LaCaravella … esplorazioni controvento

senza rancore, disse l’uomo con la penna, mentre scriveva un maledetto epitaffio sulla schiena del suo boia mancato

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  • Dopo l'incubo ecco la realtà

    Dopo l'incubo durato diciassette anni e qualche mese ecco la realtà: si sta camminando senza scarpe ai piedi e il pavimento è pieno di cocci di vetro. Impressionante chiedere sacrifici. Ancor più è non farli. I piedi nudi sanguinano ma solo in fondo al passaggio obbligato si possono trovare bendaggi sterili. Il miserello che ha voluto tutto questo non si redime. Anzi minaccia e primeggia attraverso i suoi boiardi che non accettano sconfitte. Adesso si è definito un nuovo totem da adorare. Si chiama "Spread": cosa voglia dire di preciso è fatto oscuro. Ma è invece molto chiaro che più i termini sono oscuri e più la gente è disorientata. Più la gente è disorientata è meglio la si può controllare.
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  • Senza storia ma libero

  • Il tempo sta per scadere

    Il Paese è come un giocattolo in mano ad un bambino capriccioso. Non sa cosa farne e lo sbatacchia a destra e a manca. Molto divertente vederne saltare i pezzi.
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Presto non resterà che un ricordo

Scritto da GUNNAR il 10 Agosto 2011

685106313.jpgPresto non ci resterà che il ricordo

Presto saremo liberi e non ci resterà che un ricordo, spesso vacillante, altre volte vivido, di quel lerciume puteolente di ventennio berlusconiano.

Ciò che mi dispiace è che non mi riuscirà di godermi le ricostruzioni storiche. Son troppo vecchio e stanco per potermene beare. Allora faccio un piccolo sforzo e mi anticipo fin da ora ciò che non potrò ricordare domani.

Ricorderò il Ferrara Giuliano, pachidermico e petulante come un’ocarina rotta. Ne ha fatte tante, il grand’uomo, che nemmeno lui se ne ricorda. E spesso si confonde, scambia il bello con il brutto e ne declama le meraviglie, inverte l’ordine degli addendi ma in realtà fa moltiplicazioni ottenendo solo una montagna di idiozie verbali. Poveraccio, ridotto alla fine a chiedere elemosine milionarie per tentare di far vivere un foglietto scandalistico che spaccia per giornale d’informazione politica.                                                                            giuliano_ferrara_mostro12.jpg
E con il tondeggiante illusionista della forma ricorderò i due giullari di corte, il nano e la ballerina. Brunetta e Bondi.  Il primo convinto di saper fare il gigante dall’alto del suo metro d’altezza, il secondo diafanamente orientato alla perenne prosternazione di fronte al potere.

Il primo impudicamente ottuso e profondamente cattivo.
Il secondo fecondamente leccaculo e immoralmente ignorante.                      
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Ricorderò il capo dei padani nella sua goffaggine cialtrona e rozza i suoi gesti salvatici e inconcludenti ma decisamente folcloristici e ricorderò la sua eredità all’umanità: un figlio la cui struttura biologica potrebbe essere oggetto dilunghi dibattiti tra studiosi di evoluzionismo. Forse è un esempio vivente di “anello mancante”. O forse è solo mancante.                         

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Ricorderò il triumvirato degli eletti: LaRussa, Tremonti e Manolesta Ghedini. Il primo esaltato guerrafondaio dalla specchiata sensibilità verso i tamarri d’ogni specie e razza, purché fascisti nel cuore, il secondo silenziosamente convinto d’essere un novello Ricardo ma molto più elegante e raffinato, il terzo autocraticamente arroccato nella cittadella degli effluvi legali, delle postille giuridiche, delle invenzioni codicistiche e dell’imperitura certezza che ogni legge sia facilmente aggirabile o almeno acquistabile. E quando non si può comprare si potrà sempre rifare in altro modo… Purché salvi il culo al datore di lavoro.

Già. Lui. Il datore di lavoro.

Il Burlone per definizione. Il faccendiere per vocazione, il truffatore per scelta, il politico per necessità, il paroliere e venditore di menzogne, il più astuto degli stupidi in circolazione. Privo di scrupoli, istintivamente portato al raggiro come un venditore di tappeti o di autoveicoli usati in pessime condizioni.

Proprio lui, il Berlusconi che ha voluto cambiare volto al Paese e ci è riuscito rovinando l’intelligenza di almeno due generazioni di sprovveduti che gli hanno creduto per convenienza o per deficienza.
Ricorderò di loro molte cose e di molti altri ancora serberò un tranquillo ricordo tratteggiato fine.

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Chiunque abbia un’etica da proporre

Scritto da GUNNAR il 27 Ottobre 2010


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 La forza del tempo è catastrofica. Oppure eroicamente giustiziera. Chissà.

Non sembrano esserci speranze particolari. Anzi è abbastanza triste costatare che tutte le aspettative sembrano essere deluse, smangiate dall’arroganza e dall’imbecillità congenita dei mostri di potere.

Se il giornalista veduto al potere si permette di istruire una tavola rotonda per chiedere “libertà di parola e di idee” quando egli è il portavoce (nemmeno tanto occulto) di un potere censorio e arrogante allora è proprio del tutto inutile sperare.

e nuove generazioni sono sotto assedio e soccomberanno.

Non temo un berlusconi qualsiasi… ma sono terrorizzato dall’idea che da qualche parte dentro di me ci possa essere un berlusconismo annidato pronto a farsi vivo.

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Un’assessore di provincia, un consigliere di un ente locale, un sindaco… sono solo espressioni di un modo di esercitare indirettamente il potere del capetto di turno.

E in ogni piccolo gerarca di provincia si annida un berlusconi in fasce pronto a manfestarsi in tutta la sua arroganza. Ognuno a battagliare per la sua piccola guerra di potere.

Naturalmente poi finendo con nascondersi dietro alla sfacciata dichiarazione che tutto gli è consentito dal popolo che l’ha scelto, che l’ha eletto. Come se il popolo fosse in grado di “scegliere” qualcosa, come se il popolo avesse una capacità di discernimento meno ottusa di quella di un calciatore davanti ad una telecamera durante un’intervista. Come se i popolo fosse più sveglio del giornalista che fa le domande sceme al calciatore dall’aria ottusa.

Ogni speranza è vana.

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Queste e le altre immagini proposte sono mostruose agli occhi di certi soggetti

Le future generazioni non hanno più futuro.

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Schifani ovvero dell’ottimismo

