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Scritto da GUNNAR il 2 Maggio 2011

Che alla fine possa riportare in vita tutti i morti ammazzati dalla chiesa berlusconiana.
Dicevo qualche tempo fa che si naviga a vista.
E ironizzavo aggiungendo: “Conformiamoci, dove stanno andando quelli andiamo anche noi così almeno non ci perdiamo. E’ importante non sbagliare strada che se accade si perde tempo si sprecano energie, ci si rimette di tasca propria e nessuno sarà pronto a darci una mano”. E lo ripetevo riportando le parole di un tale che viaggia con me e che mi chiama amico. Egli aveva un’idea abbastanza deviata della parola amicizia. Direi che è un’idea di tipo berlusconiano. Più che amicizia si tratta di formule contrattuali, di quelle con le postille in piccolo scritte sul verso e un mucchio di rinvii al codice civile.
Comunque ci ho ripensato ed ho ritenuto che si tratti di un pensiero dilagante, il conformismo; è una malattia molto italiana. Forse c’è del conformismo anche altrove nel mondo ma da noi ha assunto proporzioni patologiche soprattutto per il fatto che è del tutto paradossale nelle sue manifestazioni. Non solo è un conformismo di genere massimalista ma è anche un conformismo camaleontico: esso si modifica come tira il vento. Oggi si è tutti conformisti sulla scelta economica della destra domani, repentinamente, si diventa conformisti sulla scelta opposta. Dipende da chi ha i cordoni della borsa.
Ricordate gli italiani e i tassisti nella fase ascendente del precedente governo? Erano tutti contro i tassisti conformemente tranne (ovviamente) quelli che li appoggiavano per cavalcare la tigre dalla sponda opposta.
Oggi non ne parla più nessuno e i tassisti fanno esattamente quello che facevano prima, tirano a fregare il cliente. Ma nessuno se ne accorge perché il conformismo si è spostato sui delitti di cronaca. Vale anche per i farmacisti, i panettieri, i mercanti dei supermercati, i modalioli e gli stilisti, i carpentieri, gli architetti e gli ingegneri. Per non parlare degli avvocati, degli assicuratori, dei banchieri e di ogni altro libero professionista d’italica terra protetto dal sacro libro della corporazione di appartenenza.
Avrete notato quanto conformismo trabocchi dalle melliflue e incoerenti deviazioni linguistiche del Vespa nazionale? Egli è la quintessenza del qualunquismo servile quasi quanto lo è Fede. Ma quest’ultimo è contadino e bottegaio nella sua devozione all’Unto. Mentre Vespa non ha padroni dichiarati solo pagatori occulti, egli vive solo per servire il padrone di turno e sa come agire per cambiare campo in tempo per essere conformista di nuovo conio.
Oggi sta nascendo un nuovo conformismo. Il conformismo della critica a sinistra. Si stanno uniformando in molti, quelli che erano contro la sinistra lo sono ancora ma con maggiore rilassatezza dal momento che non ne temono rigurgiti. Hanno tutto sotto controllo e poi c’è LUI che vigila e zampetta lungo le vie di Pescara inseguito da affannate guardie del corpo che si capisce che non ne possono più a stargli dietro tanto è arzillo.
Anche chi è contrario o è stato contrario al berlusconismo (e a Berlusconi stesso per ciò che è e ciò che rappresenta), spesso si pone anche (o forse soprattutto) contro la sinistra. Perché?
Forse perché non riescono a distinguere nella nebbiosa fumeria delle dichiarazioni occasionali, un vero progetto, un progetto che sia alternativo, che sia fattibile, che sia risolutore. Non riescono a capire perché non si proponga qualcosa che affronti in maniera reale e innovativa, si potrebbe dire strutturale, i problemi di un’economia malata. E aggiungerei anche di una “cultura” malata. Perché non riescono a riconoscere elementi progettuali di rinnovamento della scuola, della cultura in generale, della ricerca, della società e della politica.
Non distinguono nelle dichiarazioni di qualsiasi esponente di sinistra l’afflato del vincitore, nemmeno morale, di una competizione che si possa giocare sul piano dell’onestà. Forse non è demerito dei rappresentanti dell’opposizione di sinistra. Ma certo è demerito della sinistra nel suo insieme non saper produrre qualcosa di diverso dalla solita contumelia in parte rivendicativa e in parte lamentosa.
E la giustizia? dov’è finita la giustizia nella cultura di sinistra? Ma è possibile che l’unica voce a chiedere persistente e indomabile un po’ di giustizia sia la voce di Di Pietro? Ho stima di Di Pietro ma non ha il carisma del politico egli rimane uno sbirro con la toga. Senza cattiveria lo dico ma con simpatia. E’ già tanto che riesca ad avere un partito e se ciò accade è soprattutto per la forza della sua combattività e per la coerenza delle sue scelte che valgono più della coerenza delle sue parole. Anche tra i suoi affiliati ci sono arrivisti, megalomani, truffatori e cacciaballe. Non ci si può far molto. Credo che nessuno possa farci qualcosa per evitarlo.
Se poi si vuole scambiare la parola giustizia con giustizialismo ci si accomodi. Meglio un sano giustizialismo che un insipido e ipocrita garantismo d’accatto. Con buona pace di tutti i garantismi fasulli e beceri che si spargono negli interstizi del malaffare mafioso-camorristico-politico ecc. Ferrara docet.
Vorrei ricordare ai critici della sinistra, ma vorrei che qualcuno più influente di me lo rammenti alle teste pensanti della sinistra (ufficiale e ufficiosa), che il vero problema non sono le ormai stantie questioni della sinistra ma è Berlusconi e la cultura berlusconiana. Come lo è cultura che ha generato un personaggio come Berlusconi e gli ha consentito di vegetare fino al momento di diventare produttore di malaffare legalizzato.
Ricordo che è lui e ciò che lui rappresenta il problema più grave della storia recente di questo Paese. A qualcuno deve essere sfuggito il significato vero dell’attacco che il governo Berlusconi sta attuando contro la Costituzione italiana.
Non si tratta con chi delle leggi se ne fotte! Non si tratta e non si fanno prigionieri. Non è ammissibile alcuna pietà per il semplice fatto che l’ometto di Arcore non ha pietà di nessuno, non ne ha mai avuta e non ne avrà mai. Egli ha solo dipendenti, baciapile e servi: i primi li paga e i secondi li ricatta e i terzi li costringe con la pagnotta.
Qualcuno sostiene che gli italiani sono un popolo fragile. Ancora non educato ai valori della moderna democrazia. Un popolo non avvezzo a distinguere il falso dal vero. Un popolo troppo soggiogato dal becero qualunquismo della Chiesa di Roma, un popolo che fatica a comprendere i confini della moralità e della decenza quando si tratta di avere relazioni sociali. Un popolo ancora incolto e sostanzialmente semplice nelle emozioni e facilmente manipolabile. E questo anche un fallito come Ferrara lo pensa ed è per questo che quando si creano combinazioni inattese come accaduto recentemente a Milano al PalaSharp, dove intelletti non acquistabili e non schiavizzabili si sono sentiti in dovere di ritrovarsi per un momento a scoprire di non esser del tutto soli, ecco che l’elefantino prono si è indispettito, si è irritato, che dico? si è addirittura imbestialito. Sarà perché non è stato invitato? Sarà perché nessuno, dico, veramente nessuno, gli da quel minimo di credito che solo dal suo occulto editore ogni tanto gli viene?
Sarà per questo che quei pochi che si rendono conto del vero problema sono ancora più agguerriti detrattori di una sinistra che sembra sempre rinunciataria e inconsistente.
In effetti il gravissimo errore della sinistra resta sotto la cenere a covare e di tanto in tanto miete nuove vittime. Sono quelli che cercano di capire e cercano di darsi delle risposte a domande che non potranno avere risposte oneste.
Perché la sinistra si è piegata al potere della propaganda: sembra essersi conformata. Ha lasciato tutte le mani vincenti a Berlusconi, gli ha permesso di dire e fare quel che voleva e si è trincerata dietro l’alibi delle sue televisioni che si moltiplicavano, non ha combattuto, ha rinunciato. E anche quando ha avuto il modo e il tempo di farlo non ha saputo trovare il coraggio di imporre una legge che costringesse il politico imprenditore a lasciare l’imprenditore politico, non ha trovato il coraggio di schiacciare il parassita. L’ha lasciato scappare e quello ha messo uova dappertutto pronte ad aprirsi.
Ma il reuccio cadrà, prima o poi, e con lui i suoi filistei. Il reuccio per ora è solo denudato, è esposto, tira fuori le unghie e graffierà chi gli è vicino, si difenderà, attaccherà e forse ucciderà anche per difendere sé stesso. Egli è allo stremo e non vuole che la gente lo sappia e allora mescola le acque, le intorbida, crea un velo, divide gli animi eccitandone le passioni e creando spasmi di convincimenti, fa leva sulle pulsioni basse, parla di tasse, parla di riservatezza, parla di amore, e parla di odio. In realtà non parla invia messaggi subliminali ai suoi devoti adoratori televisivi.
Ha creato un popolo di zombi e una pletora di preti al suo servizio. A cominciare dai suoi ministrelli-cardinali per finire ai suoi pretucoli-giornalisti che gli fanno ala ecumenica.
Quegli italiani che non si sono addormentati hanno anche il compito di svegliare dal letargo tutti gli altri.
Che il popolo dei vivi sommerga le piazze occorre risvegliare i morti.
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Scritto da GUNNAR il 2 Maggio 2011

