Scritto da GUNNAR il 1 Ottobre 2009


Immaginarsi in un mondo che non sia solo il luogo dei conflitti è un modo per ritenere che si possa sviluppare una specie animale di tipo superiore. Ritengo che sarebbe ciò che uno scienziato farebbe in buona fede ogni scoperta in più al suo percorso. Un piano nuovo, un universo nuovo, una nuova esistenza ammantata di nuovi orizzonti.
Potrei pensare al tutto come a un cervello in continua espansione. Sempre più materia grigia all’opera e sempre meno muscolatura attiva da sottoporre a sforzi.
Un simile universo inoltre a tendere verso una iperevoluzione della specie metterebbe in serio pericolo il settore merceologico del fitnees (si dice così?).
Ma potrebbe aprire infinite nuove opportunità assolutamente inimmaginabili.
D’altro canto che fare per pensare di progredire sul percorso evolutivo?
Comunque allo stato attuale non si prevede alcuna evoluzione, non in tal senso almeno.

Ero intento a leggere qualcosa sulla coltura del vino in terra di Nebiolo e mi sono soffermato sull’affermazione di un noto viticoltore il quale sosteneva la bontà dei suoi prodotti vinicoli (decisamente di ottima qualità aggiungerei da amatore) adducendo tra l’altro la motivazione che tali risultati fossero in gran parte dovuti ad un processo di evoluzione la cui scaturigine deve ricercarsi inevitabilmente nello spettacolare risultato di innovativi sistemi di coltivazione e trattamento del vino affiancati ad una centenaria tradizione di amorevole dedizione per la terra e la tradizione. Il vecchio che sopravvive nel nuovo mediante un processo di scontro incontro intergenerazionale.
Leggevo queste note e mi allontanavo dal buon vino per entrare nella opaca quotidianità del presente.
Il vecchio e il nuovo. Lotta tra generazioni. Sopravvivenza del più forte? Certo che no, mi sono detto, non si tratta di una questione di forza, di muscoli. Si tratta di una questione di idee. Le nuove idee possono facilmente soppiantare le vecchie, possono elegantemente assorbirle e rimaneggiarne al sostanza per farla rivivere sotto nuova forma, sotto nuova forza, con una inattesa eleganza.

Il vero problema consiste nell’avercele queste idee. Esse, quando esistono e la storia, quella non manipolata ad arte, dovrebbe avercelo insegnato, hanno una vitalità del tutto propria, si autoimpongono anche contro ogni propaganda, contro ogni manipolazione, contro ogni delitto di censura e di soffocamento. Le idee quando ci sono sopravvivono al fuoco della stupidità.Ma da dove scaturiscono idee nuove? Chi può vantare di avere vere idee nuove da proporre, da offrire, da utilizzare? Certo non le generazioni che si avviano alla loro conclusione biologica. Possono le generazioni nuove, quelle portatrici di vigorìa e di prestanza intellettuale inedita e fantasiosa. L’immaginazione al potere, ricordate? Aveva un significato che andava al di là dello slogan pseudo rivoluzionario degli anni Sessanta.
Almeno ho sempre ritenuto che fosse ben più profondo e complesso quel significato. Si tratta di capirne il senso.
E quale senso?
Ovviamente quello che impone la ragione cosciente attenta al presente: dunque in un presente dominato dall’immobilismo della ragione e dalla paura l’unica possibilità di sopravvivere è individuare una soluzione che non sia scontata, banale, prefabbricata, incasellabile secondo categorie “deja vu”.

