Scritto da GUNNAR il 14 Dicembre 2010

Fiducia. fiducia fiducia … affìdati alla fiducia
Fiducia 
Bella parola. Carica di significati. Adesso sappiamo che non si tratta solo di coesistenza senza timore, di parità d’intenti, di cooperazione su un progetto, di ausilio reciproco e di certezza dell’ausilio che può venire da chi ti sta vicino e su cui conti perché si è consapevoli l’uno dell’altro.
Adesso sappiamo che fiducia vuol dire anche altro, vuol dire ricatto, acquisto al mercato delle vacche, e vuol dire anche lupanare governativo.
Il governo ha comprato la fiducia e un esimio politologo, tal Pasquino, durante un’intervista ha suggerito - convinto - che se un deputato accetta di votare contro il suo stesso partito in cambio di un posticino da sottosegretario o da viceministro o da super portaborse non commette alcun reato e non è nemmeno censurabile sotto il profilo etico. Non solo, ha aggiunto candidamente che a pensare il contrario si farebbe solo dell’inutile moralismo.
Il che la dice lunga sulla concretezza materiale del modo di governare che si è affermato negli ultimi venti o trent’anni.
Forse si farà del moralismo da poco, ma qualcuno ha ancora la convinzione che servire un’idea e farlo per il bene collettivo di tutto un Paese vuole anche dire avere un minimo di dirittura morale, qualcosa che sia non solamente coerente ma anche limpido sotto il profilo più ampiamente etico del comportamento umano.
Vediamo di ricapitolare per spiccioli.
Da un lato l’ometto di Arcore fa scaturire le sue manie di grandezza dal voto popolare e sbandiera la sua incoerenza e il suo spirito fraudolento come se fosse la panacea per il futuro dell’Italia. Senza tali condizioni non si governa e non ci si sottrae alla fustigazione della magistratura. Lo vuole il popolo e se lo vuole il popolo allora tutto è concesso in nome di tale volontà. Come se il popolo avesse votato mettendo una postilla alla scheda elettorale in cui si poteva leggere “se vinci fa come ti pare che tanto il mio voto ti darà ragione”. L’uso del voto come fosse una carta di credito illimitato è un modo per fottere il popolo stesso ma ormai il voto c’è stato e quindi il popolo non ci può far molto. Può se ci riesce solo bloccare il conto ma quello che è stato sottratto difficilmente potrà essere risarcito.
Dall’altro lato i corifei del populismo in nome del voto, come Pasquino, nulla hanno da dire se quegli stessi ministri e deputati e senatori che sbandierano la volontà dell’elettore e cambiano seggiola solo sulla base di un tariffario e secondo precise condizioni di mercato.
Tutto è diventato mercato più di quanto non lo fosse già. Cosa penosa e molto triste per questo Paese che, ormai non può più fare molto per risollevarsi.
Non resta che contare i voti. Si viaggia sulle unità e non certo sulle decine.
Il grande partito che tutto poteva in parlamento e fuori adesso deve conteggiare le noccioline da distribuire alle scimmie per sapere se arriverà a domani.
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Scritto da GUNNAR il 12 Dicembre 2010