In merito all’uccisione del terrorista saudita, il direttore della sala stampa della Santa Sede, Federico Lombardi, ha detto che “di fronte alla morte di un uomo, un cristiano non si rallegra mai, ma riflette sulle gravi responsabilità di ognuno davanti a Dio e agli uomini e spera e si impegna perché ogni evento non sia occasione di una crescita ulteriore dell’odio, ma della pace…”
Sarà pure vero. E poi se lo dice il direttore della sala stampa Vaticana deve avere il sostegno del Vice Capo e del Capo in persona. Insomma non è discutibile.
Come nessuna delle affermazioni che escono dal Vaticano del resto.
Tuttavia resto indifferente alle sollecitazioni che da quei sacrali luoghi provengono. Come dire? Non ci credo che siano autentiche, non credo che siano parole vere, non credo nemmeno che siano parole ma appena dei sussurri pronunciati con le dita incrociate dietro la schiena.
Ogni volta che sento un prelato parlare mi viene spontaneo pensare alla necessità di dovermi difendere. Meglio se con le armi cariche (e lascio al lettore incauto credere che si tratti di armi metaforiche).
Sono sempre convinto che il mondo sarebbe migliore senza prelati, preti, vescovi, cardinali, sacerdoti, predicatori postulanti, devoti e pii fedeli, osservanti, mistici, maghi di seconda e terza categoria, esploratori dell’occulto e mistificatori della fede.
Ma soprattutto sarebbe più libero senza papi (nella duplice accezione della moderna etimologia: plurale di Papa e singolare di primo ministro in carica).
Come si comprende facilmente molte storture scaturiscono da questa pletora di gente inutile. E già perché si tratta di gente inutile, nel senso che non serva a niente. Non lavora, non produce, non educa, non costruisce, non crea nulla di edificante per il benessere delle persone né sul piano materiale né sul piano mentale.
Qualche ingenuo direbbe che il loro lavoro è edificante sul piano spirituale. Forse.
Credo che il piano spirituale (quello vero e non quello che si vuole sbandierare pubblicamente nelle piazze con le guardie svizzere) tuttavia sia così personale e intimo che nessuna cosa detta o fatta da siffatti nullafacenti impastatori di chiacchiere possa accedervi senza creare disagio e danno.
Adesso abbiamo un altro beato.
Proprio l’umanità non ne sentiva il bisogno, esclusi gli illusi è evidente. Ma quelli resteranno illusi loro malgrado e malgrado l’ennesimo beato. In cambio molti illusi avranno speso del denaro per avere un immagine fisica del beato, una clessidra col la sua faccia, una maglietta, un cubo di plastica, un bicchiere, una forchetta di vinile, un coltellino svizzero, un cappello di stoffa fatto in Cina.
Beato il beato che non sarà beatificato. 
Forse non bisogna gioire della morte di un uomo. Forse. Ma la carne è molto materiale, il dolore pure, la vendetta lo è ancor di più. Credo che negli USA siano stati molti milioni coloro che hanno stappato una bottiglia e se la siano scolata solo per festeggiare la sparizione di Bin Laden. Credo anche che nessuno di essi si sia posto il problema morale se è giusto o ingiusto. Credo piuttosto che il problema da porsi è “utile” o “inutile”.
La risposta anche prima di finire la bottiglia sia stata una solo: “utile”, anzi “molto utile”.

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Scritto da GUNNAR il 29 Aprile 2011

Adesso hanno quarant’anni. 
E’ passato un mucchio di tempo. Alcuni sono rimasti com’erano. Nel senso che i loro modi e il loro modo di porgersi non è cambiato molto. Talora sembra amplificato, sempre familiarmente riconoscibile.
Modi, parole e gesti del mio passato che riaffiorano ora in un presente affatto diverso.
I loro volti sembravano sereni.
L’avvocato di oggi era il curioso primo banco di ieri, la ragioniera era una cinguettante chiacchierona al terzo banco, il maresciallo carabiniere un sorridente opportunista senza fissa dimora tra le fila di banchi. Il panettiere già allora aveva con sé un aroma d’impasti di farine, e una tranquilla armonia negli occhi.Potrei continuare. Ma diventerei forse un po’ patetico. Mi sono commosso nel vederli. A parlarci non ne ne viene fuori altro che un fiume di risate e di ricordi di scuola. A tratti qualche idea sul presente. Ma si capisce che non è ciò che vogliono.

