Scritto da GUNNAR il 10 Agosto 2011

Presto non ci resterà che il ricordo
Presto saremo liberi e non ci resterà che un ricordo, spesso vacillante, altre volte vivido, di quel lerciume puteolente di ventennio berlusconiano.
Ciò che mi dispiace è che non mi riuscirà di godermi le ricostruzioni storiche. Son troppo vecchio e stanco per potermene beare. Allora faccio un piccolo sforzo e mi anticipo fin da ora ciò che non potrò ricordare domani.
Ricorderò il Ferrara Giuliano, pachidermico e petulante come un’ocarina rotta. Ne ha fatte tante, il grand’uomo, che nemmeno lui se ne ricorda. E spesso si confonde, scambia il bello con il brutto e ne declama le meraviglie, inverte l’ordine degli addendi ma in realtà fa moltiplicazioni ottenendo solo una montagna di idiozie verbali. Poveraccio, ridotto alla fine a chiedere elemosine milionarie per tentare di far vivere un foglietto scandalistico che spaccia per giornale d’informazione politica. 
E con il tondeggiante illusionista della forma ricorderò i due giullari di corte, il nano e la ballerina. Brunetta e Bondi. Il primo convinto di saper fare il gigante dall’alto del suo metro d’altezza, il secondo diafanamente orientato alla perenne prosternazione di fronte al potere.
Il primo impudicamente ottuso e profondamente cattivo.
Il secondo fecondamente leccaculo e immoralmente ignorante. 
Ricorderò il capo dei padani nella sua goffaggine cialtrona e rozza i suoi gesti salvatici e inconcludenti ma decisamente folcloristici e ricorderò la sua eredità all’umanità: un figlio la cui struttura biologica potrebbe essere oggetto dilunghi dibattiti tra studiosi di evoluzionismo. Forse è un esempio vivente di “anello mancante”. O forse è solo mancante.

Ricorderò il triumvirato degli eletti: LaRussa, Tremonti e Manolesta Ghedini. Il primo esaltato guerrafondaio dalla specchiata sensibilità verso i tamarri d’ogni specie e razza, purché fascisti nel cuore, il secondo silenziosamente convinto d’essere un novello Ricardo ma molto più elegante e raffinato, il terzo autocraticamente arroccato nella cittadella degli effluvi legali, delle postille giuridiche, delle invenzioni codicistiche e dell’imperitura certezza che ogni legge sia facilmente aggirabile o almeno acquistabile. E quando non si può comprare si potrà sempre rifare in altro modo… Purché salvi il culo al datore di lavoro.
Già. Lui. Il datore di lavoro.
Il Burlone per definizione. Il faccendiere per vocazione, il truffatore per scelta, il politico per necessità, il paroliere e venditore di menzogne, il più astuto degli stupidi in circolazione. Privo di scrupoli, istintivamente portato al raggiro come un venditore di tappeti o di autoveicoli usati in pessime condizioni.
Proprio lui, il Berlusconi che ha voluto cambiare volto al Paese e ci è riuscito rovinando l’intelligenza di almeno due generazioni di sprovveduti che gli hanno creduto per convenienza o per deficienza.
Ricorderò di loro molte cose e di molti altri ancora serberò un tranquillo ricordo tratteggiato fine.
Un acquerello.
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Scritto da GUNNAR il 25 Marzo 2011