Scritto da GUNNAR il 25 Dicembre 2009

Renato Schifani, il molto poco convincente statista italiano che si alimenta di autocompiacente beatificazione, decide in questo clima natalizio di far visita alla base italiana di Belo Polje presso Pec, nel Kosovo. Non si sa se per portare il panettone ai militi colà stanziati o se per trovare un posto abbastanza lontano da Roma per poter ribadire urbi et orbi la sua convinzione sul fatto che il clima politico sia cambiato dopo l’episodio dell’aggressione al presidente del consiglio domenica 13 dicembre.in124yd0x_20091224.jpgManco fosse una delle Twin Towers dopo l’attentato. Il Silvio non è stato bombardato. Un disperato (così dicono le cronache bene informate) gli ha lanciato addosso un souvenir di rame bronzato da tre etti o qualcosa del genere.Dice Schifani: “… C’è un clima politico quasi di riappacificazione e questo non può che essere salutato con grande ottimismo e grande fiducia…”Ma di che parla? Ad ogni kermesse natalizia si respira un clima di riappacificazione, da sempre. E lo si ribadisce fino a Santo Stefano che è il giorno dopo. Pausa. Quindi si ripropone la riflessione sull’augurio per un benessere spirituale che si deve diffondere negli animi riappacificati per aprire le porte al nuovo anno che si presenta sotto i migliori auspici.Crisi economiche che si risolvono miracolosamente, crisi politiche che si sciolgono come i grumi di bronchite al primo sole estivo. Crisi esistenziali che si snaturano di fronte ad un benessere mentale ritrovato.stub_mitologia_greca.pngFino al sette gennaio.Ogni cosa ha la sua giusta collocazione nell’idillico mondo di Schifani. Così per non smentirsi e soprattutto per rimarcare le differenze che saranno riprese in Parlamento dopo le feste non si può che isolare il vero dannato in terra: Di Pietro.Costui parla di diavoli ma non sa quel che dice secondo Schifani. Infatti “… in politica - dice rispondendo all’ultimo attacco del leader dell’Idv - diavoli non ce ne sono. Ci possono essere soggetti che la pensano diversamente dagli altri ma questo tipo di linguaggio non mi piace e credo non piaccia nemmeno al paese”.Nemmeno gli sfiora la mente che di linguaggi poco accorti e molto poco diplomatici anzi addirittura offensivi e talora demenziali nei contenuti il suo “leader” ne ha sfornati innumerevoli negli ultimi dieci anni di presenza pubblica. E non si può certo rimproverare Di Pietro se il presidente del consiglio in carica è anche il più inferocito animatore di propagande - populiste nelle forme e fasulle nei contenuti - verso chiunque si sia messo di traverso sulla sua strada. Non sulla strada delle riforme ma sulla sua personale strada.Cosa vorrebbe il “mite” Schifani? Vorrebbe scrivere a Babbo Natale che regali fiducia e faccia finire l’incomunicabilità che esiste tra le forze politiche. Divertente: Il presidente del senato che scrive a Babbo Natale. Il presidente del consiglio che “perdona” l’attentatore in un impeto di ritrovata spiritualità natalizia (ma forse si tratta solo di operosa demagogia). Chissà a quali altre misericordiose buone azioni assisteremo fino al sette gennaio!Non dice Schifani come dovrebbe finire l’incomunicabilità. Ma da come lo dice si comprende che sta pensando a quale possa essere la formula per ripetere in altri termini ciò che il Suo Capo dice in altro modo: fateci portare a termine il suo programma (di Silvio) e ritroveremo la via del dialogo…Mi vien da ridere.12136908471.jpgNon ci sono modi per comunicare con un despota. O gli si è sudditi o lo si abbatte (in senso politico naturalmente), o gli si è devoti o gli si è contro, o gli si ubbidisce o lo si combatte (sempre in senso politico, ovviamente)La storia, tuttavia, ci ha insegnato che i despoti, imperatori, re, principi, dittatori, e primi ministri di facciata con l’indole del predatore, hanno fatto quasi sempre una brutta fine (politicamente parlando come si è detto).Talora hanno fatto una brutta fine anche in senso materiale. E si è sempre trovato un colpevole con la follìa nel cuore alimentata da una campagna d’odio costruita da mandanti morali, che coincidenze nella storia! Mi sembra di averla già sentita questa della “campagna d’odio”.Inoltre è il solito ritornello. Il vero mandante morale delle campagne d’odio è anche colui che grida di esserne vittima ed è ovvio che si vuole carpire la benevolenza altrui facendo del vittimismo in grande stile.Avevo un amico al liceo che le sparava grosse, ma davvero enormi. E, strano mondo questo, il più delle volte gli andava bene, gli credevano e in definitiva diventava un eroe di cui parlare. Non so come sia finito. Sono decenni che non ne ho notizie. Ma allora una cosa era certa ai miei occhi: sapeva come cadere in piedi. E una cosa mi è chiara ora: alla prima vera caduta non sarebbe più stato in grado di rialzarsi.Così fa il simpatico presidente del consiglio e così fanno anche i suoi più fedeli leccapiedi in grisaglia. Le sparano grosse, grossissime, tanto ci credono quasi tutti. O almeno ci crede la maggioranza degli aventi diritto di voto.Schifani è ottimista. Dice che l’Italia ha tenuto la testa alta, che è in via di guarigione dalla crisi economica, che è un popolo fiero, e che non ci sono ostacoli al radioso futuro che l’attende.           anziano1.jpgDa qualche parte ho letto che lo diceva sempre anche Pol Pot.

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Il partito fantasma e la rappresentanza

Scritto da GUNNAR il 18 Febbraio 2009

Il partito fantasma s’è volatilizzato del tutto. Che non abbia mai fatto o detto qualcosa di opposizione seria è vero. Che abbia cercato in tutti i modi di conciliare incompatibilità insanabili è vero.

E anche vero che il suo leader non ha mai trovato la forza, o il coraggio, o l’intelligenza, o l’acume istintivo del politico di razza per creare i presupposti di un’opposizione indiscutibilmente forte e seria. Così come inconfutabilmente vero è il fatto che nessuno mai abbia fatto o detto qualcosa che potesse aiutarlo.

In un partito raccogliticcio e approssimativo in cui si è cercato di far coesistere tutto e il contrario di tutto, ognuno per la sua strada sotto la stessa tessera per accedere agli stessi fondi… Ma tutti, sembra, alla fine disinteressati a progettare qualcosa di veramente nuovo e interessatissimi a farsi la scarpe gli uni con gli altri nella più antica e becera faida per il potere…

Tutto vero.
Ma esistono delle cose che vanno fatte prima e altre che vanno fatte dopo.
Prima si sistema la struttura e poi si pensa all’abito. Prima si prendono le misure dei piedi e dopo si va a comprare le scarpe.

Gli italiani vogliono culi, tette, facile ricchezza, romeni impalati, non pagare le tasse e non fare le code per fottere il prossimo? Bene. Prese le misure si va a comprare l’abito. Ma se le misure sono queste sarà sempre un abito che assicurerà lunga vita al re e una sana dose di peste nera a tutti i sudditi sfigati. Non è questa la democrazia.
Una sana minoranza va benissimo. In democrazia. Ma tra tette e culi, esercito per le vie e romeni impalati perchè sporchi brutti e cattivi, di democrazia non c’è traccia e allora di che stiamo parlando?
Imputare al Veltroni immobilismo e aristocratico distacco va bene. Ma cercare in lui il sapro espiatorio di un fallimento mi sembra fuori posto soprattutto quando tutti quelli che l’hanno circondato l’hanno fatto con il solo scopo di fargli sgambetti e tirargli sassi dietro le orecchie.

Infine una nota a margine. la gente, intendo quelli che non vanno a votare, o quelli che si sentono defraudati di qualcosa, si esprimono spesso con un “mi”. Qualcosa del tipo: “…Il PD non mi rappresenta, non ha fatto nessuna delle battaglie che pretendo dal mio partito,…” Va bene anche questo. Apparenetmente è logico e condivisibile. Ma nella pratica c’é quel “mi” che rovina ogni logica.
Quale potrebbe essere il partito che “rappresenti” tutti? E se ogni singola persona dicesse “mi” per questo e quel motivo? come potrebbe configurarsi una base comune? Non è forse proprio questo il germe che impedisce alla società civile “di sinistra” di trovare una base comune e un filo conduttore unico?
Quel “mi” rappresenta la scriminante fondamentale di ogni tipo di pretesa personale la più nobile e anche la più sciocca e come conciliarle?

<<Le battaglie che pretendo dal mio partito>>?

E se ognuno pertende qualcosa che ritiene sacro e giusto e incontrovertibile secondo la propria logica delle priorità che tipo di “struttura” può concepirsi per renderla rappresentativa davanti allapubblica opinione? Per far sì che possa crescere nei consensi? Per definirla “cosa comune”?
A destra più o meno si riconoscono tutti in un meccanismo semplice: Bisogna esere un po’ fascisti, un po’ razzisti e un po’ affaristi e i lgioco è fatto.