Preferiscono, per un momento, cercare un ombra di felicità nella loro memoria.Mi sono sentito come il loro vecchio padre che finalmente vede realizzata l’esistenza dei propri figli.
L’ho detto che sarei diventato patetico.
Io non dimenticherò i miei studenti quelli brutti e quelli belli, quelli troppo e quelli troppo poco, quelli presenti e quelli spessi assenti, quelli che sapevano rispondere e quelli che cercavano di prendermi in giro, quelli che si inventavano scuse talmente sciocche da essere risibili e quelli che candidamente mi facevano sapere di non essere interessati, quelli ricchi e quelli poveri, quelli eleganti e quelli dimessi, quelli paurosi e quelli dallo sguardo fiero e sfrontato.

Non dimenticherò i miei studenti.
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Scritto da GUNNAR il 27 Aprile 2011

“Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.

Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma,soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”
(…)
”Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.
Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.
Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.
Estratto dalla relazione dell’ottobre del 1912 resa pubblica dall’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti.
Nella storia solo così i morti resuscitano. 
Nella storia che si sta scrivendo in Italia oggi molti morti bussano alla porta dei vivi.
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Scritto da GUNNAR il 25 Marzo 2011

Non si tratta di essere pacifisti o guerrafondai. 
Si tratta di usare l’intelligenza, poca o molta che sia, o lasciarsi usare dalla merda che si annida nel cervello.
Ognuno ha la sua bella dose di merda che si accumula col tempo, con le proprie idiozie, con le proprie paranoie, le proprie metastasi caratteriali. Ognuno vive il suo mondo interiore come se fosse il solo mondo esteriore che esiste e sul quale fondare ogni convinzione e ogni esperienza.
Non è così. Ovviamente non è così. Ma non ci si può far nulla a quanto pare. si resta ancorati alle proprie piccole convinzioni. Le sole isole di certezza che ci si convince di avere.
Abbiamo bisogno di certezze, diceva qualcuno, e ce le andiamo a cercare nei posti più strani. Ma se non riusciamo a trovarle allora ce le costruiamo. Più la realtà ci appare incerta e tanto più ci convinciamo delle sole cose che riteniamo utili, convincenti e non dannose.
Facciamo, nel bene e nel male, l’unica cosa che sappiamo veramente fare: sopravviviamo.
Non sappiamo come fare a vincere le nostre paure ma sappiamo benissimo sotto cosa seppellirle. E spesso ci riusciamo così bene da dimenticare il lavoro di scavo che abbiamo fatto.
In qualche parte del mondo un terremoto ammazza centinaia di migliaia di persone e, tanto per ricordare chi è che comanda in natura, fa emergere dall’oceano un’onda d’acqua spaventosa che spazza via qualche città, qualche ponte, qualche diga e qualche aeroporto. Non resta quasi niente per migliaia di chilometri quadrati. Solo fango, acqua marcia, cadaveri e detriti di terra e sassi. Ma non si accontenta dei danni fatti fino a quel punto. Mamma natura decide di ricordare bene a tutti cosa voglia dire fare i conti con il caso. Così fa sgretolare un po’ di alterigia tecnologica e qualche certezza artefatta. Un paio di reattori nucleari si prosciugano e i noccioli radioattivi restano scoperti. Quanto basta per farli collassare fino a fondersi. Ed ecco la catastrofe. Si sprigiona in atmosfera vapore e radioattivo. Ci vuole un raffreddamento che non arriva, ci sono altri morti, altra acqua, altra energia per suturare le ferite di una mammella energetica al cesio e al plutonio. Roba da scienziati pazzi.
Nell’universo mondo globalizzato tutti hanno capito che quei reattori si sarebbero dovuti chiudere o ammodernare proprio per evitare questi incidenti. Nell’intero mondo. Non è esatto. In Italia non l’hanno capito. O non lo vogliono capire. Oppure c’è dell’altro di incoffessabile che salterà fuori nel corso di qualche futura inchiesta avviata sulle denunce sconcertanti di una qualche stralunata trasmissione televisiva. Ma ci vorranno anni. Una ministrella dell’ambiente (per caso ministrella e per caso all’ambiente) si lascia sfuggire sull’emotività di una intervista a caldo che “allo stato attuale mica ci si può tirare indietro sul nucleare… ” ma se le parole esatte non sono queste il loro significato è indubbio: Adesso ci siamo impegnati con chissà chi e chissà in che modo che rinunciare al nucleare significherebbe finire in malora. Il governo non può permettersi di scontentare anche i grandi affaristi dell’uranio… Un disastro peggiore del terremoto.
Invece il caso, benedetto e ironico caso, ecco che non abbastanza divertito dagli eventi scatenati a undici chilometri di profondità nel Pacifico settentrionale decide di inventarsene una davvero notevole. Fa scatenare i poveracci del mondo arabo. L’intera Africa mediterranea si scatena, la Tunisia, l’Egitto, il Marocco e da ultima la Libia intraprendono una lunga e faticosa marcia per la conquista della loro libertà dall’oppressione. Qualcuno ci riesce rapidamente e senza troppe vittime. Qualcun altro non ce la fa a evitare dei morti. Ma la Libia non ce la fa. In Libia c’è un dittatorello puttaniere e ladro, assassino e truffatore che è stato omaggiato prima e osannato poi da un altro dittatorello in guanti bianchi, anche lui puttaniere e anche lui truffatore e ladro. Un poco di buono che tantissimi allocchi hanno deciso di inviare al potere eleggendolo. E’ uno dei capricci della democrazia. Solo che il dittatorello numero due fa il paio con il dittatorello numero uno e si scambiano baciamani, bacia anelli e già che ci sono si scambiano anche le verginelle dei rispettivi harem. Una cosa patetica e anche un pò schifosetta vista l’età dei due capibanda.
Il caso, dicevo, ci si mette di buona lena a spaiare le carte. La radioattività incombente sull’intero globo terracqueo induce a “pause di riflessione” un governo di beceri ottusi e analfabeti. E sempre il caso smaschera pubblicamente e nel peggiore dei modi la violenta e fratricida sete di potere del dittatorello libico. Non potendo fare altro infatti egli decide di sparare con l’aviazione contro i propri cittadini che insorti chiedevano tre cose, libertà, pane e democrazia. 
Tutti si sono arrovellati per cercare una soluzione. Ma essendo tutti più o meno complici del libico assassino tutti hanno anche tentennato prima di fare di necessità virtù e dar mandato all’ONU. Tutti tranne il nostro paese. In Italia le cose si sa sono sempre più confuse. La sinistra sempre contraria alla guerra stavolta ha deciso di essere favorevole ma soprattutto perché il libico dittatore è un assassino, versione ufficiale. Versione di malpensanti ce l’hanno con il libico perché amico del ministro affarista che vive indisturbato da quindici anni a Palazzo Chigi.
Amico?
Ma come amico? Eh già! Amico, amico di tenda, amico di letto, amico di harem e amico di anello. Gli ha chiesto scusa pubblicamente per l’invasione di cent’anni fa. Come se l’avesse fatta lui l’invasione, come se chiedere scusa potesse cambiare il contenuto di scelleratezze descritte nei libri di storia.
E adesso il governicchio destrorso e sciatto di Berlusconi si sta arrabattando in ogni modo per fare e non fare, per dire e non dire per guerreggiare senza guerreggiare.
Che deprimente visione.
Un paese senza spina dorsale, senza certezze. Vivo solo per il convincimento di altri paesi che ci riconoscono un territorio e una lingua comune.
Un Paese cui non resta che prostituirsi vendendosi al miglior offerente.
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Scritto da GUNNAR il 24 Febbraio 2011