Non si tratta di essere pacifisti o guerrafondai. 
Si tratta di usare l’intelligenza, poca o molta che sia, o lasciarsi usare dalla merda che si annida nel cervello.
Ognuno ha la sua bella dose di merda che si accumula col tempo, con le proprie idiozie, con le proprie paranoie, le proprie metastasi caratteriali. Ognuno vive il suo mondo interiore come se fosse il solo mondo esteriore che esiste e sul quale fondare ogni convinzione e ogni esperienza.
Non è così. Ovviamente non è così. Ma non ci si può far nulla a quanto pare. si resta ancorati alle proprie piccole convinzioni. Le sole isole di certezza che ci si convince di avere.
Abbiamo bisogno di certezze, diceva qualcuno, e ce le andiamo a cercare nei posti più strani. Ma se non riusciamo a trovarle allora ce le costruiamo. Più la realtà ci appare incerta e tanto più ci convinciamo delle sole cose che riteniamo utili, convincenti e non dannose.
Facciamo, nel bene e nel male, l’unica cosa che sappiamo veramente fare: sopravviviamo.
Non sappiamo come fare a vincere le nostre paure ma sappiamo benissimo sotto cosa seppellirle. E spesso ci riusciamo così bene da dimenticare il lavoro di scavo che abbiamo fatto.
In qualche parte del mondo un terremoto ammazza centinaia di migliaia di persone e, tanto per ricordare chi è che comanda in natura, fa emergere dall’oceano un’onda d’acqua spaventosa che spazza via qualche città, qualche ponte, qualche diga e qualche aeroporto. Non resta quasi niente per migliaia di chilometri quadrati. Solo fango, acqua marcia, cadaveri e detriti di terra e sassi. Ma non si accontenta dei danni fatti fino a quel punto. Mamma natura decide di ricordare bene a tutti cosa voglia dire fare i conti con il caso. Così fa sgretolare un po’ di alterigia tecnologica e qualche certezza artefatta. Un paio di reattori nucleari si prosciugano e i noccioli radioattivi restano scoperti. Quanto basta per farli collassare fino a fondersi. Ed ecco la catastrofe. Si sprigiona in atmosfera vapore e radioattivo. Ci vuole un raffreddamento che non arriva, ci sono altri morti, altra acqua, altra energia per suturare le ferite di una mammella energetica al cesio e al plutonio. Roba da scienziati pazzi.
Nell’universo mondo globalizzato tutti hanno capito che quei reattori si sarebbero dovuti chiudere o ammodernare proprio per evitare questi incidenti. Nell’intero mondo. Non è esatto. In Italia non l’hanno capito. O non lo vogliono capire. Oppure c’è dell’altro di incoffessabile che salterà fuori nel corso di qualche futura inchiesta avviata sulle denunce sconcertanti di una qualche stralunata trasmissione televisiva. Ma ci vorranno anni. Una ministrella dell’ambiente (per caso ministrella e per caso all’ambiente) si lascia sfuggire sull’emotività di una intervista a caldo che “allo stato attuale mica ci si può tirare indietro sul nucleare… ” ma se le parole esatte non sono queste il loro significato è indubbio: Adesso ci siamo impegnati con chissà chi e chissà in che modo che rinunciare al nucleare significherebbe finire in malora. Il governo non può permettersi di scontentare anche i grandi affaristi dell’uranio… Un disastro peggiore del terremoto.
Invece il caso, benedetto e ironico caso, ecco che non abbastanza divertito dagli eventi scatenati a undici chilometri di profondità nel Pacifico settentrionale decide di inventarsene una davvero notevole. Fa scatenare i poveracci del mondo arabo. L’intera Africa mediterranea si scatena, la Tunisia, l’Egitto, il Marocco e da ultima la Libia intraprendono una lunga e faticosa marcia per la conquista della loro libertà dall’oppressione. Qualcuno ci riesce rapidamente e senza troppe vittime. Qualcun altro non ce la fa a evitare dei morti. Ma la Libia non ce la fa. In Libia c’è un dittatorello puttaniere e ladro, assassino e truffatore che è stato omaggiato prima e osannato poi da un altro dittatorello in guanti bianchi, anche lui puttaniere e anche lui truffatore e ladro. Un poco di buono che tantissimi allocchi hanno deciso di inviare al potere eleggendolo. E’ uno dei capricci della democrazia. Solo che il dittatorello numero due fa il paio con il dittatorello numero uno e si scambiano baciamani, bacia anelli e già che ci sono si scambiano anche le verginelle dei rispettivi harem. Una cosa patetica e anche un pò schifosetta vista l’età dei due capibanda.
Il caso, dicevo, ci si mette di buona lena a spaiare le carte. La radioattività incombente sull’intero globo terracqueo induce a “pause di riflessione” un governo di beceri ottusi e analfabeti. E sempre il caso smaschera pubblicamente e nel peggiore dei modi la violenta e fratricida sete di potere del dittatorello libico. Non potendo fare altro infatti egli decide di sparare con l’aviazione contro i propri cittadini che insorti chiedevano tre cose, libertà, pane e democrazia. 
Tutti si sono arrovellati per cercare una soluzione. Ma essendo tutti più o meno complici del libico assassino tutti hanno anche tentennato prima di fare di necessità virtù e dar mandato all’ONU. Tutti tranne il nostro paese. In Italia le cose si sa sono sempre più confuse. La sinistra sempre contraria alla guerra stavolta ha deciso di essere favorevole ma soprattutto perché il libico dittatore è un assassino, versione ufficiale. Versione di malpensanti ce l’hanno con il libico perché amico del ministro affarista che vive indisturbato da quindici anni a Palazzo Chigi.
Amico?
Ma come amico? Eh già! Amico, amico di tenda, amico di letto, amico di harem e amico di anello. Gli ha chiesto scusa pubblicamente per l’invasione di cent’anni fa. Come se l’avesse fatta lui l’invasione, come se chiedere scusa potesse cambiare il contenuto di scelleratezze descritte nei libri di storia.
E adesso il governicchio destrorso e sciatto di Berlusconi si sta arrabattando in ogni modo per fare e non fare, per dire e non dire per guerreggiare senza guerreggiare.
Che deprimente visione.
Un paese senza spina dorsale, senza certezze. Vivo solo per il convincimento di altri paesi che ci riconoscono un territorio e una lingua comune.
Un Paese cui non resta che prostituirsi vendendosi al miglior offerente.
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Scritto da GUNNAR il 5 Novembre 2009