Nuova performance ‘visiva’ dal titolo “Pastore a Montecitorio” di Iginio De Luca che ha proiettato le immagini di un gregge su palazzo Chigi. L’azione è stata interrotta dalla polizia, che ha fermato l’artista, l’ha tenuto un’ora in commissariato e poi rilasciato… (http://roma.repubblica.it/?ref=HRHL-1)
Le immagini viste sul sito di La Repubblica mi hanno davvero divertito. Forse l’arte, non avendo confini, né materiali né ideologici, è nella migliore delle ipotesi una cosa alquanto sovversiva, in odore di rivoluzione. Chissà se è per questo che molti artisti sono morti di fame o sono stati resi innocui dal potere semplicemente comprandone il talento. Ma con o senza stimoli artistici la memoria storica spesso fa cilecca e travisa le cose. Attraverso un forma d’arte espressa invece è sempre possibile ricostruire un evento, un fatto, una circostanza che resta cristallizzata nel tempo a beneficio di coloro che avranno voglia e coraggio di leggerne i significati possibili.
Un mio saggio maestro mi faceva notare come “l’opera” fosse sempre aperta. L’opera d’arte, lasciata a sé stessa dal suo creatore diventa patrimonio dell’intelletto altrui e in esso riprende nuova vita e nuovi significati.
Non saprei dire se la proiezione sul muro di Montecitorio sia da annoverarsi tra le opere d’arte, forse si tratta di un’opera minimalista o una performance provocatoria.
Di sicuro essa ha molti significati. O almeno ne suggerisce diversi ad una lettura disincantata
Potere e pecore, pastore cane e pecore, gregge intorno al palazzo del signore, purché pascolino in silenzio, possono stare anche là vicino, ma senza disturbare troppo, popolo gregge che attende il prato primaverile per una nuova transumanza, dio e i suoi agnelli sacrificali, carne da macello.
Me ne vengono in mente altri ma lascio stare per non tediare.
Credo che, forse, non è arte nel senso della “creazione” d’un evento estetico duraturo. Forse. Ma letto sotto il profilo della provocazione non c’è dubbio alcuno è arte e di sé fa parlare. E soprattutto fa pensare.
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Scritto da GUNNAR il 13 Marzo 2010

Seguire un percorso tra i labirinti della propria mente è un’ambizione indefinibile.
Spesso è solo ineluttabile. E’ quello che si prova osservando una grande tela su cui si srotolano intrecci in ramificazioni arrotondate e sensuali. Una sorta di canalizzazione e d’infinite innervature. Trama e ordito di vita interiore, inaccessibile ai più. Speso insondabile anche per chi la vive. Mi ci specchio dentro e mi sembra di annegare. Poi ricomincio a seguire un nuovo percorso. Impossibile. Devo interrompere la sequenza. Annoto limiti già definiti, come intagliandovi piccoli segni con una lama per ricordarmi di esserci già stato. Recupero una nuova sequenza, la ri-definisco conformandola alla mia condizione di vivente.Mi sembra che vada meglio, mi sembra che funzioni. Quasi fosse un’associazione felice, un richiamo ad un nuovo ricordo, un affiorare di nuovi stimolanti pensieri. L’imprevedibilità diventa quasi piacere e si attende con allegria diffusa il nuovo passo da farsi tra quelle linee di labirinto. Vita.
Poi di nuovo infelicità, pungente e beffarda che si esaspera nel conflitto tra il desiderio e la sua realizzazione. Tra la voglia di generare e la necessità di non soffrire. Così decido di riprendere il gioco. Voglio perdermi di nuovo nelle spire del labirinto, restare sospeso giocando nell’attesa e nella speranza generata dall’attesa. Così mi perdo tra le linee dell’arte di Pollock. Potrebbero dirsi molte cose sull’arte di Pollock. Per esempio che è stato un maestro dell’espressionismo astratto. che il suo dripping è d’una immediatezza che solo l’istante d’una follia disperata riuscirebbe a generare, che il suo agire artistico rinvia, senza soluzioni di continuità, ad un percorso che Joyce potrebbe riprodurre con il suo flusso di coscienza dove le parole non hanno più un significato unico. Si rianimano di sequenze di significati inscatolati gli uni negli altri rinviandosi l’uno all’altro. Si potrebbe dire di Pollock che la sua è un’arte costruita con un deflusso di coscienza espresso con intenzioni provocatoriamente contraddittorie.
Espressioni solo apparentemente contraddittorie però. L’artista amava ripetere che “se tu dipingi il tuo inconscio le fiugre devono per forza emergere“. Una specie di lucido delirio sembrava padrone del suo fare artistico.
E ancora altro come la sua voglia di “star dentro il quadro”, girarci intorno, dosare il colore e le sue mescolanze da lasciar sprofondare sulla tela. Nulla è veramente come sembra e nemmeno casuale nell’arte di Pollock. Forse Harold Rosemberg, conversando con Pollock nel 1949 intuiva soltanto che l’action painting di cui lui parlava, altro non era che l’univa salvezza alla frustrazione interiore, una fonte di magia capace di far sopravvivere un’anima al disfacimento del corpo.