A sinistra cosa?

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Prede e predatori

Scritto da GUNNAR il 9 Febbraio 2009

VENERDÌ, 12 DICEMBRE 2008

 

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Non è solo un semplice contrattempo economico finanziario, e lo si era capito da un pezzo. Nemmeno un incidente di percorso con conseguenze abbastanza consistenti e con qualche risvolto tragico.

Si tratta di una crisi economica senza precedenti, almeno dal lontano 1929.3eye4.gif

Anche allora le ragioni, pur consistenti e varie, erano legate alla condizione storica e politica che si stava attraversando a seguito dei stravolgimenti del primo dopoguerra e l’impressionante quantità di denaro che gli USA prestavano al mondo intero: una quantità di denaro che il paese più ricco poteva permettersi di devolvere ma che inevitabilmente prima o poi avrebbe rivoluto indietro.

Ma nessuno controllava i canali di credito. Le banche avevano la facoltà di fare quello che volevano e il Stato centrale non si occupava di verificarne l’azione. L’euforia della gente e l’assoluto ottimismo spingeva tutti a comprare, a consumare. E per farlo si ricorreva al credito bancario. Le rate si decuplicavano e la consapevolezza si riduceva nella convinzione che tutto si sarebbe risolto al  meglio comunque.

hatred3.jpgLa fiducia nel mercato era assoluta.Come sia andata lo si sa bene. Così come ben si conoscono tutte le crisi economiche che si sono succeduta a partire dalla prima metà dell’800 e fino alla crisi del ‘30, appunto.Ce ne sono state altre? Ma certo che ce ne sono state. La crisi del secondo dopoguerra, la crisi degli anni settanta, e negli anni ottanta del secolo scorso e altre microcrisi ulteriori. Adesso ecco una bella crisi ergersi in tutta la sua maestà.Leggo un bell’articolo apparso su “Il Sole 24ore” del 12 dicembre scorso e resto stupito d per il fatto che simili contenuti non vengano divulgati a tutti.

Che i giornalisti che si accapigliano davanti ai tribunali per carpire l’ultima dichiarazione dell’avvocaticchio difensore di un qualche assassino nevrotico o di un qualche boss mafioso al cui il buon senso vorrebbe che fosse tolta la parola in eterno, non sentano il bisogno viscerale di affrontare la situazione socioeconomica sotto ogni profilo e renderne chiare la linee di evoluzione a loro lettori o ai loro ascoltatori. Resto sconcertato dal fatto che un presidente del Consiglio inneggi all’ottimismo invece che alla saggezza. Resto incredulo di fronte alla stupidità di commentatori radiotelevisivi che non riescono a trovare il coraggio di sdegnarsi di fronte alla stoltezza di ministri improvvisatori e di ministri ombra che si trincerano dietro a miserevoli dichiarazioni di contorno in nome di un politically correct inconsistente e fuori luogo.

Perché non chiamare le cose con il loro nome?good_old.jpg

Miseria si dice miseria, il poveraccio che fa la fame si chiama “morto di fame”, miserabile, indigente, certamente non ha senso “poco abbiente”.

E’ un o che non sa come arrivare alla fine del mese, non sa cosa raccontare ai figli ai quali non può dare ciò che essi vedono in tv in bocca o addosso ad altri. Ecco quello non è poco abbiente è un poveraccio che cerca di fare del suo meglio ma non può fare assolutamente nulla se non darsi alla delinquenza o alla truffa. Cerca mezzucci per sopravvivere, diventa cliente di qualcuno per ottenere in cambio denaro, o favori. Qualcosa che gli permetta di far quadrare un inesistente bilancio.

Egli è una preda.

E i predatori sono molti, sono mimetizzati.leguana.jpg

A volte sono altri morti di fame che hanno varcato la soglia dello scrupolo, che hanno superato il momento di sgomento, hanno scavalcato il reticolo della paura delle conseguenze e trovato il coraggio di diventare amorali e antisociali.I risultati delle crisi economiche fanno emergere ogni volta, da sempre,  difficoltà intrinseche nel sistema liberista, un sistema che per sé stesso non è efficace perché non ci sono strumenti che possano porlo sotto controllo.

E se ci fossero meccanismi ferrei di controllo il mercato non sarebbe liberista. Sarebbe  solo un mercato controllato. E a chi darne il controllo se non allo Stato? Ma dare il controllo allo Stato equivale a farlo diventare una cosa diversa dal libero mercato. Uno Stato, per quanto liberista esso voglia essere, se democratico, non può ignorare i cittadini tutti e a tutti deve rivolgere il suo sguardo. Tanto o poco che voglia, uno Stato non può che tenere d’occhio tutte le esigenze di tutti i cittadini. E intendo proprio tutti nessuno escluso perché lo Stato non ha alcun titolo per modificare la sua etica sociale in un’etica di profitto come farebbe un’azienda.Ma quante prove servono per capire che il modello liberista senza un minimo di regole o di controllo centrale non può funzionare?

“… La sanità Usa, ai cui scompensi abbiamo già accennato, risulta invariabilmente agli ultimi posti tra i paesi sviluppati, come efficienza ed efficacia, in tutte le classifiche di organismi sovranazionali o specializzati. Eppure è la più costosa del mondo: quasi il 16% del Pil, mentre la spesa europea si aggira sull’8-10%. Meno noto è il fatto che metà di questa percentuale è spesa pubblica: perché i controlli costano e perché assicurazioni e case farmaceutiche sono lobby fameliche e potentissime, che controllano un giro d’affari che secondo le stime raggiunge l’iperbolica cifra di 2.200 miliardi di dollari. Una spesa enorme, dunque, per un sistema inefficiente e che lascia del tutto scoperto quasi un quinto dei cittadini.(…) Sono dati su cui riflettere. E su cui dovrebbero riflettere soprattutto quanti anche in Italia (sempre più numerosi negli ultimi anni, anche a sinistra) hanno continuato a ripetere la litania della maggiore efficienza dei privati sempre e comunque.” CARLO CLERICETTI - da il Il Sole 24 ore (12 dicembre 2008)

Un quinto dei cittadini USA significa oltre sessanta milioni di abitanti che non hanno assistenza medica e se la devono sbrigare da soli. Sessanta milioni sono molti di più di quanti vivono in Italia.

Sessanta milioni in un Paese che vorrebbe guidare e gestire l’intero pianeta. Un’enormità. Il sistema privato non funziona come vorrebbero farci credere i saccenti istrioni della neoliberistica cultura della destra italica.

Non ha funzionato neppure lo statalismo centralizzato della sinistra oltranzista e radicale.Oggi non si capisce cosa fare  per il semplice motivo che quelli che coloro che ne hanno i mezzi (economisti e politici) e dovrebbero agire (politici ed economisti) sono i primi ad arroccarsi sul sistema per difenderne i confini.

Essi non sanno o non vogliono sapere quale sia lo strumento migliore per affrontare la disfatta.Inoltre c’è un problema che alla fine degli anni venti era inesistente. Si chiama globalizzazione. E’ un orribile neologismo che vuol dire una cosa semplice: se la borsa di Tokyo va a picco anche la borsa di Montreal va a picco e quella di Milano e di Parigi e di Londra e di New York ecc.

Vuol dire che se il tonno pescato a Osaka non si vende anche i ristoranti di Edimburgo possono fallire. Vuol dire che se negli USA la Chrysler chiude perché non vende, anche la Toyota prima o poi chiuderà e la Renault ecc.