Sorgono due problemi. Da un lato la resistenza, talora anche feroce e violenta di chi si vede sottrarre lo scettro. Dall’altro la lentezza con cui una simile forma di soluzione può essere assorbita dalle persone, può diventare forma di vita, può essere rimpastata nel quotidiano dovendosi con essa sostituire un’infinita serie di abitudini consolidate e di attese ben più concrete delle possibilità da verificare e ancora in via di definizione.
Ma come può una generazione nuova dar vita a simile “rivoluzione”?
Davvero non credo che ci sia una risposta. Si possono solo avanzare ipotesi attendibili. Prendo spunto dalla realtà del nostro Paese come la vivo e azzardo una possibile risposta accentando ogni altro tipo di possibilità.
Da molti decenni in Italia si sono via via costruite condizioni di vita più agiate, comode e decisamente agevoli da affrontare. Processo di crescita economica, industriale, sociale. Certo come in molti altri Paesi dell’evoluto Occidente. Con alcuni ritardi, con difficoltà generate dalla complessa antropologia delle realtà locali, da fattori di rallentamento culturale di natura articolata. Certo. Ma nella sostanza si è andati in procedura di evoluzione con sufficiente velocità da non lasciarsi staccare da altri Paesi nelle stesse condizioni. E poi la Storia ha pesato tantissimo sul retaggio assimilato nella tradizione culturale italiana dovendosi comunque ringraziare un millenario dominio economico e tecnico della Roma dei cesari e una indiscutibile supremazia scientifica e culturale dell’Umanesimo rinascimentale. Aggiungo che se non ci fosse stato il freno indubbiamente pernicioso della Chiesa, quell’evoluzione sarebbe stata molto più florida e molto più duratura e i suoi frutti avrebbero certo avuto una vita molto più lunga. Ma è una valutazione personale, accessoria e del tutto indimostrabile.
Tuttavia quelle condizioni di vita “sempre più agiate” non hanno determinato una analoga rivalutazione della disciplina dell’intelletto, non sono state affiancate da una sapiente costruzione di una cultura del dovere etico. Non si è fatto crescere il Paese economicamente “e” si fatto consolidare il significato culturale del dovere. Anzi si è fatto esattamente il contrario. Si è fatto passare per “valore” la possibilità di aggirare il sacrificio attraverso la furberia e non cercando soluzioni nuove. Anzi Le soluzioni nuove le si è fatte intravedere come “lente” e inattuabili per il raggiungimento della felicità. E la felicità in definitiva la si sarebbe potuta ottenere facilmente semplicemente creando condizioni di infelicità per gli altri. Il concetto che socialmente qualcuno potesse essere infelice è stato concepito e mantenuto, nella cultura del quotidiano, come naturale, inevitabile, ineliminabile. Dunque perché soffrire in due se uno può farne a meno?
In altri termini si è accettato ogni volta la condizione di sudditanza alla tradizione piuttosto che fare il possibile per allevare una generazione capace di scalzare la tradizione (magari mantenendone il peso storico e il valore intrinseco) per far nascere qualcosa di nuovo che fosse anche un superamento dell’acquiescenza e un’evoluzione della cultura generale e del benessere sociale.

Il nuovo è dunque rimasto confinato in un angolo e visto con sospetto. Ma dal momento che altrove il nuovo spesso riusciva a trionfare di vecchie e ammuffite tradizioni non più accettabili ecco che si è sistematicamente ricorso al vecchio e gattopardesco sistema di ammantare di nuove parole vecchie pasture. Si è scelto di fare abiti nuovi su corpi vecchi. Si è deciso di innalzare a “nuovo” ciò che nuovo non è né mai potrà esserlo.Sarà questo il motivo per il quale un vecchio furbastro, imbroglione e menzognero, nel nostro Paese possa diventare primo ministro?
Chissà.
Una cosa appare abbastanza certa. Le giovani generazioni non sembra abbiano la forza di inventare qualcosa di veramente nuovo, non sembra che siano in grado di contrastare il vecchio e il marcio. Direi che non sembra che si accorgano di essere in mezzo al marcio. Sono generazioni allevate in maniera sempre più comoda, in atmosfera controllata, sottovuoto. Essi non sanno inventarsi nulla perché hanno sempre tutto pronto e molto più di quanto riescano ad assimilare.Vivono nella sovrabbondanza, non faticano per nulla e quindi non devono cercare soluzioni per districarsi, per disimpegnarsi, per contrastare le vecchie generazioni. Anzi le vecchie generazioni se le coccolano dal momento che ne ricavano solo vantaggi e nessun problema, nessuna costrizione.
Tutti a preoccuparsi delle giovani generazioni e nessuno che si preoccupi del loro futuro.E le giovani generazioni passano il tempo a preoccuparsi del proprio presente senza mai fare un progetto. Altro che conflitto generazionale. Non mi sembra che ci sia alcun conflitto. Ormai l’unico vero conflitto rimasto è quello che nasce tra chi vorrebbe riattivare i cervelli spenti e chi li vorrebbe conservare in perpetuo stato di sonno.