Eppure non mi sembra il modo giusto per accostarsi alla sua opera.
Se mai è esistita una forma di “opera aperta” questa la si può esemplificare con le realizzazioni di Pollock. Egli sembra aver conquistato la forza di poter definire l’indefinibile. Come le narrazioni sull’insensatezza del presente di De Lillo, oppure come le inafferrabili sequenze dei piani narrativi di un regista come Quentin Tarantino.
Pazzia forse.
Qualcuno l’ha sospettato e l’ha anche scritto. Qualcun altro ha sdegnosamente arricciato il naso di fronte all’inestricabilità d’un linguaggio incomprensibile, irriducibili a schemi decifrabili.
Ma nessuno ha osato distogliere lo sguardo. E’ lo sguardo che conta.
L’intensità con cui lo sguardo si posa sull’opera, la fissità che l’opera riesce a generare, come fatale attrazione, affascinante e ineluttabile destino, come uno schianto contro un muro guidando da sfiniti e ubriachi nella notte.
Pollock rinuncia alla consapevolezza razionale. Sembra che non abbia alcun desiderio di rappresentare qualcosa ma solo l’agire. O il suo agire. Di definire sé stesso mentre vive il desiderio di fare l’opera. E’ l’atto stesso del “fare” che è il momento più facilmente semplificabile del fare artistico. E, a ben pensarci, non potrebbe essere diversamente,
L’anima non è candida. L’arte non è finita se non quando la si vuol chiudere nella sola sua rappresentazione formale.
L’abito, la forma, l’involucro altro non è che la guaina di un contenuto. Attraverso essa il contenuto si valorizza, si mostra al mondo. Diventa oggetto storico e accoglie in sé la temporalità del divenire qualcosa nella mente di qualcuno nel preciso momento in cui qualcuno la osserva, e ne prende possesso.

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Scritto da GUNNAR il 13 Febbraio 2009

Ho viaggiato non solamente seguendo sentieri tracciati da altri. Ho conosciuto non solo i sorrisi di volti distesi o i pianti di facce contratte. Ho girovagato, a volte senza meta, per il solo piacere di farmi circondare dai luoghi. Atmosfere serene o cupi scenari.
Le sole apparenze non mi hanno ingannato.
Viaggiare è anche vivere. Mi sono lasciato prendere dai meandri di strade strette a Genova ma anche a Istambul. E i visi delle persone si sono rivelati sapientemente disegnati in ugual misura dalla fatica, dal dolore o dalla gioia e dalla contentezza. Le donne hanno avuto gli stessi sguardi e gli stessi passi. Un porto è sempre un porto. La varietà delle cose che si muovono in un porto è infinita.
Ma l’atmosfera che si respira è sempre identica, sa di sale, di legno, di pesce, di sudore, di vento, di risacca, di catrame. Ma non c’è disgusto, c’è attesa. Qualcosa s’è concluso e qualcos’altro comincia la sua esistenza.
Il numero dei giorni è crescente. Più si allunga il viaggio è più i giorni da tenere a mente sono molti, sono diversi tutti, occorre ricordarli. Ognuno ha valore, è un prezioso scrigno che conserva un ricordo palpitante di propria vita.
Scorrono gli scrigni conservati su scaffali con granelli fini di polvere. Londra, Copenhaghen, Nice, Barcelona, Atene, Venezia… Tutti i porti dell’esistenza. Tutti giorni della memoria.
Alla finestra, osservando colonne antiche, ho rimesso insieme luoghi e memorie di eventi scivolati tra le dita, uno dopo l’altro.
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