla scelta economica della destra domani, repentinamente, si diventa conformisti sulla scelta opposta. Dipende da chi ha i cordoni della borsa.
Ricordate gli italiani e i tassisti nella fase ascendente del precedente governo? Erano tutti contro i tassisti conformemente tranne (ovviamente) quelli che li appoggiavano per cavalcare la tigre dalla sponda opposta.
Oggi non ne parla più nessuno e i tassisti fanno esattamente quello che facevano prima, tirano a fregare il cliente. Ma nessuno se ne accorge perché il conformismo si è spostato sui delitti di cronaca. Vale anche per i farmacisti, i panettieri, i mercanti dei supermercati, i modalioli e gli stilisti, i carpentieri, gli architetti e gli ingegneri. Per non parlare degli avvocati, degli assicuratori, dei banchieri e di ogni altro libero professionista d’italica terra protetto dal sacro libro della corporazione di appartenenza.
Avrete notato quanto conformismo trabocchi dalle melliflue e incoerenti deviazioni linguistiche del Vespa nazionale? Egli è la quintessenza del qualunquismo servile quasi quanto lo è Fede. Ma quest’ultimo è contadino e bottegaio nella sua devozione all’Unto. Mentre Vespa non ha padroni dichiarati solo pagatori occulti, egli vive solo per servire il padrone di turno e sa come agire per cambiare campo in tempo per essere conformista di nuovo conio.
Oggi sta nascendo un nuovo conformismo. Il conformismo della critica a sinistra. Si stanno uniformando in molti, quelli che erano contro la sinistra lo sono ancora ma con maggiore rilassatezza dal momento che non ne temono rigurgiti. Hanno tutto sotto controllo e poi c’è LUI che vigila e zampetta lungo le vie di Pescara inseguito da affannate guardie del corpo che si capisce che non ne possono più a stargli dietro tanto è arzillo.
Anche chi è contrario o è stato contrario al berlusconismo (e a Berlusconi stesso per ciò che è e ciò che rappresenta), spesso si pone anche (o forse soprattutto) contro la sinistra. Perché?
Forse perché non riescono a distinguere nella nebbiosa fumeria delle dichiarazioni occasionali, un vero progetto, un progetto che sia alternativo, che sia fattibile, che sia risolutore. Non riescono a capire perché non si proponga qualcosa che affronti in maniera reale e innovativa, si potrebbe dire strutturale, i problemi di un’economia malata. E aggiungerei anche di una “cultura” malata. Perché non riescono a riconoscere elementi progettuali di rinnovamento della scuola, della cultura in generale, della ricerca, della società e della politica.
Non distinguono nelle dichiarazioni di qualsiasi esponente di sinistra l’afflato del vincitore, nemmeno morale, di una competizione che si possa giocare sul piano dell’onestà. Forse non è demerito dei rappresentanti dell’opposizione di sinistra. Ma certo è demerito della sinistra nel suo insieme non saper produrre qualcosa di diverso dalla solita contumelia in parte rivendicativa e in parte lamentosa.
E la giustizia? dov’è finita la giustizia nella cultura di sinistra? Ma è possibile che l’unica voce a chiedere persistente e indomabile un po’ di giustizia sia la voce di Di Pietro? Ho stima di Di Pietro ma non ha il carisma del politico egli rimane uno sbirro con la toga. Senza cattiveria lo dico ma con simpatia. E’ già tanto che riesca ad avere un partito e se ciò accade è soprattutto per la forza della sua combattività e per la coerenza delle sue scelte che valgono più della coerenza delle sue parole. Anche tra i suoi affiliati ci sono arrivisti, megalomani, truffatori e cacciaballe. Non ci si può far molto. Credo che nessuno possa farci qualcosa per evitarlo.
Se poi si vuole scambiare la parola giustizia con giustizialismo ci si accomodi. Meglio un sano giustizialismo che un insipido e ipocrita garantismo d’accatto. Con buona pace di tutti i garantismi fasulli e beceri che si spargono negli interstizi del malaffare mafioso-camorristico-politico ecc. Ferrara docet.
Vorrei ricordare ai critici della sinistra, ma vorrei che qualcuno più influente di me lo rammenti alle teste pensanti della sinistra (ufficiale e ufficiosa), che il vero problema non sono le ormai stantie questioni della sinistra ma è Berlusconi e la cultura berlusconiana. Come lo è cultura che ha generato un personaggio come Berlusconi e gli ha consentito di vegetare fino al momento di diventare produttore di malaffare legalizzato.
Ricordo che è lui e ciò che lui rappresenta il problema più grave della storia recente di questo Paese. A qualcuno deve essere sfuggito il significato vero dell’attacco che il governo Berlusconi sta attuando contro la Costituzione italiana.
Non si tratta con chi delle leggi se ne fotte! Non si tratta e non si fanno prigionieri. Non è ammissibile alcuna pietà per il semplice fatto che l’ometto di Arcore non ha pietà di nessuno, non ne ha mai avuta e non ne avrà mai. Egli ha solo dipendenti, baciapile e servi: i primi li paga e i secondi li ricatta e i terzi li costringe con la pagnotta.
Qualcuno sostiene che gli italiani sono un popolo fragile. Ancora non educato ai valori della moderna democrazia. Un popolo non avvezzo a distinguere il falso dal vero. Un popolo troppo soggiogato dal becero qualunquismo della Chiesa di Roma, un popolo che fatica a comprendere i confini della moralità e della decenza quando si tratta di avere relazioni sociali. Un popolo ancora incolto e sostanzialmente semplice nelle emozioni e facilmente manipolabile. E questo anche un fallito come Ferrara lo pensa ed è per questo che quando si creano combinazioni inattese come accaduto recentemente a Milano al PalaSharp, dove intelletti non acquistabili e non schiavizzabili si sono sentiti in dovere di ritrovarsi per un momento a scoprire di non esser del tutto soli, ecco che l’elefantino prono si è indispettito, si è irritato, che dico? si è addirittura imbestialito. Sarà perché non è stato invitato? Sarà perché nessuno, dico, veramente nessuno, gli da quel minimo di credito che solo dal suo occulto editore ogni tanto gli viene?
Sarà per questo che quei pochi che si rendono conto del vero problema sono ancora più agguerriti detrattori di una sinistra che sembra sempre rinunciataria e inconsistente.
In effetti il gravissimo errore della sinistra resta sotto la cenere a covare e di tanto in tanto miete nuove vittime. Sono quelli che cercano di capire e cercano di darsi delle risposte a domande che non potranno avere risposte oneste.
Perché la sinistra si è piegata al potere della propaganda: sembra essersi conformata. Ha lasciato tutte le mani vincenti a Berlusconi, gli ha permesso di dire e fare quel che voleva e si è trincerata dietro l’alibi delle sue televisioni che si moltiplicavano, non ha combattuto, ha rinunciato. E anche quando ha avuto il modo e il tempo di farlo non ha saputo trovare il coraggio di imporre una legge che costringesse il politico imprenditore a lasciare l’imprenditore politico, non ha trovato il coraggio di schiacciare il parassita. L’ha lasciato scappare e quello ha messo uova dappertutto pronte ad aprirsi.
Ma il reuccio cadrà, prima o poi, e con lui i suoi filistei. Il reuccio per ora è solo denudato, è esposto, tira fuori le unghie e graffierà chi gli è vicino, si difenderà, attaccherà e forse ucciderà anche per difendere sé stesso. Egli è allo stremo e non vuole che la gente lo sappia e allora mescola le acque, le intorbida, crea un velo, divide gli animi eccitandone le passioni e creando spasmi di convincimenti, fa leva sulle pulsioni basse, parla di tasse, parla di riservatezza, parla di amore, e parla di odio. In realtà non parla invia messaggi subliminali ai suoi devoti adoratori televisivi.
Ha creato un popolo di zombi e una pletora di preti al suo servizio. A cominciare dai suoi ministrelli-cardinali per finire ai suoi pretucoli-giornalisti che gli fanno ala ecumenica.
Quegli italiani che non si sono addormentati hanno anche il compito di svegliare dal letargo tutti gli altri.
Che il popolo dei vivi sommerga le piazze occorre risvegliare i morti.
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Scritto da GUNNAR il 2 Maggio 2011