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Scritto da GUNNAR il 13 Settembre 2009

detto da un giovanissimo studente…
Non si può tacere. Non si deve tacere.
Intervistata da una sollecita giornalista della radio (RAI_RadioTre) un’altrettanto solerte Professoressa universitaria esperta in scienze politiche ci fa sapere, qualche giorno fa, che <<… fa bene il quotidiano “la Repubblica” a fare delle domande al premier (sic!) Berlusconi ma forse ha un pochino esagerato …>>
Miserevole e patetica la posizione di questa professoressa. ricalca nei modi e nelle parole un’attitudine comune: quella di dire e non dire, di indignarsi ma non troppo, di denunciare ma sottovoce quasi chiedendo scusa di aver tanto osato.
Un’indignazione o è o non è. Non esistono vie di mezzo né è possibile che esistano.
E l’indignazione viene dalla violenza che si subisce. Una violenza gratuita, incontrollabile, inaccettabile, offensiva e dolorosa al tempo stesso. E quando la violenza viene da chi appare intoccabile è ancora più imperdonabile, ancora più dolorosa.
L’ineffabile professoressa si azzarda a suggerire che il quotidiano “La Repubblica” si immagina come l’unica vera opposzione politica al governo. Ricalcando le voci già messe in giro dallo stesso governo che si tratti non di un quotidiano ma di un partito politico travestito da orgnao di stampa.
E se così fosse? Dove sarebbe lo scandalo? Al massimo si potrebbe dire che l’informazione in tal caso possa essere pilotata su formule antigovernative. Ma certo non altro e se ne dovesse derivare un danno sarebbe solo a carico del “buon giornalismo” non certo a danno della gente. Sarebbe null’altro che una specie di legittima difesa a mezzo stampa.
Ma non c’è buon giornalismo in Italia. Al massimo si può parlare di più o meno abili leccaculo che vogliono gli onori dalla firma ma nessuno degli oneri del dovere. E il pubblico in fondo altro non fa che appesantire ulteriormente la condizione di sudditanza dei giornali.
Il pubblico?, qualcuno si chiederà. Certo, dico il pubblico e so quel che dico.
Dal momento che non tutti i giornali appartengono a leccaculi e non tutti i leccaculi sono abili a celarsi il “pubblico”, i lettori insomma, avrebbe il dovere di fare scelte consapevoli e non solo scelte di simpatia e convenienza.
In altri termini dovrebbe fare scelte fondate su un qualche tipo di etica della ragione o del pensiero.
Ovvio che per far ciò occorrono almeno due condizioni essenziali.
La prima è saper leggere.
La seconda è saper pensare.
Entrambe si possono imparare. Entrambe si possono affinare. E quando sono presenti esse escludono comportamenti servili e interessati alla piccolezza del presente.

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Scritto da GUNNAR il 8 Agosto 2009

Vendiamo se ho ben compreso il senso della questione.
I ricercatori di tutto il mondo ebbero modo, ad un certo punto, di provare e condividere l’efficacia di un prodotto che serve a bloccare il “concepimento” presunto allorché una pulzella datasi da fare senza cautele oppure (in alternativa) “costretta suo malgrado” (leggi alle voci “stupro”, “violenza sessuale”, “reato contro la persona a scopo di libidine” ecc. ) decidesse di prendere a posteriori delle cautele per evitare un concepimento indesiderato o addirittura imposto con violenza.
La fanciulla (bambina, giovane donna, signora di mezz’età o attempata matrona che sia) si trova nella poco piacevole situazione di presumere una “possibile gravidanza inopportuna” e può finalmente evitare ulteriori danni, psicologici, materiali, fisici, economici e chissà cos’altro semplicemente prendendo una precauzione: manda giù una pillola e tecnicamente impedisce la fecondazione in caso di ovulazione. Si badi bene non ricorre il caso di un aborto (lecito o meno che sia) ricorre una precauzione a-posteriori. Un po’ come se dopo una gran festa con annessa scorpacciata si prendesse del bicarbonato per evitare le conseguenze di una presunta indigestione. Ovviamente non voglio paragonare la pillola antifecondativa al bicarbonato.
Anzi… a pensarci bene invece lo voglio.
E non sono interessato ai giudizi dei moralisti d’accatto o dei moralisti fanatici. I primi sono quasi tutti in parlamento i secondi sono quasi tutti in vaticano.
Cosa si fa in un qualsiasi Paese evoluto dove il “cittadino” ha la tutela della sua autodeterminazione e gli si rende la vita semplice per potersi dedicare alla salute dello spirito e al benessere della sua vita materiale? Si favorisce una simile pillola in tutti i modi. Si fa campagna educativa nelle scuole e si sensibilizzano le famiglie affinché accettino il caso e la necessità di situazioni spiacevoli o imprevedibili con l’intelligenza associata alla conoscenza del presente. Poi si liberalizza la pillola in questione e la si vende anche nei supermercati insieme ai pannolini e alla maionese.
E’ solo un altro prodotto della moderna società. Un prodotto che ha uno scopo, un prodotto che serve a qualcosa di utile e che forse può evitare tragedie a futura memoria.