Il procuratore generale della Corte dei Conti, Mario Ristuccia, si esprime in questi termini all’inizio del mese di febbraio dell’anno 2011.
La corruzione e la frode, soprattutto nel settore dei contributi nazionali e dell’Ue, sono «patologie» che «continuano ad affliggere la Pubblica amministrazione» e i cui dati «non consentono ottimismi».

I DATI - Nel 2010 dalle forze dell’ordine sono stati segnalati 237 casi di corruzione (+30,22% rispetto al 2009), 137 di concussione (-14,91%), 1090 di abuso di ufficio (-4,89%). In calo, però, persone denunciate nel 2010: 709 per corruzione (-1,39% rispetto al 2009), 183 per concussione (-18,67%) e 2.290 per abuso di ufficio (-19,99%). In particolare nel settore della sanità «si intrecciano con sorprendente facilità veri e propri episodi di malaffare con aspetti di cattive gestioni talvolta favorite dalle carenze del sistema dei controlli».
Che pena un paese in cui si facciano dichiarazioni pubbliche di tal natura. Che disastro immenso per il futuro di tutti che tali cosa siano così pervicacemente radicate nel tessuto della società civile.
Soprattutto che la pubblica amministrazione sia così indecentemente pervasa da una sistema di connivenze inaudite e indegne di qualsiasi democrazia civile si voglia prendere a esempio.
Da dove deriva tale male, perché di “male” si tratta. Da dove viene tanto lerciume comportamentale, perché tale è. Da dove nasce tutto questo fango vomitevole e disgustoso che alimenta il disfacimento del tessuto sociale?

Posso pensare ad almeno tre cause che voglio esporre in senso inverso.
La terza. Un inesauribile susseguirsi di governi e amministratori che sembra si diano il cambio a tenere in mano il vessillo del malgoverno.
La seconda. L’inesistenza di una morale civile democratica.
La prima. L’ignoranza diffusa.
Il governo di una nazione (ma si deve pensare al governo di qualsiasi comunità coesa) è tale se, e solo se, agisce per il bene comune. Il bene comune è tale se, e solo se, esso riguarda tutti - ma proprio tutti - coloro che vivono e si riconoscono in quella comunità. E non ha alcuna importanza quanto questa comunità sia allargata. Così come non ha alcuna importanza sapere che non tutti ne condividano i principi generali. Quelli che non ne condividono i principi sono sempre liberi di esprimersi, di tentare di cambiarli o, in fine, di andare altrove. Si tratta di scelte legittime.
Ora, a chiunque sia offerto di governare una comunità, tocca un compito assai ingrato ma anche assai soddisfacente se i risultati si rivelano positivi e duraturi nel senso del soddisfacimento delle attese sulla realizzazione del bene comune e dell’accrescimento del benessere generale. Il grado di benessere diffuso raggiunto è l’indice di quanto il governo di quella comunità sia stato ben perseguito.
Chiunque sia chiamato a governare deve essere pronto al più difficile sacrificio: sé stesso, se ciò serve al bene comune. Non può che essere così e non ci sono scappatoie o mezze misure. Non ci possono essere. Non devono esserci. In caso contrario la comunità è destinata a morire, lentamente forse ma a morire, mentalmente, spiritualmente, economicamente, politicamente, socialmente. Nel corso degli ultimi sessant’anni, con fasi alterne i governi che si sono succeduti si sono dimostrati abbastanza incapaci di creare le condizioni per favorire crescita e benessere diffusi. Qualche cosa è stata fatta, certo. Gli storici futuri potranno esprimersi e raccontarne.
Ma nulla di veramente memorabile i governi hanno fatto perché si costruissero le fondamenta di un benessere diffuso, di una coscienza civica eticamente sana e di un’economia ricca e solida. Nulla si è fatto. Per imperizia e incompetenza, prima di tutto. Per assenza di lungimiranza e per scarsezza di senso morale verso il compito di governo.
E oggi, specialmente negli ultimi vent’anni di storia patria, la diffusione della bassezza intellettuale, della vigliaccheria d’animo e della pervicace strafottenza egoistica dei governanti italiani, sempre più propensi al compromesso mercantile che alla ricerca di grandi principi da assolvere, dimostra i frutti maturi della più spregevole delle calamità che possa colpire dall’interno una democrazia: la corruzione diffusa. Si tratta di una corruzione i cui effetti peggiori si rilevano nella pubblica amministrazione, come fa notare la Corte dei conti, ma che si dirama in un’infinita serie di rivoli, una rete capillare di piccole e infinitesime forme di comportamenti corrotti e corruttivi.
Se alla luce del sole i comportamenti non sono moralmente ineccepibili ancor più difficilmente lo possono essere al buio.
E i governi agiscono sempre alla luce del sole anche quando credono di essere al riparo dell’ombra.
La seconda causa è semplice: deriva dalla prima. Ne è quasi corollario. La massa delle persone non ha anima, non ha mente, non ha cervello perché agisce secondo istinto, secondo necessità di sopravvivenza, perché si muove con la coerenza selvaggia degli esseri che mirano solo alla sopravvivenza. La massa è sempre amorfa e cangiante. Essa difficilmente è semplicemente la somma delle singole entità discrete. E ciò in una società è evidente. I singoli, presi fuori dalla massa agiscono secondo schemi propri, non costretti dalle contingenze generali. I processi imitativi sono circoscritti, spesso addirittura confinati in qualche angolo remoto della mente e si manifestano solo sotto forma di espressioni e di linguaggio più che sotto forma di azioni. Specialmente quando si chiede una minima quantità di attenzione.
Ma i singoli possono essere vittime indifese se messe a confronto con la loro incapacità di analizzare. Se ai singoli si sottrae questa capacità togliendo loro gli strumenti adatti, informazione, conoscenza delle verità indifendibili, certezza e chiarezza delle leggi, pulizia degli argomenti e lucidità delle azioni, essi finiscono con l’agire come massa. Finiscono con il preferire la semplicità del do ut des più elementare invece della complessità delle azioni razionali, dello scambio tollerante delle idee, invece dell’ascolto delle ragioni del prossimo. Anzi ogni singolo-massa finisce con trovare nel suo prossimo solo un potenziale nemico e null’altro. Solo barrire e steccati al posto di esperienze e ragionamenti.
Ed ecco l’ultimo aspetto: l’ignoranza diffusa. Il male dei mali. Il peggio di ogni orrore.
L’ignoranza impedisce di pensare, consente alla paura di avere il sopravvento, consente al potere di prevalere, agevola la furbizia, alimenta la diffidenza, uccide la tolleranza, distrugge come un cancro, dal di dentro, ogni comunità, ogni società, ogni democrazia.
L’ignoranza, per come riesco a comprenderla con i miei mezzi, non solo è assenza di conoscenza ma è anche eccesso di complicazioni argomentative, capziosità formali ed espressive che, per semplificare, definirò come “bizantinismi”.
L’ignoranza diffusa altro non è che assenza. Un infinito vuoto dello spirito che chiunque ne abbia la forza e la capacità può riempire a proprio piacimento.
Ed è esattamente questo quello che accade. La conoscenza è sempre stata e sempre sarà la peggior nemica della democrazia e la migliore alleata del potere. Tanto più l’ignoranza è diffusa tanto più il potere è arrogante e pretestuoso.
Tanto più l’ignoranza è diffusa tanto più il livello di corruzione (morale e materiale) è alto.
Non è difficile da capire. Dove c’è ignoranza ci può essere solo dipendenza. Il cittadino ignorante della legge deve assoggettarsi alla discrezione del funzionario. Non ha altri argomenti a suo favore e, essendo ignorante, non ne cerca nemmeno. Ma capisce benissimo che può ottenere ciò che vuole ricorrendo al “favore”, all’amico, al parente se dicente potente, alla corruzione, in pratica. Non importa quanto sia impegnativo il livello di corruzione. Sempre di corruzione si tratta.
E il cittadino ignorante non può fare altro che affidarsi a ciò che capisce quando deve scegliere e avendo pochissimi riferimenti ne cerca in giro come fa quando deve avere un servizio. Si rivolge ad altri ritenendoli più competenti. Ma l’ignoranza è diffusa e la confusione anche. non c’è un vero modo per capire da che parte sta la verità, o anche una verità parziale. Ci si affida ai detti, alle parole d’ordine che fanno eco e restano in mente facilmente, ci si affida ai sorrisi accattivanti, al buon senso spicciolo e contingente, ci si affida alla propaganda di regime, alla ciarlataneria dei furbastri e alla cialtronaggine dei farabutti profittatori.
Il circolo allora si chiude.
Da siffatta situazione non si potrà che avere una classe di governo pietosamente cialtrona e ignorante. Essa a sua volta troverà la maniera di perpetuare sé stessa alimentando la diffusa ignoranza.
Ci sono solo due modi per governare un popolo depredandone il futuro ai suoi figli: con la forza della dittatura o diffondendo e mantenendolo nell’ignoranza.
In Italia la seconda scelta è stata la più frequente.
Oggi in Italia si ha una sublime forma d’arte di governo dell’ignoranza.
Di questo gli storici avranno di che parlare in futuro.
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Scritto da GUNNAR il 8 Febbraio 2011