Vuol dire che se scoppia un a bomba nel Golfo Persico il barile di petrolio cresce di due dollari e i trasporti di merci in Italia rincarano del 10 %Vuol dire che l’ONU non ce la farà a inviare cibo nel terzo mondo che quel terzo mondo sarà già scomparso per far posto al quarto mondo… un mondo di morti di fame molto più morto di fame di quello che non arriva a fine mese nella nella ricca Romagna. La crisi non è cosa passeggera. Ma non è ancora la questione peggiore. C’è l’abbrutimento.caravella_argento.jpg

L’imbarbarimento delle persone che non hanno più animo di pensare alla vita ma solo alla lotta.

Le persone che gradualmente smettono gli abiti della civiltà per prendere quelli della guerra.

Il superamento della crisi del Ventinove portò alla II guerra mondiale. Oggi ci sono più venditori di armi che botteghe per fare il pane.

La strada mi sembra quella giusta…

Gunnar

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incontri

Scritto da GUNNAR il 8 Febbraio 2009

Gli incontri

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E la memoria di sempre. E’ un fine settimana come altri, il lavoro è lasciato sopra una scrivania ingombra di carte e di libri. Non sei interessato ad altro che a te stesso, almeno un giorno.

Ciò che più desideri  è ritrovarti, fare il punto, capire quanto hai fatto e quanto ti resta da fare. Insomma cerchi un motivo qualsiasi per essere in pace con la tua vita, almeno oggi.

Questo fine settimana. Lo farò questo fine settimana mi sono detto.

Non l’ho fatto.

salvador-dali-explosion-52799.jpgMi sono sentito svuotato, non ho avuto la forza e neppure la saggezza di addormentarmi.

Sono stato preso dall’indolente pigrizia che avvolge la mente di chi non ha prospettive, di chi non crede nel proprio futuro di chi non non ha progetti da realizzare o idee da conservare.

Chi mi ha fatto questo?

Perché accade?arte_figurativa.jpg

Sono andato via, solcando lentamente strade cittadine affollate di persone e di vetrine illuminate. Ho percorso stradine strette dentro la città vecchia. Ho scelto un bar e mi sono accomodato ad un tavolino, in una saletta appartata dalla quale si poteva vedere il passeggio attraverso la vetrata.

E’ stato allora che ho visto passare Sabina, Maria Giovanna, Elena, Giuditta, Franco, Giulio, Mario, Marco, Brunella … Ogni nome una tappa della mia vita. Erano tutti in fila, uno dietro l’altro, e passando mi sorridevano.

Uno sguardo, un sorriso e un saluto con la mano.

Mille anni e un’altra vita.

Tutto passa, è vero, passa con il passare dei giorni, con il transito delle ore scandite da appuntamenti, impegni, attese, curiose vicende intessute di parole,

Le parole, dette, pensate, urlate, sommessamente desiderate mai più ascoltate. Parole sostituite da gesti, gesti accompagnati da parole.

Ore riempite di vita e trascorse nell’attesa delle ore che seguiranno.sorayama-29.jpg

Quelle persone che mi sorridono dietro il vetro, esistono, hanno le loro parole e la loro vita. Vorrei poter mescolare con quelle ore e quelle parole le mie ore e le mie parole.

Ma il tempo e lo spazio non lo permettono.

Si può telefonare, ci si può muovere, ci si può scrivere. caravella3.jpgMa tutto resterà sempre un sorriso attraverso un vetro.

Gunnar

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Ascolto

Scritto da GUNNAR il 5 Febbraio 2009

Prima di tutto convincere qualcuno che vale ancora la pena di esistere, politicamente parlando.Poi convincere gli stessi che si può e si deve far sentire non solo la propria voce ma amplificare la voce della comunità e non solo quella di riferimento.caravaggio_la_cena_in_emmaus_large.jpg Infine ascoltare.Vi siete mai soffermati un momento ad ascoltare chi vi parla? A passare oltre le sue parole e capire ciò che vi sta veramente dicendo? Avete mai prestato attenzione alle sue parole e al significato che vi è implicito oltre quello puramente fonetico? Avete mai acquisito attraverso il suo sguardo e i suoi movimenti la sua percezione del mondo?Avete guardato nel profondo dei suoi occhi la necesità di dirvi qualcosa che non è in grado di dire se non con quello strumento approssimativo che è la comunicazione quotidiana nei rapporti fugaci, rubati al tempo nemico, al lavoro tiranno, alla famiglia che tutto fagocita ecc? sartorio222_img.jpg Insomma vi siete mai, una volta almeno, fermati a capire che il vostro interlocutore oltre a “dire cose” esprime un desiderio, una denuncia, una condizione di vita, un tipo di scelte, una sofferenza o una felicità che non ha altro modo di venir fuori?Anche quando con un tale interlocutore vi scontrate, e vi mandate reciprocamente  aff… avete mai preso un momento di respiro per chiedervi “ma cosa sta accadendo?” “perché, oltre l’evento scatenante, sto dicendo e facendo queste cose e perché lo fa lui?”E’ un attimo, basta una frazione di secondo per elaborare la rabbia, ma anche l’allegria, la violenza, l’accondiscendenza o semplicemente il “senso” delle cose e delle parole.Sono cero che l’avete fatto, almeno una volta l’avete fatto e vi siete resi conto di quanto spreco di energia senza scopo. Avete metabolizzato l’accaduto e l’avete catalogato tra le cose da dimenticare, ma avete serbato il vago ricordo di una piccolissima nemesi privata che vi ha dato un momento di luce intensa. thetepidarium_large.jpg E poi vi siete messi alla ricerca di una occasione che ve ne rendesse più chiari i contorni. Una ricerca che potrebbe diventare eterna se non fatta con l’ascolto intenso, con la partecipazione, con la volontà incrollabile di capire fino in fondo ogni dettaglio dell’anima di chi ci sta di fronte.Non si arriverà mai a tanto probabilmente, ma il solo fatto di provarci è il segno di una civiltà nuova.Una buona giornata a tutti voi. Li troverò cinque da convincere, ne ho già trovati tre che non sono più tanto convinti di rinunciare a basta.Una nuova civiltà. archeological-reminiscence-millets-angelus-salvidor-dali.jpg A pensarci bene basterebbe una nuova forma di cultura, anche in embrione per riavviare il motore dell’intelletto. 

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Delle magnifiche sorti e progressive

Scritto da GUNNAR il 17 Gennaio 2009

 

Verso lidi incontaminati e puri

 vorrei andarI miei desideri resi saturida quei luoghi di verde macchiati dovrei lasciarGC immagine-029.jpg

Ho finito i miei venticinque giorni di ferie. 

  

Sono di nuovo al lavoro e per tutto il mese di agosto, come in tutti gli ultimi quindici anni mi è accaduto, lavorerò in un deserto più o meno popolato da sudaticci commenti sul come eravamo e come diventeremo (governo ladro).Ora si da il caso che i miei giorni di vacanza li abbia trascorsi tra la Francia e la Spagna. Ovviamente non ve li racconto. Per quello ci sono amici pazienti che in cambio di una cena si sorbiranno il filmino e i commenti.Ma voglio dirvi alcune città che ho (ri)visitato. Nizza, Tolone, Marsiglia, Avignone, Nimes, Montpellier, Beaucaire, Tarascone, Carcassonne, Perpignan, Girona, Leida, Barcellona, Valencia.

Passando per alcuni centri minori e ficcanasando in luoghi piacevolmente tranquilli tra borghi e territori “percettibilmente” sani e accoglienti.