Ma soprattutto è uno strumentodi liberazione dalla paura. La pura del peccato, del giudizio, della condanna e della gogna. Ma è anche la liberazione dalla paura di dover soffrire quando si è già sofferto abbastanza e si sa di non poter accettare altra sofferenza.
Invece da noi cosa accade? Si fanno interrogazioni parlamentari, si boicotta la pillola si fa obiezione di coscienza anche da parte dei farmacisti, bieca e orrenda categoria di medici falliti e mercanti arrivati.
Poi si alimenta una propaganda di stato facendo scrivere a giornalisti prezzolati e incompetenti articoli indecenti contro donne che vorrebero scopare ma senza pagare lo scotto di tenersi un figlio. Come se fosse affare loro (dei giornalisti o dei parlamentari intendo)
Invece di accudire i cittadini questi farisei di parlamentari e invece di difendere la libertà di scelta individuale, questi cialtroni di giornalisti, fanno esattamente il contrario: difendono il rito della sudditanza, controllano l’istanza del sovrano e alimentano la sua inestinguibile fame di potere che tutto vuole controllare nei minimi particolari.

Auguro a tutte le donne libere di pensiero e a tutti gli uomini che riescono ancora ad avere un pensiero libero, una nuova alba in cui la loro volontà sia davvero la loro volontà e non quella pilotata da qualcun altro.
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Scritto da GUNNAR il 20 Maggio 2009


Dopo che alcuni giornali hanno messo in rilievo ciò che tutti sapevano da molto tempo, e su cui per l’ennesima volta la magistratura indagava, ma che nessuno osava esprimere, ecco puntuale la dichiarazione di Berlusconi in conferenza stampa all’Aquila e riportata dalla stampa di oggi 20 maggio 2009.
“Ho annunciato questa mattina la mia intenzione di fare un intervento in Parlamento sulla sentenza Mills e, appena avrò tempo, lo farò. In quella sede dirò finalmente quanto da tempo penso a proposito di certa magistratura“.
E quindi subito afferma che si tratta di “una sentenza scandalosa e contraria alla realtà, in appello sarò assolto. Questa opposizione sconfitta sul piano delle cose concrete si attacca a cose di questo tipo come già fatto in passato in modo vergognoso sulle veline che non sono mai esistite“. 
Non è una cosa aboniminevole per la società, per la dignità di un Paese, per tutti i cittadini che vivono entro i suoi confini, per ogni istituzione degna di questo nome, che un presidente del consiglio continui a credere che tutto gli deve essere permesso? Che tutto gli è dovuto? Che tutto debba essere a sua disposizione sempre e comunque?
E non è indegno di un Paese civile che la gente non voglia trovare il coraggio di ribellarsi a tanto oltraggio.
Io mi sento offeso personalmente dalla presenza al governo di un simile personaggio.
Ritengo che la mia esistenza di cittadino sia messa in serio pericolo da quest’uomo e dalla sua innegabile voglia di protagonismo. Credo che sia pericoloso e credo che i suoi alleati più sodali lo siano quanto lui.

Occorre resistere a oltranza contro questo sfacelo. Occorre impedire in ogni modo che i nostri figli paghino per gli errori e la stiltezza di un uomo solo e per di più arrogante e strafottente.
Ma la cosa peggiore di tutte è il fatto che sia un mentitore dichiarato. egli mente su tutto, sapendo di mentire e convincendo chi gli vuole stare intorno che siano gli altri a mentire.

Peccato che “gli altri” non hanno nulla da difendere se non la prorpia esistenza e la prorpia libertà mentre il Presidente del Consiglio deve difendere solo il suo portafoglio.
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Scritto da GUNNAR il 19 Maggio 2009


Il controllo è esattamente ciò che distingue il puro potere da tutto quello che si possa definire esercizio di governo.
Vorrei per un momento tornare al discorso sul comportamento etico. Il significato di “controllo” me ne da un’opportunità ulteriore.
Cerchiamo di chiarire alcuni elementi di base. Non intendo parlare del controllo di qualità, e nemmeno del controllo degli esami svolti, e ancor meno del controllo di analisi mediche o di qualsiasi altro genere di controllo tecnico su procedure strumentali o su valutazioni di merito.
Mi voglio riferire al controllo sociale in senso stretto. Ovvero il controllo per il quale qualcuno (o alcuni) esercita un potere su qualcun altro (o su molti altri).