In merito all’uccisione del terrorista saudita, il direttore della sala stampa della Santa Sede, Federico Lombardi, ha detto che “di fronte alla morte di un uomo, un cristiano non si rallegra mai, ma riflette sulle gravi responsabilità di ognuno davanti a Dio e agli uomini e spera e si impegna perché ogni evento non sia occasione di una crescita ulteriore dell’odio, ma della pace…”
Sarà pure vero. E poi se lo dice il direttore della sala stampa Vaticana deve avere il sostegno del Vice Capo e del Capo in persona. Insomma non è discutibile.
Come nessuna delle affermazioni che escono dal Vaticano del resto.
Tuttavia resto indifferente alle sollecitazioni che da quei sacrali luoghi provengono. Come dire? Non ci credo che siano autentiche, non credo che siano parole vere, non credo nemmeno che siano parole ma appena dei sussurri pronunciati con le dita incrociate dietro la schiena.
Ogni volta che sento un prelato parlare mi viene spontaneo pensare alla necessità di dovermi difendere. Meglio se con le armi cariche (e lascio al lettore incauto credere che si tratti di armi metaforiche).
Sono sempre convinto che il mondo sarebbe migliore senza prelati, preti, vescovi, cardinali, sacerdoti, predicatori postulanti, devoti e pii fedeli, osservanti, mistici, maghi di seconda e terza categoria, esploratori dell’occulto e mistificatori della fede.
Ma soprattutto sarebbe più libero senza papi (nella duplice accezione della moderna etimologia: plurale di Papa e singolare di primo ministro in carica).
Come si comprende facilmente molte storture scaturiscono da questa pletora di gente inutile. E già perché si tratta di gente inutile, nel senso che non serva a niente. Non lavora, non produce, non educa, non costruisce, non crea nulla di edificante per il benessere delle persone né sul piano materiale né sul piano mentale.
Qualche ingenuo direbbe che il loro lavoro è edificante sul piano spirituale. Forse.
Credo che il piano spirituale (quello vero e non quello che si vuole sbandierare pubblicamente nelle piazze con le guardie svizzere) tuttavia sia così personale e intimo che nessuna cosa detta o fatta da siffatti nullafacenti impastatori di chiacchiere possa accedervi senza creare disagio e danno.
Adesso abbiamo un altro beato.
Proprio l’umanità non ne sentiva il bisogno, esclusi gli illusi è evidente. Ma quelli resteranno illusi loro malgrado e malgrado l’ennesimo beato. In cambio molti illusi avranno speso del denaro per avere un immagine fisica del beato, una clessidra col la sua faccia, una maglietta, un cubo di plastica, un bicchiere, una forchetta di vinile, un coltellino svizzero, un cappello di stoffa fatto in Cina.
Beato il beato che non sarà beatificato. 
Forse non bisogna gioire della morte di un uomo. Forse. Ma la carne è molto materiale, il dolore pure, la vendetta lo è ancor di più. Credo che negli USA siano stati molti milioni coloro che hanno stappato una bottiglia e se la siano scolata solo per festeggiare la sparizione di Bin Laden. Credo anche che nessuno di essi si sia posto il problema morale se è giusto o ingiusto. Credo piuttosto che il problema da porsi è “utile” o “inutile”.
La risposta anche prima di finire la bottiglia sia stata una solo: “utile”, anzi “molto utile”.