Una vacanza da tempo progettata e finalmente realizzata. Quello che però conta non è la vacanza in sé ma ciò che ho rilevato, inevitabilmente, e che ho registrato mentalmente riproponendo l’eterno confronto con l’Italia.
Non ci sono dubbi che di luoghi belli l’Italia ne sia piena.Neppure v’è dubbio che le metropoli italiane siano ricche di storia e di grandi prospettive.
Ma non appena si varca il confine di stato sembra davvero di entrare in un altro mondo. E non solo dal punto di vista turistico. Intendo dire proprio dal punto di vista del vivere quotidiano.Servizi rapidi e funzionanti.Ascolto inesorabilmente attento da parte di chiunque, cortesia, affidabilità delle informazioni, puntualità dei mezzi di trasporto, certezza delle tariffe e dei costi. Pulizia e ordine privi di maniacalità e appariscenza ma sensibilmente efficaci.
Una ammirevole e pacata forma di partecipazione collettiva tutta spinta alla ricerca dì una sorta di comune benessere.

Una filosofia semplice: Se il mio vicino sta bene ed è in pace con me anch’io starò bene e sarò in pace con lui.

Semplice ed efficace.

Immagino che anche in Europa ci siano rancori, egoismi, avvocati e cause civili. Ma la sensazione generale è che ciò sia più un accidente che non una regola. Non si vive per attaccare e difendersi ma ci si difende se è necessario e si cerca di vivere il meglio possibile.In nessun luogo ho visto l’esercito a presidiare luoghi e territori. Per la verità non ho visto nemmeno la polizia, la guardia nazionale, la gendarmeria, o vigili urbani. Meglio essi c’erano ma con una presenza assolutamente discreta e del tutto accessoria. Salvo, quando necessario, essere tempestivi, presenti fermamente decisi a chiudere ogni problema velocemente ma con estrema cortesia, e incredibilmente efficienti nel rispetto da tutti.

 

Superato Mentone le autostrade (prive di buche, toppe, aggiusti e cantieri improbabili) prevedono aree di sosta con bagni, luce, panchine. Per camionisti e per turisti e per viaggiatori. Sono tutti tutelati nella loro necessità intrinseca a viaggiare con la migliore offerta possibile di assistenza quantunque indiretta. La segnaletica è chiara e avverte su cosa fare se serve. Non ho mai visto un cartello luminoso sprecato con informazioni stupidamente inutili e superflue.
I viaggiatori sembrano tutti presi da una sorta di pace interiore quasi mistica. Non superano i limiti di velocità, tengono la destra, avvertono delle proprie intenzioni, chiedono scusa quando devono fare manovre che possano in qualche modo turbare la tranquillità del viaggio altrui. E, udite udite, non accade solo in autostrada, accade anche nelle città, nei paesi, nelle strade secondarie… Ovunque.

 
Le persone addette a dare informazioni negli uffici pubblici, sorridono, magari lo fanno per contratto, ma lo fanno. E hanno anche il cartellino sul risvolto sul quale si legge il loro nome e cognome.

Quando ho chiesto informazioni, ho ricevuto risposte chiare, facilmente verificate e puntualmente precise. Persino in caso di assistenza medica. Il dottore, medico condotto di un paesino in Spagna, recuperato al telefono della sua abitazione dal farmacista, mi ha invitato ad andare da lui per fare la medicazione di cui avevo bisogno. Non mi ha chiesto alcuna parcella, solo il costo del medicinale. Se si tiene conto che si trattava di una domenica mattina, che il medico era fuori servizio e che l’ambulatorio sarebbe rimasto chiuso per turno fino alla sera alle otto… Una gentilezza fatta al turista?Forse.

Ho avuto la sensazione però che quel medico facesse il suo lavoro con un tipo di dedizione assolutamente improponibile in una qualsiasi struttura italiana di una qualsiasi città italiana.

Inutile aggiungere lodi ai ristoratori, ai tassisti, agli agenti del traffico, ai baristi, ai commercianti, agli addetti degli uffici postali, al sindaco di Tossa de Mar, e a tutte le persone che la mia famiglia ed io abbiamo avuto modo di incontrare nel nostro veloce peregrinare turistico.

 

Tornare in Italia è stato vissuto male.Non si trattava di soffrire la fine delle vacanze. Si è trattato di riabituarsi alla paura, all’incertezza, al disagio, all’inquietudine.

I giornali all’estero, tutti indistintamente dedicavano alla cronaca nera lo spazio necessario, poche righe, informazioni secche e semplici, di solito nelle pagine interne. L’informazione segue quasi sempre uno standard abbastanza consolidato. Grandi avvenimenti internazionali, grandi avvenimenti nazionali, grandi eventi culturali, grandi temi di economia. Quindi notizie interne di politica, di economia e di cultura. Solo in fondo si lascia spazio alle chiacchiere, ai pettegolezzi, ai commenti sulle faccende interne e alle facezie di personaggi in cerca di popolarità.

 

In Italia accade ben altro: Grandiosi titoli per i pettegolezzi. Stupefacenti divulgazioni di notizie inverificabili. Enormi spazi alla cronaca nera anche quando non c’è nulla da scrivere. Straordinario fermento di informazioni su sbarchi di poveracci senza storia e senza futuro. E l’eterno tormentone politico di una classe dirigente inetta e ignorante.

 

Mia figlia un giorno, a Barcellona, guardandomi con occhi luminosi mi ha chiesto: “pa’, ma dove sono i mendicanti?“Non ci avevo fatto caso fino a quel momento. Ma di fatto, tutti i chilometri percorsi lungo le Ramblas e dentro il Barrìo non un solo mendicante, non uno “zingaro”, non un bambino sporco a chiedere elemosine.

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Forse quel giorno e il giorno prima i mendicanti erano in ferie anche loro.
 Ho risposto che la Spagna aveva fatto in fretta ad imparare che se ai poveracci dai una possibilità - anche piccola - di sentirsi persone civili e persone accettate, sicuramente non viene loro in mente di mendicare.E mia figlia, che in fondo ha solo dodici anni ha capito, “vuoi dire che in Italia non hanno possibilità di essere accettati?“, “nessuno ci ha ancora pensato” le ho risposto ma lei ha capito che c’era dell’altro.

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Una nota finale è opportuna.

 
Quasi dovunque ho trovato menù, informazioni e indicazioni turistiche scritte in inglese, francese, olandese, spagnolo. Anche in greco.In un solo ristorante (italo spagnolo) ho trovato il menù tradotto anche in italiano.Evidentemente l’indice di popolarità degli italiani in Europa è piuttosto basso e nessuno si cura di elevarlo.

Per un momento mi sono sentito come un extracomunitario sbarcato a Lampedusa.

 Gunnar - Agosto 2008

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Democrazia? Forse

Scritto da GUNNAR il 6 Gennaio 2009


Non ho mai avuto il minimo dubbio, semmai scarse capacità espressive in tal senso, che la democrazia fosse qualcosa di molto simile a quanto sostiene Norberto Bobbio.

Neppure ho mai creduto che il disordine e l’antagonismo, il confronto e la diversità fossero cose  da combattere ed eliminare tout court.

Leggo Bobbio: << …Una delle caratteristiche della società democratica è di essere in continua evoluzione, in continua trasformazione: “…” rendersi conto che le proclamate e paventate crisi sono, in realtà, fasi di transizione e di trasformazione. La democrazia ideale, il governo del popolo e per il popolo non è mai esistita. Ciò che caratterizza una società democratica è la pluralità dei gruppi economici, corporativi, politici, in continua concorrenza fra loro, ma non selvaggia, perché regolata da norme che prevedono procedure stabilite e unanimemente accettate per risolvere i conflitti senza ricorrere all’uso della forza… La maggior parte di questi conflitti vengono risolti attraverso patteggiamenti fra le parti e accordi fondati su compromessi continuamente rinnovabili…>>

Ci si intenda sui termini della questione.

Il criterio generale è quello che vede i rapporti di forza regolati da norme coerentemente, coscientemente e unanimemente accettate. Ciò che sta fuori da esse è per definizione antidemocratico.