La materia fa gola, come la psichiatria, da un lato, e la psicologia comportamentale dall’altro, dimostrano. E la letteratura in materia è ricca.
Parlando di paranoia non si può immaginare se non i nostri fantasmi interiori
Tutto è possibile agli occhi dell’individuo affetto da paranoia. O quando il caso è reso estremo da disturbo delirante.
Paranoia.
La vittoria dell’idiotismo. Torme di psicologi e centinaia di psichiatri si sono succeduti alla ricerca di una spiegazione. Nessuna soddisfacente.
Persone che spacciano la loro ignoranza per eccelsa buona fede come se “un bon homme” potesse mai significare automaticamente “un homme bon”.
Come se l’ingenuità fosse sempre e solo assenza di difetto, per manifesta incapacità di far danni. Ovvio che non è così ma la gente ci crede e diffonde tale credenza come fosse il verbo.

La paranoia viene fatta passare per un “male” guaribile. Con difficoltà ma guaribile e, comunque, sempre in qualche modo giustificabile. Nasce laddove finisce la possibilità di capire. E’ un modo di difendersi dall’impossibilità di affrontare i singoli eventi per quello che sono. E li si vede tutti come possibili attacchi alla propria incolumità, fisica, mentale…
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Scritto da GUNNAR il 19 Maggio 2009


Il controllo è esattamente ciò che distingue il puro potere da tutto quello che si possa definire esercizio di governo.
Vorrei per un momento tornare al discorso sul comportamento etico. Il significato di “controllo” me ne da un’opportunità ulteriore.
Cerchiamo di chiarire alcuni elementi di base. Non intendo parlare del controllo di qualità, e nemmeno del controllo degli esami svolti, e ancor meno del controllo di analisi mediche o di qualsiasi altro genere di controllo tecnico su procedure strumentali o su valutazioni di merito.
Mi voglio riferire al controllo sociale in senso stretto. Ovvero il controllo per il quale qualcuno (o alcuni) esercita un potere su qualcun altro (o su molti altri).

Se desidero indurre un gruppo di persone a fare cose in modo che poi possa controllarne i risultati attraverso il controllo dei comportamenti ho almeno due possibilità a mia disposizione. La prima è quella di imporre la mia volontà. La seconda è quella di indurre un tipo di comportamento facimente verificabile attraverso una specie di catechizzazione.
La Chiesa Cattolica, ad esempio, nel corso di secoli di evoluzione ha provato tutte le sfumature di entrambe le forme e oggi, ancora, talora indulge in una sorta di reminiscenza di idee che sembrano recuperate dall’archivio di epoche buie ma che, evidentemente, ritiene che possano ritornare attuali. D’altro canto è evidente che le altre religioni di tipo monoteistico, come l’ebraismo o l’islam, ricorrono volentieri (ogni giustificazione è possibile anche se resta pur sempre una giustificazione) all’imposizione violenta e non certo ad una incruenta catechizzazione.