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Scritto da GUNNAR il 29 Aprile 2011

Adesso hanno quarant’anni. 
E’ passato un mucchio di tempo. Alcuni sono rimasti com’erano. Nel senso che i loro modi e il loro modo di porgersi non è cambiato molto. Talora sembra amplificato, sempre familiarmente riconoscibile.
Modi, parole e gesti del mio passato che riaffiorano ora in un presente affatto diverso.
I loro volti sembravano sereni.
L’avvocato di oggi era il curioso primo banco di ieri, la ragioniera era una cinguettante chiacchierona al terzo banco, il maresciallo carabiniere un sorridente opportunista senza fissa dimora tra le fila di banchi. Il panettiere già allora aveva con sé un aroma d’impasti di farine, e una tranquilla armonia negli occhi.Potrei continuare. Ma diventerei forse un po’ patetico. Mi sono commosso nel vederli. A parlarci non ne ne viene fuori altro che un fiume di risate e di ricordi di scuola. A tratti qualche idea sul presente. Ma si capisce che non è ciò che vogliono.

Preferiscono, per un momento, cercare un ombra di felicità nella loro memoria.Mi sono sentito come il loro vecchio padre che finalmente vede realizzata l’esistenza dei propri figli.
L’ho detto che sarei diventato patetico.
Io non dimenticherò i miei studenti quelli brutti e quelli belli, quelli troppo e quelli troppo poco, quelli presenti e quelli spessi assenti, quelli che sapevano rispondere e quelli che cercavano di prendermi in giro, quelli che si inventavano scuse talmente sciocche da essere risibili e quelli che candidamente mi facevano sapere di non essere interessati, quelli ricchi e quelli poveri, quelli eleganti e quelli dimessi, quelli paurosi e quelli dallo sguardo fiero e sfrontato.

Non dimenticherò i miei studenti.
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