Se desidero indurre un gruppo di persone a fare cose in modo che poi possa controllarne i risultati attraverso il controllo dei comportamenti ho almeno due possibilità a mia disposizione. La prima è quella di imporre la mia volontà. La seconda è quella di indurre un tipo di comportamento facimente verificabile attraverso una specie di catechizzazione.
La Chiesa Cattolica, ad esempio, nel corso di secoli di evoluzione ha provato tutte le sfumature di entrambe le forme e oggi, ancora, talora indulge in una sorta di reminiscenza di idee che sembrano recuperate dall’archivio di epoche buie ma che, evidentemente, ritiene che possano ritornare attuali. D’altro canto è evidente che le altre religioni di tipo monoteistico, come l’ebraismo o l’islam, ricorrono volentieri (ogni giustificazione è possibile anche se resta pur sempre una giustificazione) all’imposizione violenta e non certo ad una incruenta catechizzazione.

Dunque si torni al controllo.
Esercitare il controllo, avere a disposizione un controllo su qualcosa, agire sotto il controllo di qualcosa o di qualcuno, imporre il proprio controllo a qualcuno o mettere sotto controllo un sistema, sono tutte espressioni chiare, immediatamente comprensibili. Ridotto ai minimi termini si può dire che il “controllo” è un esercizio di potere su qualcosa o su qualcuno che viene realizzato da qualcosa o da qualcuno. Nell’accezione che voglio utilizzare, il controllo altro non è che una sorta di esercizio di potere sul sistema sociale o sulle persone fisiche. Potrebbe anche definirsi sorveglianza. Ma ancor meglio e più precisamente mi interessa il controllo sull’agire delle persone.
Abbiamo allora almeno tre livelli attraverso cui si può esercitare tale tipo di controllo e tutti possono essere attuati da un unico sistema di comando (o, se si preferisce, di gestione)
Mettiamo che io sia un despota e voglia il controllo assoluto senza ricorrere alla violenza. Mi servirò di
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un sistema di comunicazione servile e capillare,
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utilizzerò il substrato religioso a mio favore,
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oppure lo renderò vincolato al mio volere,
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quindi entrerò, con un’azione di propaganda continua, nel sistema della cultura popolare. Quella che consente alle persone la vita quotidiana, i luoghi comuni, il dire semplice per il riconoscimento e l’utoriconoscimento,
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utilizzerò e farò diffondere stilemi e locuzioni di facile presa e di immediata comprensione.
L’immediatezza della comprensione ha il difetto di essere estremamente generica e facilmente adattabile a moltissime condizioni quindi è manipolabile e spesso autocontraddittoria. Ma a meno di non averne la necessità, non sarà quasi mai sottoposta a verifica né semantica né empirica.
Quindi se qualcuno pensa che sia un tipo di operazione facile ha ragione.
Lo è.
In realtà una difficoltà esiste e per molti è del tutto insormontabile: si tratta della capacità di acquisire una forza economica non indifferente. Molti partono da una rapina, nel senso che non hanno forza economica e se la procurano a danno di qualcun altro. Altri hanno un grande ascendente personale su adepti che diventano procacciatori di fondi e si convincono che ciò li renda insostituibili.
A volte hanno ragione. Il più delle volte invece quando non sono più capaci di procacciare denaro vengono prontamente sostituiti.

In altri casi le cose vanno diversamente.
Basta poco per cadere dal piedistallo. A volte basta una sentenza che finalmente fa luce su molte cose oppure una scappatella con una quasi minorenne dal cervello imbevuto di chiacchiere.
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Scritto da GUNNAR il 18 Maggio 2009
Monza, martedì 5 maggio 2009
La narcosi di chi sta a guardare è molto simile alla fede di chi si sottomette ad un credo e non si pone domande giacché conosce tute le risposte.
Cosa regge ogni processo di crescita umana?