L’idea generale è la seguente: esistono delle regole a cui tutti - indistintamente - devono sottostare per il semplice fatto d’averle definite prima e accettate poi per effetto del consenso, del voto, della partecipazione solidale alla vita associata.

Semmai il dilemma sorge allorché, per qualche accindente, non ci si mette d’accordo sulle regole, oppure - ed è peggio - non ci si vuole accordare su esse.

Tuttavia, anche quando non tutti le volessero accettare occorrerà valutare sempre il beneficio complessivo che se ne ricaverebbe per tutta la società nel suo insieme.Il paradosso che s’impone alla riflessione è che all’interno di una società complessa e multiforme non è possibile armonizzare in modo coerente i desideri e le attese di tutti e ciò proprio perché si è in una democrazia. Come si intuisce il paradosso consiste proprio nel fatto che la democrazia, che nasce per creare il maggior equilibrio possibile all’interno di una società ne determina, al momento della sua realizzazione, anche non prefetta, il massimo potenziale di squilibrio.

Qualcuno resta fuori perché lo desidera o perché gli viene imposto, per effetto delle stesse regole,  da qualcun altro o dalle circostanze.

A parte che si potrebbe a lungo discutere su “chi impone cosa” e su “come siano definibili e in che quantità le circostanze” entrando in campi d’indagine tutt’altro che semplici, resta il fatto incontrovertibile che è sempre necessario misurare la quantità degli scontenti a fronte di quanti sono contenti del modo in cui si trovano all’interno della comunità. Non solo. E’ anche necessario stabilire quanto gli scontenti siano emarginati e isolati dal resto del gruppo.

Ritengo inoltre che il numero implichi anche la possibilità di trovare o meno una soluzione. In altri termini la “minoranza” tanto più è minoranza tanto più può essere tutelata. Tanto meno è minoranza tanto più essa si tutela da sola e crea condizioni di conflitto.

In una democrazia sana la “minoranza ha diritto di cittadinanza al apri della maggioranza ma deve, anche e in qualche modo, subire l’imposizione della legge della maggioranza. Il suo livello di adeguamento è inversamente proporzionale al suo “livello” di di minorità.

Se la minoranza rappresenta una percentuale molto bassa essa ha margini di richieste per la propria tutela molto alti. E la maggioranza in essa, e nelle sue richieste, non ravvisa un pericolo né un aminaccia all’insieme strutturale della comunità. Le leggi sono salvaguardate e il vivere associato è compatibile con alcune eccezioni non distruttive.

Viceversa quando la minoranza è percentualmente prossima alla maggioranza il conflitto non solo è inevitabile ma fondamentalmente insanabile. Una società democratica spaccata a metà è una società malata che vive inuna democrazia pressoché prossima al collasso o, peggio, all’involuzione autoritaristica.

Tutte le persone che hanno liberamente scelto di attenersi alle regole sociali (siano esse etiche, giuridiche, economiche, ecc.) dovrebbero essere coscienti che per le stesse regole è loro preciso dovere tenere conto di quelli che stanno ai margini dell’equilibrio sociale, di quanti non hanno saputo o voluto accettare quelle regole.E’ loro il compito di fare in modo di essere convincenti sul piano dialettico e culturale preso nella sua totalità. Essi devono dimostrare, con le parole e con i fatti che il loro essere preminenti e la loro capacità di stabilire le regole sia la condizione migliore possibile nelle circostanze e in quel preciso momento storico. Analogamente, e specularmente, coloro che non sono in grado di accettare, o di comprendere, quelle regole o semplicemente non vogliano farlo, dovrebbero essere capaci di trovare i mezzi culturali, sociali, politici, economici, per agire e ciò allo scopo di convincere la controparte delle loro ragioni. Il gioco delle parti applicato alla dialettica sociale è l’unico mezzo che la democrazia è in grado di tollerare per poter sopravvivere a sé stessa. Stabilita la norma, accettata e consolidata, essa produce effetti che hanno una durata proporzionale alla loro efficacia implicita e tanto più le persone sono soddisfatte nelle loro attese tanto più quella norma è rassicurante ed è convincente. Ma la norma vale per il tempo durante il quale produce effetti positivi sul complesso del corpo sociale, sulla sua evoluzione e sulla sua cultura.

Ciò significa che la norma dovrà contenere anche la chiave per essere modificata, cambiata, ovvero sostituita quando i suoi effetti dovessero dimostrarsi non più utili.

In tal modo l’intero sistema si autoregola, impara da sé stesso e dai suoi stessi errori.Il meccanismo sembra elementare e di sicura efficacia.

Ma la storia finora ha mostrato come il progetto sia sempre più semplice della sua realizzazione. Non c’è progetto bello sulla carta e nelle intenzioni originarie che non si sia dimostrato incerto e, talora, persino rischioso nella prassi. Il che ci rimanda al problema delle regole. Le regole non sono solo leggi formali, contenitori di parametri comportamentali. Le regole sono i comportamenti stessi dei singoli che nel loro insieme definiscono la rete fitta e complessa dei valori etici, delle attese individuali e collettive, delle azioni, dei bisogni, delle volontà della società intera e delle interazioni tra le sue singole unità componenti.

Il corpo sociale non si muove come un organismo integro fatto di parti distinte ma si muove come un insieme di parti ognuna delle quali ha una vaga e indistinta idea dell’insieme fatto per cui matura le proprie scelte soprattutto per soddisfare il proprio bisogno immediato. Il suo livello di coscienza sociale fa in modo che il suo bisogno sia più o meno coincidente con il bisogno collettivo. Il suo livello di partecipazione lo rende più o meno coerente con il corpo sociale in cui vive, partecipe del proprio tempo e rivolto ad un progetto futuro da costruire “insieme a”.

L’assenza di tali condizioni uccide sul nascere qualsiasi riferimento sociale. Tanto più è sfilacciata la partecipazione dei singoli all’insieme del corpo sociale tanto più la democrazia è un sacco vuoto di significato.

Se si vuole proprio valutare l’insieme delle condizioni dell’uomo moderno, secondo il modello occidentale nonsi può fare a meno di sostenere che il liberismo democratico e il liberalismo economico rappresentano il peggiore sintomo possibile di antidemocraticità.

Qualora le regole si dimostrassero semplicemente delle scritture formali a cui attenersi, dei precetti rimandanti a puri atti comportamentali si sarebbe in presenza di strutture morali. Il cui decadimento darebbe vita a varie forme di moralismo più o meno giustificabile e più o meno interessato e corporativo.

Solo nel caso in cui si trattasse di atti coscienti di comportamento allora si avrebbe un vero comportamento etico. L’individuo assume su di sé il valore delle proprie azioni e della propria storia quando è capace di vedere il senso etico delle proprie scelte. E in questo caso egli va ben oltre il semplice precetto perché individua un atto assoluto che coinvolge l’intero suo esistere come individuo inserito in un contesto di individui, tutti diversi e tutti a lui pari in dignità.

Il primo principio che certo potrebbe essere accettato è quello del confronto. Il confronto può portare a qualsiasi soluzione: democratica o non democratica. Ma è un rischio da correre se non si vuole rinnegare il principio fondamentale della democrazia e della sua realizzazione pratica.

Nel caso si verificasse lo sbocco verso una forma non-democratica o antidemocratica si sarebbe in presenza semplicemente di una mancata volontà di cercare una soluzione soddisfacente per l’intera comunità. Si tratterebbe comunque di una libera scelta.

È mancata la tolleranza e la capacità di accettare anche la diversità.È evidente che, oltre ad essere un problema di potere espresso nelle sue forme peggiori con la semplice sopraffazione “fisica”, si tratta soprattutto di un problema di cultura povera o impoverita. È una cultura in cui mancano categorie di pensiero e i riferimenti epistemologici per cercare soluzioni diverse.