Palpiti nascenti in riva al fiume una sortita,
dall’ampolla acqua sgorga: non sembra pulita.
Intorno si svolge il rito
tra plausi e tripudi luccica il mito
dell’uomo di quercia occhialuto
che inneggia, sbavando forzuto,
all’onore di padana stirpe
salvata da un guitto vestito da serpe.
Si sentono gli echi lontani
di quelli cha Roma non sono padani
Non hanno pecunia nelle proprie scarselle
soltanto son buoni a riempir le padelle,
nemmeno d’ardore hanno in saccoccia
né tanto né poco: neppure una goccia.
Ma forti di pancia a mangiar salamelle
sempre sporgenti le grandi favelle.
Invece su al nord l’indomita stirpe
che paga gli euri con sghei tradotti
di grandi e piccole fabbriche son fatti al lavoro
come liberare non sanno le genti dal coro
e inventato essi hanno seppur male indotti
federale cuccagna per pochi corrotti.
E tutti saranno malgrado gli sforzi
costretti a pagare i lerci consorzi.
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Scritto da GUNNAR il 6 Febbraio 2011

Inorridire non basta. Piangere non aiuta. alzare con sdegno il capo e pensare di essere diversi purtroppo è una forma non velata di autoinganno.

Tuttavia “un popolo …che proviene da una storia di subalternità secolare senza il riscatto di una rivoluzione” è un popolo privo di anima, ma anche privo di volontà di raggiungere la maturità e l’autodeterminazione. E’ unpopolo che “antropologicamente” vive d’espedienti e sia ccontenta di ciò che raggiunge attribuendo i fallimenti a colpe altrui.
Detto questo però occorre anche dire che tale subalternità è sostanzialmente vincolata e veicolata dal virus dell’inettitudine per eccellenza: il cattolicesimo. E il suo derivato naturale l’istituzione della chiesa di Roma.
Forse è una cattiveria far notare ogni volta quanto il male italico sia derivato dalla cultura cattolica e (soprattutto) dalla ingombrante e pesante presenza della Chiesa sul territorio.
Un popolo avvezzo a subire altro non ha potuto che “subire” l’ulteriore dapauperamento dello spirito ad opera di una piagnosissima e tristissima religione che ha istillato il germe della vigliaccheria nella memoria genetica di ognuno. Il perdono che fa seguito alla confessione è una forma di liberazione dal peccato. Ma nessuno ha detto se il peccato è qualcosa che ha significato sociale. Al contrario esso ha un significato assolutamente individuale e personale. Dunque “io la mia coscienza la libero dal peccato per cazzi miei e nessuno deve interferire. Al mondo posso mentire, soprattutto se faccio credere che è a fin di bene. Poi mi confesso e mi pento e nessuno mi toglierà il paradiso”. Questa (il)logica forma di comportamento è socialmente distruttiva. Impedisce la formazione di una coscienza collettiva, ne deforma la validità, ne annulla l’evoluzione nel tempo, ne degrada il senso profondo di società.
Distrugge il valore profondo della legge umana migliore: quella che incarna la giustizia sociale secondo il principio che puoi fare ciò che vuoi ma non puoi violare le leggi che la comunità si è date altrimenti ne pagherai le conseguenze che le leggi stesse dichiarano. Un fattore elementare di contrappesi che, seppure imperfetti, regolano la convivenza democratica. Tutti lo sanno e tutti vi si adeguano e chi non vuole adeguarsi sappia che dovrà pagare la sua antisocialità. Oppure potrà scegliere di andarsene altrove senza far danni e senza pretendere alcunché perché i suoi “diritti” son perduti per sua stessa scelta.
Una forma illogica forma di comportamento che di contro ha alimentato il mito di spiriti rigogliosamente anarcoidi e apparentemente liberi che, se geniali, hanno dato grandiosi contributi alla filosofia, alla letteratura e alla scienza. Ma, di contro, quando truffaldini e genialmente potenti hanno generato infiniti lutti e incresciosissimi stravolgimenti sociali ed economici.
D’altro canto nessun uomo politico, nessun potentato, nessun governatore, fino ad oggi ha avuto il coraggio (perché è di questo che si tratta) morale e politico di denunciare questa deriva e rinunciare ad avere una chiesa come alleato. Specialmente se la chiesa in questione è accentratrice e distruttrice del significato di comunità. Essa è un’organizzazione che molto usa la parola “comunità” ma lo fa in maniera indebita, mescolando le carte e imbrogliando sui significati. La comunità di riferimento è quella delle “pecore” del pastore. Non quella degli individui socialmente e liberamente pensanti. Pe la chiesa tutti sono perennemente sotto ricatto. Se non fai non sei. Se non ti penti non sei redento. Se non fai una penitenza non hai il paradiso e se insisti ti disconosco.
E i potenti si sono adeguati furiosamente. Essi rubano, mentono, distruggono, smantellano, uccidono, rovinano. Poi si pentono e assumono l’aria contrita. La chiesa li assolve e il paradiso è nuovamente a portata di mano. E se trovano un qualche giudice che vuole applicare la legge degli uomini si ergono a difensori della libertà (propria) in nome di una “persecuzione” del tutto illegittima. E i corifei altro non fanno che applaudire e ripetere con essi: “è vero è vero, giudice impunito e cattivo come puoi tu giudicare colui che incarna il verbo?”
A nessuno sorge il sospetto che le leggi degli uomini sono fallaci e se un individuo si becca alcune decine di istruttorie penali è solo perché sfugge il giudizio e non certo perché lo si perseguiti.
Che tristezza. Secoli di questa ignobile manfrina altro non ha generato che lerciume morale. Persino nella stessa “comunità” ecclesiastica.