Qual’è il fondamento essenziale senza il quale non è possibile parlare di evoluzione, di sviluppo, di comunicazione, di libertà di pensiero?
Non ci sono molte risposte.
Raccolte le informazioni necessarie sembra che di risposte ce ne sia una sola: la conoscenza.
Ricordate? L’albero della conoscenza,la mela, il frutto proibito? Il libro delle religioni monoteistiche, quelle della verità rivelata, quelle del dio unico creatore di ogni cosa e detentore di ogni certezza e di ogni verità si esprime con chiarezza su una sola proibizione: la vera proibizione assoluta da rispettare e la cui violazione è distruttiva per il semplice fatto che rende gli umani capaci di “conoscere” ed è la proibizione di cercare di conoscere.
Ci si può domandare quale conoscenza? Non certo una conoscenza in particolare, ma la conoscenza. Quella generale che abbraccia ogni cosa e che rende possibile esprimere un giudizio, che rende opinabili le verità rivelate, che esprime dubbi prima di arrivare a conclusioni apprezzabili. La conoscenza, in definitiva non ha limiti, non si può arrivare ad un certo punto e dire che la conoscenza è finita, che da quel momento in avanti non si può più conoscere.
Un gradino di conoscenza implica che ce ne sia un altro da salire. E non ci sono limiti. O, se si preferisce, l’unico limite è nella capacità umana di apprendere. Il vero limite è nella mente degli uomini. Sono essi stessi i soli che possono superare i propri limiti.
Da epoche oscure e remotissime la vera lotta è una lotta di potere.Da un lato la vita e la conoscenza. Dall’altro la morte e l’ignoranza.
Da un lato chi sa, o crede di sapere. Dall’altro chi non sa e si convince di non dover sapere.
Di là quelli che sanno e usano il loro sapere. Di qua quelli che non sanno di non poter prendere decisioni libere perché non hanno abbastanza informazioni, perchè le informazioni che hanno sono poche e mal costruite oppure sono finte e artefatte.
Dunque il destino, la vita stessa, dei secondi è semplicemente nelle mani dei primi.Anche quando i primi sono ben disposti e tolleranti verso i secondi, la loro forza li rende crudelmente manipolatori, fisicamente superiori, materialmente vincitori. La loro sopravvivenza nel tempo e la loro eredità genetica è di gran lunga più certa. La conoscenza è il primo strumento che crea l’abisso tra chi può scegliere e chi deve sottoporsi a scelte altrui.
Tra chi sopravvive e chi soccombe. Tra chi ha il potere e chi lo deve subire. È come mangiare la mela dell’albero della conoscenza nel giardino dell’Eden
In estrema sintesi la mela non deve essere mangiata. 
Ma perché lasciarla a portata di mano allora? Perché è il limite?
Il limite costituisce il punto di non ritorno. Ci si può anche approssimare, ma non lo si deve valicare. Valicare il limite significa mettere in discussione il potere. Significa mettere in discussione la necessità di soccombere sempre e comunque.Significa anche una scelta indipendente. Ma ciò non può essere tollerato.Dunque il fondamento del potere è intimamente collegato alla fede. La fede implica ignoranza. La fede è nemica della conoscenza. La fede implica sudditanza, sottomissione, auto-esclusione, prigionia mentale prima che materiale e fisica.L’uomo o la donna che hanno fede dicono di non aver bisogno di altro che di credere in dio creatore e onnisciente. Essendo tutto in lui e da lui tutto deriva non serve altro che la sua parola a cui credere. Ma non potendo avere la parola di dio (dio non parla agli uomini) ci si accontenta di credere nelle parole scritte da altri che dicono che altri ancora hanno sentito la parola di dio attraverso le azioni di dio che si sono manifestate in forma fenomenica per destare la loro meraviglia.Una barriera separa il potere di dio dagli uomini e non è la materialità giacché essa è una emanazione di dio e, quindi, facilmente superabile da dio stesso.Si tratta di una barriera cerebrale. È la barriera per definizione. La barriera oltre cui mai un umano potrà andare in quanto rappresenta il limite tra il conoscibile e l’inconoscibile.Il ragionamento è più o meno il seguente:Io sono limitato nel tempo e nello spazio. Alla fine della mia vita io non esisto più ma il tempo non si esaurisce con me. Altri verranno dopo. Ma che ne sarà di me? Cosa accadrà della mia storia, dei miei ricordi, delle mie esperienze, della mia fatica fatta per tuta l’esistenza? Come può accadere che io nasca e viva solo per diventare pasto per vermi? Come può accadere che tutto il vivere della mia esistenza si esaurisca in un refolo di respiro e non resti null’altro che un mucchio di terra da concime? Non può essere e quindi deve esserci qualcosa “dopo”.Un dopo impreciso e volutamente incerto e indescrivibile. Ma chi ha fatto il “dopo”?