Diverso è il caso in cui una soluzione si mantenga democratica.Essa potrà anche non soddisfare le attese di alcuni, anche di tanti, ma sarà comunque un modo di affrontare il problema e all’occasione di rivederlo, di risolverlo, di modificarne i termini e di riproporlo sotto le forme più propositive e contingenti.La forma “democrazia” contiene in sé la possibilità di revisione, essa vive perché può riformarsi, rinnovandosi continuamente.

Ci sono molte definizioni di democrazia. Forse sono tutte buone. E se sono tutte buone è proprio perché il concetto stesso di democrazia contiene in sé il germe della diversità. La democrazia non può essere per nulla costretta in un’unica definizione a meno che tale definizione non sia onnicomprensiva di un’infinità di variabili complesse ognuna delle quali è coestensiva del momento storico in cui si concretizza.

Se nell’antichità classica la democrazia era già una realtà straordinaria la stessa oggi non sarebbe altro che una forma, appena accettabile, di oligarchia tollerante (e nemmeno troppo). Se l’esemplificazione tradisce un eccessivo divario storico è comunque sufficiente a dimostrare che quello che noi oggi siamo usi a definire democrazia potrebbe essere ben altro sotto altre forme storiche. E oggi noi potremmo inorridirne o rimanerne affascinati.

Ora diciamo che se per democrazia si intende quella forma di governo in cui la sovranità risiede nel popolo che la esercita attraverso le persone e gli organi istituzionali che esso stesso elegge e a cui offre in delega un potere d’azione e di rappresentanza della propria volontà, allora non è possibile, di fatto, che essa sia perfetta.

Il “popolo” è un’entità in continua evoluzione e i suoi sistemi di adattamento e di riadattamento sono tanto più mobili e mutevoli quanto più lo sono i meccanismi di trasmissione delle informazioni e, più in generale, di tutta la struttura culturale che la riempie in ogni interstizio. Si aggiunga inoltre che il popolo è sempre contrapposto al potere il quale, anche quando nasce senza intenti o volontà conservatrici, finisce col diventare conservatore proprio per salvaguardare almeno sé stesso, nella migliore delle ipotesi per poter completare i propri programmi di governo e di crescita economica, nella peggiore, invece, per perpetuare il proprio dominio e il dominio dei suoi stessi membri.

Questi ultimi solo attraverso il controllo degli eventi sono in grado di esistere ma essi sanno anche che il popolo non è un “evento” controllabile o, almeno, non lo è per tempi lunghi.

Col tempo anche il popolo più addomesticato finisce col moltiplicare le proprie aspettative e raggiunto quello che potremmo definire una sorta di massa critica, premessa di una susseguente deflagrazione.

Le si chiami rivolte, rivoluzioni, siano esse sanguinose o meno, contengano in misura più o meno accentuata elementi di sovversivismo o di pura follia, siano o meno complesse formule di riforma le ribellioni di massa ci sono sempre state e non si capisce per quale motivo tali fenomeni debbano sempre essere giustificati dal potere come forme di violenza ignorando che in fondo si tratta solo di forme di autodifesa.

Il potere anche il più misero si fonda su un elemento innegabile di forza da un lato e di un altrettanto pervasivo elemento di persuasione dall’altro. E tali elementi si autoriproducono al suo interno con effetti moltiplicatori cosicché tutto ne viene coinvolto a cominciare dalla cultura materiale per finire alle grandiose scelte etiche in campo economico e politico.

Qualcuno oggi ritiene che le ideologie siano morte e sepolte solo perché sembra che la guerra fredda, la temperie dei blocchi contrapposti non sia più cosa alla moda. Caduti i muri e aperte a vario titolo decine di frontiere la lotta si è solo trasformata: non più lotta di classe, non più lotta tra pensiero liberale, autoritarismo fascista e statalismo marxista-leninista.Forse è così.

Ritengo però alquanto peregrina l’apologia della morte delle ideologie. Si tratta solo di una metamorfosi, di un cambiamento più sottile del costume (o del malcostume). Il meccanismo patologico di adottare una fede e farla propria e in nome di essa commettere le più ignobili efferatezze rimane persistente nella politica moderna come lo era in quella di epoche passate.

Occorre che si chiarisca meglio l’idea di comportamento politicamente etico al cui fondamento sarebbe opportuno giungere. Del tutto casualmente farò riferimento alla condizione dell’Italia. Mi sembra un buon caso esremo in cui tutto il male e tutto il bene della democrazia si mescola alquanto.

Nel momento in cui riscrivo queste note in Italia si dice esista una democrazia.

Il “si dice” è d’obbligo.

Troppe cose non sono propriamente denotative di un sistema democratico e altre cose sono decisamente antidemocratiche.Certo moltissimi sforzi, e taluni con risultati davvero apprezzabili, sono stati fatti perché, nell’immediato secondo dopoguerra, davvero si istituisse quella democrazia che fu desiderata dai tanti che ebbero a concorrere alla nascita di una Nazione moderna e da tutti coloro che ebbero a soffrire l’istaurarsi di un totalitarismo feticista, demagogico e populista.

Altri trovarono plausibile che, passata la notte dell’arroganza e della follia, un nuovo giorno di radiose promesse si potesse aprire e operarono con questa convinzione.

Ma ben presto ci si arrese al “potere” per il semplice fatto che esso é, che esso esiste e basta. Fu sufficiente perché una nuova oligarchia, camuffata molto bene a dire il vero, si instaurasse perpetuando proprio gli antichi e paventati timori di oppressione che sempre il popolo, un po’ bue e po’ diffidente, ha sempre covato nel suo seno. Un Paese di persone avvezze ad essere trattate come imbecilli e convinte della giustizia del più forte per il solo fatto che è l’unica giustizia che conosce ed è anche l’unica alla quale è capace di assoggettarsi - vuoi per cultura atavica, vuoi per abitudine, vuoi per diffusa ignoranza o volontaria incapacità di approfondire le proprie radici e viverle dignitosamente - è il luogo ideale in cui l’arroganza dell’autoritarismo, variamente mascherato o apertamente esplicato,  possa facilmente mettere radici profonde.

Per quanto possa apparire un poco banale alla nostra antica e smaliziata cultura, è stata autorevole la pragmatica capacità di persuasione di Delano Roosevelt quando seppe improvvisare, non proprio letteralmente, un piano di ripresa economica e sociale liberale e democratico insieme ricorrendo al noto trust di cervelli. Egli non solo fu convincente perché carismatico ma anche perché seppe promuovere in modo efficace e sostenere con efficienza ogni singola iniziativa, anche minima, che in qualche modo si riversasse sul Paese intero come fosse atto di un’intera Nazione. Egli riuscì a trasmettere l’idea che ogni individuo, se lasciato libero di agire, sa trovare le strade per la propria edificazione o per la propria autodistruzione e ciò, seppur preso con cautela, è il mezzo più efficace sul piano educativo per una società complessa e tecnologicamente evoluta che aspira alla propria autodeterminazone.

Non solo, ma entro i limiti tipici di una certa approssimazione dovuta al numero e all’eterogeneità delle esigenze di una massa di individui, è anche il mezzo più corretto per far maturare una coscienza sociale e una cultura evoluta almeno sul piano del riconoscimento dei diritti civili dei suoi membri. In qualche maniera su basi di questa natura un’accorta, (saggia) e autorevole guida non avrebbe potuto ottenere risultati migliori ance se gli esiti si sarebbero visti solo un paio di generazioni dopo.

Senza nula togliere alla sua notevole capacità di statista e mediatore è stato autoritario invece il più nostrano De Gasperi nell’esercizio del potere.