Cos’è il berlusconismo se non la visione laica del sistema di potere che impone le regole sotto ricatto? Cos’è se non il perenne “do ut des” evangelico ammantato di parole d’amore? Non è forse egli il latore del partito dell’amore? Non è forse egli (il gran puttaniere, satrapo e mentitore”) la quintessenza dell’italiano deforme nella psiche e nel corpo che tenta di dimostrare quanto sia buona e superiore la “sua” personale visione del mondo a cui è meglio adeguarsi pena il caos e la distruzione del bene dei probi e dei laboriosi mistificatori dell’economia terrena? 
Sono in molti a crederci. Tutti quelli che non sanno leggere la storia dei fatti e la storia delle idee. Tutti quelli che non sanno tenere separata la propria fede dai propri bisogni corporali.
Tutti quelli che non vanno in chiesa ma dicono di farlo e poi ci vanno solo per sposarsi e per cresimarsi e per battezzare torme di innocenti avviandoli alla distruzione fin dalla più tenera età. 
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Scritto da GUNNAR il 19 Gennaio 2011

Immagino che di degrado in degrado si possa anche morire.
Morire di vergogna certamente.
Dopo anche nello spirito.
La carne si consumerà in fretta non trovando più altro scopo per restare in vita.
Un Paese martoriato da una lunga gestazione necessaria per unificarsi, da una invadente, petulante e indigesta presenza di una chiesa pretenziosa e insensibile, da due guerre malamente condotte e peggio concluse, da anni di malgoverno doroteo e moroteo, da cannibalismi sociali e politici ed economici per il controllo del mercato interno, un mercato tutto sottomesso da alcune famiglie imperturbabilmente e saldamente insediate nel governo di banche e di affari e prodotti effimeri. Un Paese già depauperato della sua storia per mano di un ridicolo personaggio col fez e la camicia nera, un Paese che oggi non ha altro orizzonte che un ometto in grisaglia, pettoruto, ridanciano e indefesso puttaniere, un ometto molto ricco che tiene in pugno il Paese intero con la collaborazione, per nulla disinteressata, di una combriccola disgustosamente sbavante ai suoi piedi.
Le cronache ci riportano (nel bene e nel male) fatti e misfatti del personaggio il quale non sembra rendersi conto dei danni che produce.Le sue gesta, assai poco eroiche invero, e le sue parole, altrettanto poco solenni, hanno ridotto la politica a commedia dei guitti, hanno oscurato le coscienze degli italiani attenti e calpestato quelle degli italiani distratti.
Adesso, quando l’età porterebbe chiunque a più morigerati comportamenti e più sagge parole egli, ineffabilmente si mostra senza pudore, senza vergogna, senza idee se non quelle che gli vengono come un rigurgito direttamente dal basso ventre. 
Il re è morto.
Viva il re.
Forse.
In realtà è moribondo ma in molti lo tengono in vita per inconfessabili motivi di autoconservazione.
Cosa potrebbe mai fare un personaggio come La Russa, così privo di estro politico e di formazione storica da apparire gretto quanto un contadino crumiro sotto lo zar Nicola?
Che futuro politico potrebbe costruirsi un personaggio come Gasparri il cui merito migliore è quello di aver imparato il modo di parlare senza sputarsi sulla cravatta ogni tre sillabe?
E che meriti può vantare una squallida e molliccia creatura come Bondi che si fregia del titolo di ministro della cultura senza rendersi conto minimamente di cosa sia un gesto poetico, un’opera d’arte o una rappresentazione teatrale?
A cosa potrebbe aspirare un oscuro e sinistro personaggio come il ministro Alfano che si fa pagare, forse anche sottobanco, per farsi venire idee contro i magistrati visto che al suo capetto non gliene vengono di altre?
O cosa potrà mai fare da adulta una ministrella per caso che del dicastero della ricerca e dell’università ha fatto il suo patio per proibitivi giochi?
Oppure la ministra per il fascino delle pari opportunità (ma per chi poi?) di bell’aspetto e di sicumera comprata a peso alla corte del reuccio puttaniere e un pò magnaccia?
Si potrebbe dar fondo alla fantasia e continuare con tutti i cortigiani, i pennivendoli, gli straccioni raccogli-briciole, gli ecumenici del “fare”, i pretucoli procacciatori di anime e di voti, i venditori di pentole e di consensi, i servitori di lingua lunga, i ciccioni barbuti recalcitranti all’avanzare dell’intelligenza moderna.
E ancora i portaborse, i fattorini, i ragazzini che portano il caffè nelle sale dorate, i registi comprati a chilo, i messaggeri di fandonie vestite di cronaca, i ciarlatani senza cervello, i cervelli drogati dal denaro e a tutta l’immane pletora di avvocati, avvocaticchi, mezzi uomini, quaquaraquà, finanzieri senza ghette e cilindro propugnatori di economie d’assalto che assaltano le tasche dei poveracci e fanno credere loro di averli aiutati a diventar ricchi. I ragionieri esperti falsificatori di bilanci, i legulei esperti scrittori di leggine ad arte definite, i banditori di notizie irridenti e fuorvianti che intontiscono e distraggono a comando.
Si potrebbe continuare, si potrebbe, si potrebbe, si potrebbe…Un elenco breve fin qui che ognuno molto lungo e molto divertente potrebbe rendere se però, alla fine, non desse la misura di una tragica condizione.
La condizione di un Paese morto. Occorre forse un’eutanasia? C’è da pensarci.
Ogni tanto qualcosa sembra uscire dalle ceneri e respirare nuova aria, qualcosa sembra essere ancora cosa viva.Ogni tanto.Ma poi la realtà diventa elemento di sopraffazione, l’ossigeno manca, gli sguardi si abbassano e gli occhi si intristiscono. Sembra non esserci speranza alcuna.
Guardo mia figlia, ha quattordici anni.Ancora non sa cosa sia il presente in cui vive ma dalla mia epidermica rassegnazione si rende conto che qualcosa gira davvero storto e me ne fa forse muto rimprovero.
Lo so, lo vedo.
Penso che dovrò istruirla all’arte della fuga.
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Scritto da GUNNAR il 3 Gennaio 2011