Dunque si torni al controllo.
Esercitare il controllo, avere a disposizione un controllo su qualcosa, agire sotto il controllo di qualcosa o di qualcuno, imporre il proprio controllo a qualcuno o mettere sotto controllo un sistema, sono tutte espressioni chiare, immediatamente comprensibili. Ridotto ai minimi termini si può dire che il “controllo” è un esercizio di potere su qualcosa o su qualcuno che viene realizzato da qualcosa o da qualcuno. Nell’accezione che voglio utilizzare, il controllo altro non è che una sorta di esercizio di potere sul sistema sociale o sulle persone fisiche. Potrebbe anche definirsi sorveglianza. Ma ancor meglio e più precisamente mi interessa il controllo sull’agire delle persone.
Abbiamo allora almeno tre livelli attraverso cui si può esercitare tale tipo di controllo e tutti possono essere attuati da un unico sistema di comando (o, se si preferisce, di gestione)
Mettiamo che io sia un despota e voglia il controllo assoluto senza ricorrere alla violenza. Mi servirò di
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un sistema di comunicazione servile e capillare,
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utilizzerò il substrato religioso a mio favore,
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oppure lo renderò vincolato al mio volere,
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quindi entrerò, con un’azione di propaganda continua, nel sistema della cultura popolare. Quella che consente alle persone la vita quotidiana, i luoghi comuni, il dire semplice per il riconoscimento e l’utoriconoscimento,
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utilizzerò e farò diffondere stilemi e locuzioni di facile presa e di immediata comprensione.
L’immediatezza della comprensione ha il difetto di essere estremamente generica e facilmente adattabile a moltissime condizioni quindi è manipolabile e spesso autocontraddittoria. Ma a meno di non averne la necessità, non sarà quasi mai sottoposta a verifica né semantica né empirica.
Quindi se qualcuno pensa che sia un tipo di operazione facile ha ragione.
Lo è.
In realtà una difficoltà esiste e per molti è del tutto insormontabile: si tratta della capacità di acquisire una forza economica non indifferente. Molti partono da una rapina, nel senso che non hanno forza economica e se la procurano a danno di qualcun altro. Altri hanno un grande ascendente personale su adepti che diventano procacciatori di fondi e si convincono che ciò li renda insostituibili.
A volte hanno ragione. Il più delle volte invece quando non sono più capaci di procacciare denaro vengono prontamente sostituiti.

In altri casi le cose vanno diversamente.
Basta poco per cadere dal piedistallo. A volte basta una sentenza che finalmente fa luce su molte cose oppure una scappatella con una quasi minorenne dal cervello imbevuto di chiacchiere.
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Scritto da GUNNAR il 8 Marzo 2009

Il limite sembra raggiunto. non si hanno notizie che ci siano alternative in vista. Il fondo dei fiumi diventa purpureo quando si colora del sangue dei vivi.
Ricordate? “lasciate ogni speranza o voi ch’entrate“? Ebbene è esattamente lo stato d’animo che pervade il mio quotidiano vivere. Da una sponda all’altra del mio giorno passo con certezza sempre crescente da una inquietudine velata, ad una disperante immobilità della mente. Sono certo che nulla potrà più tornare come prima.
Non per me.
Non ne sono capace.
E più imbelli e stupidi politicanti d’accatto chiedono sorrisi e allegria e più l’animo mio s’indebolisce e si immalinconisce. Ricordate “ALLEGRIA”? Parola di continuo redenta da quel buontempone di Mike Bongiorno?. Ricordate come fosse divenuta un tormentone per le menti meno accorte? Ricordate come tutti si sentissero più contenti non appena un furbacchione (magari pagato in anticipo, non lo sapremo mai veramente) vinceva qualche milioncino televisivo, ecco risuonare come un’eco quella parola… “ALLEGRIAAAA!” con un roteare di braccia e un ridere continuo di tutti su tutto a rimarcar le gesta epiche di un risponditore (o un a risponditrice… ahi ahi ahi … signora Longariiii ahi ahi mi ha sbagliato la parola della sua fortuna….) in cabina. 
Ricordo bene quel continuo invito al riso, quell’insistere anche inopportuno ma sempre pressante a ridere, a sghignazzare, in realtà. Qualcosa che in sostanza voleva significare una cosa sola: la sofferenza è un’illusione della mente. Bisogna convincersi di essere felici e ciò contribuirà a nascondere la fame, il bisogno, il dubbio, le sensazioni spiacevoli. La maschera è tornata. Metti la maschera del riso e nessuno saprà che dietro stai piangendo. Perché se qualcuno dovesse sospettare la tua sofferenza saresti bandito, allontanato dalla comune. saresti additato come nefando surrogato di mestizia. saresti un portatore di sfortuna. Bisogna pensare positivo. Non per la forza dell’animo battagliero. Bisogna essere sorridenti sempre e comunque altrimenti si parte sconfitti. E gli sconfitti non meritano la vita. 
Gli sconfitti sono di pelle scura, sono poveracci, dormono sulle panchine e da quelle vengono scacciati, gli sconfitti sono del sud, sono mal vestiti, hanno addosso un odore acre di vecchio e di rancido. Gli sconfitti non hanno la vasca da bagno, anzi forse non hanno neppure il bagno. Gli sconfitti non votano, non lavorano, oppure hanno lavorato e non lavorano più, e non c’è modo che possano riprendere a lavorare perché altri premono dietro per non essere sconfitti anzi tempo. Gli sconfitti son quelli il cui destino è stato scritto da altri. Gli sconfitti sono quelli che sono diversi e che non sanno di esserlo pretendendo uguaglianza e giustizia. Gli sconfitti hanno fame. Hanno qualche malattia, hanno bisogno (non importa di cosa). Essi non sanno ridere. Ma come si permettono di chiedere se non sanno ridere.Gli sconfitti appena possono sopravvivono troppo a lungo per essere ignorati e allora per essi si creano appositi luoghi in cui farli stare. Sono Luoghi estemporanei, precari, approssimativi, dove il tempo non passa nel modo giusto. Sono luoghi in cui non c’è storia, in cui non c’è forza vitale. Sono i luoghi in cui è vietato ridere perché sarebbe un sacrilegio nei confronti di tutti i Mike di questa terra.
Il limite è giunto. Ma subito esso si allontana. Sembra che una risata sommergerà ogni cosa. Si dice così in giro. Un saluto a tutti i critici che hanno una mente dentro cui sorridere.
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Scritto da GUNNAR il 3 Marzo 2009