Ecco il potere. Esso si manifesta nell’atto sublime della creazione. Il dopo l’ha fatto qualcuno che lo conosce, e che conosce anche il prima e il sempre. Una simile entità non può che essere immortale, infinita, onnisciente e onnipresente. Non può essere che un dio.
E se è così come si fa non credervi? Come sarebbe possibile dubitare?Soprattutto si immagini il momento in cui il dio si è affermato nella mente degli esseri: si tratta di un’epoca in cui gli dei popolavano le terre e i mari e i monti. Divinità che da concrezioni solide o aeriformi o liquide si erano andate trasformando via via in entità antropomorfe assumendo sempre con maggiore consistenza la materialità umana come struttura riconoscibile.
Ad un certo punto della storia gli uomini non hanno potuto tenere più il conto delle divinità ma soprattutto non hanno più condiviso con esse la fallibilità, l’errore, la mancanza di giustizia, l’assenza di un’etica del fare. Probabilmente in coincidenza con il rimescolarsi delle forze economiche e politiche che andavano trasformandosi all’interno della struttura dei popoli.Più l’economia era incerta al tramonto dell’impero di Roma e più si sentiva il bisogno di instaurare una forma più sicura di vita, magari più povera, più semplice, più sottomessa alle condizioni esterne, casuali e capricciose, ma almeno più moralmente ineccepibile. Occorreva un elemento che catalizzasse l’insieme delle condizioni di incertezza e le focalizzasse sul comportamento di una società in via di disfacimento per poterla preservare dall’autodistruzione.Occorreva spostare l’asse del potere. Occorreva spostare le linee di controllo dallo scranno imperiale al soglio papale. Ci sono voluti alcuni millenni ma il gioco è riuscito perfettamente.Non si tratta di convincimenti storiografici. Non possono esserlo.Forse, in futuro, gli storici di un’epoca post-religiosa si faranno garanti di decidere sulla concretezza di tali ipotesi.Tuttavia non ci sono molti dubbi, oggi, agli occhi di un laico, sull’entità del potere, esercitato attraverso il controllo assoluto della mente, di quel geniale meccanismo di sopraffazione che è la religione. Meglio se di tipo monoteista.Come può collegarsi con il potere temporale? Semplicemente attraverso l’esercizio di un tacito patto. Un patto che talvolta non è nemmeno tacito.Il politico di turno che voglia esercitare il controllo non ha altro vero strumento che cercare qualcosa di molto simile al consenso. L’alternativa è la violenza pura e semplice. Ma senza ricorrervi non si può fare a meno di una quota di consenso ed esso può essere ritrovato solo attraverso il controllo dei comportamenti a sua volta controllati dalla convinzione che si tratti di comportamenti socialmente accettabili e sincreticamente condivisi. Pena l’esclusione, l’ostracismo, la messa al bando, l’esilio, l’isolamento, l’impossibilità di esprimere la propria libertà di azione sotto molteplici sfumature. Allora il potere (quello che si vuole mantenere) per poter essere forte e prolungato nel tempo deve creare un sistema di relazioni fondate. Qualche forma di fede con annessa barriera insuperabile. Basta l’esclusione per generare la paura di sentirsi condannato? È sufficiente la paura di una forma di isolamento sociale, la povertà economica, la povertà delle relazioni, per sentirsi vincolati alla fede cieca nel dio creatore eterno?

Forse no.
Forse non è sufficiente.
Ovvio, che una qualsiasi fede non si mantenga per il semplice fatto di essere data da una verità rivelata. Occorre un catalizzatore, uno strumento che sia coercitivo ma che non lo sembri, occorre innescare una paura profonda che è tanto più profonda quanto più la mancanza di conoscenza è assoluta e irreversibile. La paura è il secondo strumento del potere.
Ogni religione monoteistica stabilisce il radicamento della paura nella diffusione e nel mantenimento della verità rivelata e nella diffusione di una certezza: un mondo ultraterreno eterno in cui la felicità nasce dall’essere stati sottomessi da vivi e l’infelicità se da vivi si è cercata la ribellione.Un mondo in cui la morte sia liberatoria. Ma un mondo a cui si possa accedere solo se la vita è stata rifiutata perché ci si è adattati, ci si è sottomessi, ci si è lasciati schiacciare dal controllo di qualcuno che parla per bocca di un terzo a cui si riconosce una legittimità senza controlli.Il sacerdote parla in nome del dio. Il potente politico parla in nome della verità del popolo.Ma, come ognun sa, il popolo non parla. Al massimo urla.E come chiunque può controllare ogni sacerdote parla per sé e non certo per dio. Se non fosse così ogni sacerdote si replicherebbe all’infinito a meno di non credere che dio cambi idea e dica cose diverse ad ogni omelia o ad ogni cambio di pulpito. Da ciò deriva che chi si sottomette rinuncia a cercare la conoscenza nella vita materiale per ottenere mielosa felicità - dopo la morte - nella vita immateriale.Curioso e singolare che i più fervidi credenti oggi siano spesso anche i meno volenterosi a rinunciare alle comodità della vita terrena.Ne deriva, per logica sequenza, che chi rinuncia a sottomettersi in vita è destinato all’eterna sofferenza.La paura che, presumibilmente all’inizio del processo di indottrinamento, è imposta con la violenza delle esecuzioni, dei processi, delle condanne pubbliche e delle maledizioni feroci, è andata via via sedimentandosi diventando una nascosta enclave genetica. Nella cultura antropologica dell’occidente la morte rappresenta la paura estrema ed è con tale paura che inizia il cammino terreno e con tale paura si vive tacitamente fino alla fine.Una paura che viene trasmessa attraverso una cultura deformante e catechizzante fin dall’origine dell’apprendimento con più forza di quanto non possa essere trasmesso il colore degli occhi o il colore dei capelli. Una paura del tutto inconsistente e per questo motivo inalterabile, indeformabile, inattaccabile.