Non mi chiedo donde venga, né ambisco conoscere origini e paternità.
Non posso giudicare un voto di laurea, molti sono i 110 cum laude del tutto immeritati. Non importa cosa abbia fatto prima della grazia ricevuta, neppure è importante sapere se, del suo corpo o della sua testa, fece mercimonio per ottenere favori o poteri.
Chi l’ha presentata al piccolo feudatario d’Arcore non è chiaro e in fondo a chi giova conoscere tali segreti?
Forse la sola che sappia bene cosa ci sia di meritato e di immeritato è solo lei, la ministra.
Gelmini nata Mariastella.
Ha avuto momenti migliori
Un nome un destino come la cometa sulla capanna di Betlemme. Illuminata e sfavillante la via del suo fato si è compiuta. Nelle sue mani e nelle sue parole si sono sentiti gli accenti più puri e imperituri di estasiata conoscenza, di granitica moralità, di sicura e spavalda gestione di valori culturali. Dalle sue parole è sgorgata l’acqua della sapienza e ad essa le muse tutte si sono abbeverate e anche i cronisti che le hanno fatto corona per settimane assaporando ogni volta quella cristallina voce di purezza adamantina ammantata.
Non ci sono parole che furono da lei proferite che non meritino una lapide, una scultura, un’ara marmorea che ne suggelli il destino a futura memoria.
questo è poco meno di un incubo
Ma forse il migliore ricordo che di lei se ne avrà è il suo sguardo, perduto ad osservare orizzonti irraggiungibili per gli umani che di normalità fanno il vivere loro quotidiano.
Resta solo un dubbio da fugare, piccolissimo, insignificante, microscopico che come tarlo si agita tra le vene di cervelli inquieti, il mio compreso. Per essere ciò che è , per dire ciò che dice, per scrivere ciò che ha scritto, per esercitare l’uso del linguaggio in una forma così fantasiosa e originale non sarà stata addestrata da Mastro Ghedini e Mastro Ferrara? Due formidabili signori che, notte e giorno, sanno come mettere assieme le parole in grande abbondanza senza dire niente di significativo

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Scritto da GUNNAR il 29 Dicembre 2010

Non ci sono traditori, non ci sono traditi, non ci sono ideali e nemmeno scopi morali.
Semplicemente ci sono venduti e comprati, alcuni sono in saldo, altri sono a carissimo prezzo, altri ancora sono svsnduti come fondi di magazzino.
I costi dello stoccaggio possono superare quelli della vendita e allora si ricorre a svendite e bancarelle con straccetti che sembrano nuovi ma ai capisce che sono stati usati più volte e tenuti in naftalina per molto tempo dopo essere stati lavati accuratamente per togliere le tracce superficiali.
Effetti ottici e distorsioni sonore.
Il Parlamento è diventato un mercato fatto di bancarelle con assi in legno e sostegni in ferro battuto e tutte sembrano essere conservate sotto un bel “gazebo” di cartone cerato. 
Comprati e venduti, comprati e venduti, comprati e venduti… è la filosofia della della casa della libertà o se si preferisce della casa “delle” libertà.
E’ il vero problema.
Analizzare, sintetizzare e azzerare il berlusconismo. Quel tipo di ideologia del consumo ad ogni costo, quella forma di aggressiva e indecente di pretestuosa spavalderia che anima solo chi sa di essere impunito e che vuole restarci. Il berlusconismo è già nato ed è già stato ammazzato (più come eutanasia che come contingenza occasionale, più di sessant’anni fa. Ma evidentemente non è stato estirpato. E’ come le erbacce. Ogni tanto occorre ripassare e di nuovo estirpare.
Il fascismo e il berlusconismo solo apparentemente non sembrano uguali. In realtà fatte le debite proporzioni e assunti i debiti riferimenti socio-economici i due regimi sono esattamente la medesima cosa.
C’è uno che crede di avere tutte le risposte e vuole che tutti siano d’accordo con lui.
e le parole chiave sono solo due: “crede” e “vuole”.
Il resto è da buttare via.
Che il malcostume sia come la peste, si diffonde per contagio, è vero.
Ma ci sono gli anticorpi. E nel caso della compravendita dei cervelli e dei corpi se è pur vero che ognuno può avere un prezzo non è altrettanto vero che si lascino comprare proprio tutti. perché allora non staremmo qui a discutere né ad intossicarci con i miasmi di una finta democrazia sperando che qualcosa o qualcuno ci illumini il futuro.
Il berlusconismo è una pustola dolorosa che tende a creare metastasi. Deve essere estirpata.
Berlusconi incarna questa malattia meglio di tutti gli altri che fino ad ora si sono succeduti al suo posto, da Merzagora a Fanfani a Craxi.
A sinistra pure si fanno acquisti in saldo. Vero. Ma non è nella storia della sinistra italiana questo modo di fare politica. E’ l’occasione del presente che genera mostri e replicanti.
Forse l’unica cosa che possiamo veramente rimproverare alla sinistra, o a quello che ne resta ora, è la perenne incapacità di decidere in una maniera univoca. Di darsi un progetto fargli seguire un piano d’azione e portarlo a termine. E’ il luogo del continuo ripensamento, è la palude della perenne incertezza, è l’universo dell’indecisione e, soprattutto, è il paradiso delle giaculatorie autolesioniste fatte tutte guardandosi l’ombelico e mai la gente, intendo quella gente che non ha frequentato, per scelta o per impossibilità, le feste dell’Unità.
La sinistra è il luogo della memoria, del com’eravamo belli anche quando eravamo brutti, del come eravamo forti anche quando eravamo debolissimi. E’ il luogo dell’utopia e non del pragmatismo anche se a parlare di utopia era ed è un male e a parlare di pragmatismo sono buoni tutti anche i più scemi a cui non si nega alcun intervento. Salvo poi, messi alla prova, scoprire che di pragmatico non sanno nulla.
Qualche cattivello potrebbe dire che in realtà si tratta di una sorta di vigliaccheria politica, fare significa scegliere e scegliere significa rinunciare a qualcosa e ciò implica che non ci sono più tessere o amici di partito ma solo programmi e modi di affrontarli e sistemi per portarli a termine. Forse non è socialmente appetibile questo modo di agire, ma in politica le scelte vanno fatte e non solo per decidere con chi stare ma soprattutto per decidere “quando agire”.
Il presente è ciò che conta. Occorre viverlo intensamente. Il bellimbusto di palazzo Chigi lo ha capito vent’anni fa (o forse prima) e adesso che l’età lo metterà al riparo dalla giustizia imperfetta degli uomini, si renderà magnanimamente presentabile nei processi (forse) che ancora gli pendono sul capo e la gente dirà in coro, ecco l’eroe, ha lottato tutta la vita contro i giudici e alla fine quelli ancora lo perseguitano adesso che è un vecchio inerme… Un po’ di pietà, suvvia, non si può negare nemmeno al peggior cattivo del Paese.
Non riesco proprio a mettere sullo stesso piano la destra di governo ( o meno) con una parte qualsiasi della sinistra italiana, che governi o che non governi.
Buon Anno a tutti voi che con ansia attendete di riveder le stelle
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Scritto da GUNNAR il 23 Dicembre 2010