Si naviga a vista.
Conformiamoci, dove stanno andando quelli andiamo anche noi così almeno non ci perdiamo. E’ importante non sbagliare strada che se accade si perde tempo si sprecano energie, ci si rimette di tasca proprie a e nessuno ci darà mai una mano.
E’ questo che mi sta ripetendo untale che viaggia con me e che mi chiama amico. Ha un’idea abbastanza deviata della parola amicizia. Direi che è un’idea di tipo berlusconiano.
Comunque è un pensiero dilagante, il conformismo è una malattia molto italiana. Forse c’è del conformismo anche altrove nel mondo ma da noi ha assunto proporzioni patologiche soprattutto per il fatto che è del tutto paradossale nelle use manifestazioni. Non solo è un conformismo di genere massimalista ma è anche un conformismo camaleontico. esso si modifica come tira il vento. Oggi si è tutti conformisti sulla scelta economica della destra domani, repentinamente, si diventa conformisti sulla scelta opposta.
Ricordate gli italiani e i tassisti nella fase ascendente del precedente governo? erano tutti contro i tassisti conformemente tranne quelli che li appoggiavano per cavalcare la tigre dalla sponda opposta.
Oggi non ne parla più nessuno e i tassisti fanno esattamente quello che facevano prima, tirano a fregare il cliente. Ma nessuno se ne accorge perché il conformismo si è spostato sui delitti di cronaca. 
Avrete notato quanto conformismo trabocchi dalle melliflue e incoerenti deviazioni linguistiche del Vespa nazionale? Egli è la quintessenza del qualunquismo servile quasi quanto lo è Fede. Ma quest’ultimo è contadino e bottegaio nella sua devozione all’Unto. Mentre Vespa non ha padroni, egli serve il padrone di turno, egli vive solo per servire il padrone di turno e sa come agire per cambiare campo in tempo per essere conformista di nuovo conio.
Oggi sta nascendo un nuovo conformismo. Il conformismo della critica a sinistra. Si stanno uniformando in molti, quelli che erano contro la sinistra lo sono ancora ma con maggiore rilassatezza dal momento che non ne temono rigurgiti. hanno tutto sotto controllo e poi c’è LUI che vigila e zampetta lungo le vie di Pescara inseguito da affannate guardie del corpo che si capisce che non ne possono più a stargli dietro tanto è arzillo.
Oggi chi è stato contrario al berlusconismo (e a Berlusconi stesso per ciò che è che rappresenta), spesso si pone anche (o forse soprattutto) contro la sinistra. Perché?
Forse perché non riescono a distinguere nella nebbiosa fumeria delle dichiarazioni occasionali, un vero progetto, un progetto che sia alternativo, che sia fattibile, che sia risolutore. Non riescono a capire perché non si proponga qualcosa che affronti in maniera reale e innovativa, si potrebbe dire strutturale, i problemi di un’economia malata. Perché non riescono a riconoscere elementi progettuali di rinnovamento della scuola, della cultura in generale, della ricerca, della società e della politica.
E la giustizia?
Dov’è finita la giustizia nella cultura di sinistra? Ma è possibile che l’unica voce a chiedere persistente e indomabile un po’ di giustizia sia la voce di Di Pietro? Ho una certa stima di Di Pietro (da leggersi: a piccole dosi) ma non ha il carisma del politico: egli rimane uno sbirro con la toga. Senza cattiveria lo dico ma con qualche punta d’affetto. E’ già tanto che riesca ad avere un partito e se ciò accade è soprattutto per la forza della sua combattività e per la caparbietà delle sue scelte che vale più della coerenza delle sue parole.
Se poi qualcuno vuole scambiare la parola giustizia con giustizialismo si accomodi. Meglio un sano giustizialismo che un insipido e ipocrita garantismo d’accatto. Con buona pace di tutti i garantismi fasulli e beceri che si spargono negli interstizi del malaffare mafioso-camorristico-politico ecc.
Vorrei ricordare ai critici della sinistra, ma vorrei che qualcuno più influente di me lo rammenti alle teste pensanti della sinistra (ufficiale e ufficiosa), che il vero problema non sono le ormai stantie questioni della sinistra ma è Berlusconi e la cultura berlusconiana.