Si può disinnescare la paura? Può essere resa attaccabile e smontata fino a renderla semplicemente un fenomeno come i molti che si possono misurare e con cui si può convivere senza rendersi l’esistenza un baratro di infinita infelicità?
Anche in questo caso si deve individuare un controllo uguale e contrario negli effetti e che faccia in modo di sostituire l’ignoranza con una conoscenza vera, la conoscenza del mondo, dei fenomeni e degli accadimenti che si modellano sulle azioni degli umani. Ma non basta la conoscenza da sola. Occorre anche bilanciare il potere del tempio e del trono per potere esercitare il frutto della conoscenza stessa. E per far ciò occorrono molti sforzi, una diffusa e capillare disciplina destinata a bilanciare la paura attraverso la diffusione di ragionevoli dubbi sulle verità rivelate e diffondere le certezze sulle verità pragmatiche, prometeiche. La verità del caldo e del freddo, dell’espansione e della contrazione, del pulsare della vita e del freddo della morte. La verità dell’esistenza materiale, la verità della parola che trasmette conoscenza e non della conoscenza che si fa parola.
Al contrario di ciò che si è soliti pensare (si tratta di un pensiero indotto ovviamente) il dubbio non implica paura, semmai implica la necessità di affinare la conoscenza. Implica la necessità di avere molte più informazioni disponibili, si tratta di eliminare di volta in volta il moltiplicarsi di ramificazioni sterili.La conoscenza è potere e può anche essere un potere buono.Il potere è la facoltà di prendere delle decisioni utilizzabili e finalizzate alla ricerca di una serenità materiale, una felicità mentale. Ma allora ogni volta che si parla di potere si parla implicitamente di una lotta di tutti contro tutti? Sarebbe un inno alla guerra infinita.
Ovviamente non è così. Questa è l’oggettiva visione che viene costruita e inculcata da sempre proprio per tenere lontano il vero progetto di vita. E ribadisco progetto dal momento che mai si è voluto renderlo vero attraverso una sperimentazione materiale. Ma lo si è tenuto ai margini della conoscenza per la parossistica voglia di impedire che il controllo venisse meno. O meglio per impedire che il controllo cambiasse di mano. Si tratta di una cosa abbastanza semplice da dire tanto quanto difficile da diffondere. La paura che persiste la rende semplicemente inverificabile. Una volta che ho la conoscenza non devo far altro che utilizzarla per rendere la mia esistenza gradevole.
Ciò che ne nasce è un benessere fisico e mentale. Non vivendo isolato non posso fare altro che stabilire condizioni paritetiche di benessere con i miei simili.
Tutti gli umani hanno uguali condizioni di conoscenza primigenia. Dunque tutti gli umani possono accedere alle stesse fonti e allo stesso sapere. Ognuno per la parte che ritiene più utile alle sue scelte. Ognuno per la forma di vita che ha deciso di seguire.
Quando la paura si affievolisce (o scompare) non esistono motivi che impongano scelte obbligate. Non si creano luoghi di malessere, non vi sono più le condizioni di sudditanza o di sopraffazione perché non servono, non aggiungono e non tolgono nulla a quanto già si può ottenere semplicemente scegliendo cose o condizioni diverse.

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