AUGURI A…
- a quelli che ci lasciano parlare senza interromperci.
- a quelli che ci ascoltano e non ci regalano “saggi consigli”
- a quelli che si preoccupano di aspettare che noi si sia disponibili ad accogliere le loro lamentele.
- a quelli che non ci telefonano a pranzo e a cena
- a quelli che comprendono le nostre debolezze e accettano i nostri capricci senza giudicare
- a quelli che non vogliono convincerci delle loro idee che sono sicuramente migliori delle nostre
- a quelli che non aspettano più di quindici minuti il nostro arrivo per poi farci notare che li abbiamo fatti aspettare
- a quelli che non ci dicono ogni mezz’ora “sai?, secondo me dovresti fare così…”
- a quelli che non ci salutano perché pensano che siamo antipatici
- a quelli che sono antipatici ma ci salutano ugualmente perché sono civili
- a quelli che non ci chiedono fatti personali solo per fare conversazione
- a quelli che ci detestano ma ci rispettano e a quelli che ci ammirano e non ci abbandonano quando serve
- a quelli che conservano il nostro numero di telefono anche quando non ci si vede più per anni
- a quelli che leggono libri e amano parlarne con noi che amiamo parlarne con loro
- a quelli che ci parlano guardandoci negli occhi
- a quelli che ci continuano a guardare negli occhi anche quando siamo noi a parlare
- a quelli che non votano gli affaristi truffatori bellimbusti e bugiardi solo perché ne hanno invidia
- a quelli che quando quelli del punto precedente parlano in TV cambiano canale
- a quelli che guardano CSI NY su Sky
- a quelli che amano bere la birra e mangiare noccioline mentre guardano “caccia a ottobre rosso”
- a quelli che non vanno in Vaticano a cercare il papa ma Michelangelo e Bernini
- a quelli che non vanno ogni domenica a vedere la partita
- a quelli che non affliggono i figli chiedendo loro sa hanno fatto i compiti e che faccia ha il fidanzato o la fidanzata
- a quelli che non fanno finta di essere informati solo perché hanno visto qualcosa alla TV o hanno letto una notiziaa in metropolitana sul giornale del vicino
- a quelli che non mettono le dita nel naso ai semafori rossi e a quelli che ai semafori rossi si fermano
- a quelli che non parcheggiano “un attimino” in seconda fila
- a quelli che non dicono “un attimino” e a quelli che non dicono “come dire?” ad ogni “attimino” e magari far notare loro che se non sanno come dire potrebbero tacere.
- Ai tolleranti che non tollerano gli intolleranti e agli intolleranti che tollerano i tolleranti…
Si capisce che anche quest’anno non farò gli auguri a nessuno. E forse nessuno li farà a me. Per loro sia il 2011 un buon anno a venire.
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Scritto da GUNNAR il 12 Dicembre 2010

Nuova performance ‘visiva’ dal titolo “Pastore a Montecitorio” di Iginio De Luca che ha proiettato le immagini di un gregge su palazzo Chigi. L’azione è stata interrotta dalla polizia, che ha fermato l’artista, l’ha tenuto un’ora in commissariato e poi rilasciato… (http://roma.repubblica.it/?ref=HRHL-1)
Le immagini viste sul sito di La Repubblica mi hanno davvero divertito. Forse l’arte, non avendo confini, né materiali né ideologici, è nella migliore delle ipotesi una cosa alquanto sovversiva, in odore di rivoluzione. Chissà se è per questo che molti artisti sono morti di fame o sono stati resi innocui dal potere semplicemente comprandone il talento. Ma con o senza stimoli artistici la memoria storica spesso fa cilecca e travisa le cose. Attraverso un forma d’arte espressa invece è sempre possibile ricostruire un evento, un fatto, una circostanza che resta cristallizzata nel tempo a beneficio di coloro che avranno voglia e coraggio di leggerne i significati possibili.
Un mio saggio maestro mi faceva notare come “l’opera” fosse sempre aperta. L’opera d’arte, lasciata a sé stessa dal suo creatore diventa patrimonio dell’intelletto altrui e in esso riprende nuova vita e nuovi significati.
Non saprei dire se la proiezione sul muro di Montecitorio sia da annoverarsi tra le opere d’arte, forse si tratta di un’opera minimalista o una performance provocatoria.
Di sicuro essa ha molti significati. O almeno ne suggerisce diversi ad una lettura disincantata
Potere e pecore, pastore cane e pecore, gregge intorno al palazzo del signore, purché pascolino in silenzio, possono stare anche là vicino, ma senza disturbare troppo, popolo gregge che attende il prato primaverile per una nuova transumanza, dio e i suoi agnelli sacrificali, carne da macello.
Me ne vengono in mente altri ma lascio stare per non tediare.
Credo che, forse, non è arte nel senso della “creazione” d’un evento estetico duraturo. Forse. Ma letto sotto il profilo della provocazione non c’è dubbio alcuno è arte e di sé fa parlare. E soprattutto fa pensare.
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