Ricordo che è lui e ciò che lui rappresenta il problema più grave della storia recente di questo Paese. A qualcuno deve essere sfuggito il significato vero dell’attacco che il governo Berlusconi ha effettuato contro Murdock. Non che questi sia un sant’uomo, e neppure un simpatizzante del progressivismo. Murdock è un imprenditore con l’etica da imprenditore: fare quattrini. Ma Murdock non ce la fa contro Berlusconi in Italia per il semplice fatto che l’Italia è il giardino del Cavaliere e il Cavaliere nel suo giardino ci fa quel che vuole e perché tutti nel suo giardino sono giardinieri da lui pagati, a volte stipendiati altre volte semplicemente comprati. In alcuni casi solo schiavizzati (ma con ottimismo e molti sorrisi).
Qualcuno sostiene che gli italiani sono un popolo fragile. Ancora non educato ai valori della moderna democrazia. Un popolo non avvezzo a distinguere il falso dal vero. Un popolo troppo soggiogato da becero populismo della Chiesa di Roma, un popolo che fatica a comprendere i confini della moralità e della decenza quando si tratta di avere relazioni sociali. Un popolo ancora incolto e sostanzialmente semplice nelle emozioni e facilmente manipolabile. Magari da qualche parte un sindaco potrebbe fare sfoggio di saggezza incitando a ritrovare le radici dell’italianità sepolte in qualche logoro e logorroico luogo comune, dimenticando che i tempi sono affatto diversi, che il mondo viaggia lontano dalle rotte di Esperia e semmai è l’Italia che deve adeguarsi, noncercando nella memoria cimeli di soffitta ma nel presente le forze del rinnovamento. E non sto scrivendo di uno qualsiasi ma del sindaco della Capitale che ha trovato il modo di farsi propugnatore di un incitamento alquanto patetico. Anche se poi, a ben guardare sembra scritto come un messaggio cifrato a suoi pari. 
Sarà per questo che quei pochi che si rendono conto del vero problema sono ancora più agguerriti detrattori di una sinistra che sembra sempre più rinunciataria e inconsistente. E adesso che Veltroni ha lasciato sembra ancora più stranita e alla ricerca di una via percorribile da seguire.
In effetti il gravissimo errore della sinistra resta sotto la cenere a covare e di tanto in tanto miete nuove vittime. Sono quelli che cercano di capire e cercano di darsi delle risposte a domande che non potranno avere risposte oneste.
Perché la sinistra si è piegata al potere della propaganda, si è conformata. Ha lasciato tutte le mani vincenti a Berlusconi, gli ha permesso di dire e fare quel che voleva e si è trincerata dietro all’alibi delle sue televisioni che si moltiplicavano, non ha combattuto, ha rinunciato. E anche quando ha avuto il modo e il tempo di farlo non ha saputo trovare il coraggio di fare una legge che costringesse il politico imprenditore a lasciare l’imprenditore politico, non ha trovato il coraggio di schiacciare lo scarafaggio. L’ha lasciato scappare e quello ha messo uova dappertutto pronte a da aprirsi.
Gunnar
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Scritto da GUNNAR il 28 Febbraio 2009
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