Egli che, mentre il suo coevo d’oltreoceano dimostrava un sincero trasporto per le cose e le sorti del suo popolo americano, il nostro si dedicava a trovare divertente starsene per mesi sull’Aventino a sperare che qualche divino fulmine si abbattesse sul nascente fascismo, oppure nulla di meglio seppe improvvisare che discettare di storici accadimenti contemporanei coltivando il proprio minuscolo orticello al soldino della Biblioteca Vaticana. E fu certo buon profeta per le sorti sue proprie che trovarono ampio sollievo dopo la fine del Ventennio e dopo la guerra quando da quell’orticello prelevò in dono un potere di governo ininterrotto dal ‘45 al ‘53. Potere che resse soprattutto per l’appoggio - appunto - consistente del Vaticano che seppe guidarlo con ogni probabilità anche nella scelta di aderire al Patto Atlantico. Un patto che sanciva è vero l’appoggio economico degli Stati Uniti d’America contro ogni totalitarismo sovietico e i subdoli e pericolosi piani del comunismo nostrano. Ma pur sempre un patto che metteva ancora una volta in ginocchio non solo la cultura di una Nazione antica ma anche le microculture che mai più avrebbero avuto l’opportunità di evolversi al suo interno. Senza contare l’assoluta dipendenza economica nella quale l’Italia sarebbe stata costretta per i decenni a venire.

Urlare al miracolo della rinascita e della ricostruzione del Paese fu un tutt’uno con un passaparola davvero mefitico tra gli addetti ai lavori politici e propagandistici.Si è trattato solo di una finzione ben architettata e ben condotta fino alle sue conseguenze estreme.

Il Paese si sarebbe risollevato dalle ceneri della guerra e del fascismo per il semplice motivo chenon poteva fare diversamente con o senza De Gasperi. Così da un lato si è offerto il contentino di una Fiat 600 per tutti e dall’altro, in cambio, si è chiesta e ottenuta la stupidità di generazioni intere. E da quelle generazioni sono derivati comportamenti paradossali, ambizioni tanto pretenziose quanto illusorie. Nuovi miti si sovrapposero ad altri miti. Già allora si intravedevano germi di un nuovo che avanzava e che si materializzava nella cultura del consumo laddove, tuttavia, non c’era molto da consumare ma si poteva aver l’impressione di consumare tantissimo.Si noterà come non ci si riconosca più tanto come cittadini ma come consumatori.

Quel buon uomo che fu De Gasperi volle imitare il New Deal. Ne fece la caricatura e la spacciò per una santa invenzione di genio italico. E moltissimi ci hanno creduto e ancora ora ci credono.

E moltissimi ci credono ancora. Soprattutto certi figli della borghesia mediocre, superficiale e approssimativa, a volte un po’ parassita, tramandata ai figli e via ereditando fino a far credere che il migliore dei mondi possibili sia avere tante ville di proprietà quanti peli sulla testa e inneggiare al bene collettivo in nome della propria prole, strillando insensatezze dai megafoni televisivi dell’era telematica. Non che le sorti degli americani statunitensi oggi siano molto migliori

.Ma è evidente che un decennio di follìa allegra della famiglia Bush non ha saputo migliorare la situazione se non creando le condizioni per le quali un popolo avvezzo a riconoscere in sé stesso la forza di reagire in maniera pragmatica ha optato per la scelta più drastica possibile per cambiare tutto nel modo più drastico possibile: ha scelto un uomo di colore come presidente.

Sembra che le dimensioni stesse di quel Paese diano ai problemi forme di dignità titaniche rispetto ai problemini di casa nostra. Inoltre appare evidente a qualsiasi storico il fatto che la fantasia che ha contraddistinto i comunardi cinquecenteschi nell’arte del governo, con tutti i loro limiti, oggi si traduce in un becero qualunquismo ammantato di buone intenzioni ma che ha un vizio d’origine insanabile: il popolo non ha cultura critica, non sa operare delle scelte autentiche e libere a parte coprirsi le pudenda con la foglia di fico. Non ha quelle doti perché non ha imparato giacché mai alcuno gli ha detto come si dovesse fare. È un popolo che non ha un’etica vera da seguire ma solo alcuni precetti morali che, per di più, hanno la prerogativa di essere estremamente permeabili alla trasgressione, tanto poi ci si può sempre pentire e non mancherà un cristiano perdono ad un cattolico mea culpa.

La parabola del figliol prodigo miete molte più vittime delle autostrade della versilia nel fine settimana.Il principio ispiratore dell’argomentazione è generato dal fatto che il sistema è pieno di detriti culturali mai rimossi.

È tutto un pullulare di ragnatele, di interstizi sporchi, di pieghe polverose in cui il cattivo odore delle cose andate a male ristagna e corrode.Non può esistere un popolo cosciente della propria storia e della propria forza senza una direttiva complessiva che lo ispiri.

Non può esistere una cultura nazionale, tantomeno una cultura sovranazionale cui aderire, senza la determinazione di voler conoscere il senso profondo della propria umanità individuale e della propria socialità specifica. E queste sono cose che si poseggono vivendole attraverso l’apprendimento e attraverso la prassi quotidiana.

Se tutto ciò non accade il popolo sarà solo un insieme eterogeneo di individui senza alcuna coscienza collettiva e senza alcun desiderio di esistere come entità complessa. Nessuno vorrà mai partecipare delle attese altrui, e nemmeno si curerà di ciò che accade oltre il suo orizzonte personale.

Forse un Guicciardini l’avrebbe espresso con maggior dovizia linguistica e forse anche con maggior distacco. Ma se poteva essere comprensibilmente accettabile nel XVI secolo non lo è oggi a meno di non voler ammettere che da allora le cose in fondo sono cambiate ben poco e, sul piano strettamente culturale sono del tutto peggiorate.

La democrazia non è solo una forma di governo. E’, voglio credere, una libera e intima convinzione che culturalmente deve essere alimentata nel tempo. E’, forse, l’unica forma di governo di una società che possa condurre, col tempo, all’autogoverno dei singoli.

Purché essi siano tutti messi in condizione di autoregolarsi e autodeterminarsi all’interno di un sistema che ne garantisca la legittima autonomia di scelte.

Quali che siano tali scelte nella tolleranza reciproca.Tanto più la convinzione che partecipare al libero gioco dello scambio, sia esso economico che culturale, sia il solo pane di cui ha bisogno una società evoluta sul piano della civiltà, tanto più la democrazia è vera e tanto più si approssima al modello che si vuole sia quello archetipico.

Inguaribile idealismo si dirà.Potrebbe anche essere se proprio si vuole fare della chiacchiera salottiera lo si dica pure.

Ma prima o poi qualche società in cui le premesse di un potere democratico diffuso e non prevaricatore, autorevole  non stupidamente autoritario, dignitoso e non viscidamente calcolatore, saprà trovare un equilibrio ottimale tra le attese dei singoli e le necessità dell’insieme.

Quella sarà la società che riuscirà a partorire un mondo nuovo. Sarà l’epifania di una umanità nuova epiù cosciente.Gli altri lotteranno contro, oppure staranno a guardare la propria lenta consunzione. Magari si accaniranno come bestie fameliche,  tenteranno di distruggere in qualche modo un bene nascente, a tratti ci proveranno con tanto ardore da favorire l’impressione di essere sul punto di riuscirci, poi capiranno che i loro sforzi sono vani non foss’altro che per la pochezza di respiro e ricorreranno ai veleni della calunnia, della contumelia, della diffamazione, diventeranno imploranti, o cattivi.

Ma nulla potranno essendo essi già entrati nel passato della storia.

E’ certo un discorso utilizzabile in molti modi e molte direzioni. Ma la forza dell’umanità consiste proprio nel saper trovare un equilibrio tra il proprio passato e il proprio  presente. Non un compromesso passeggero. Un equilibrio. E’ il vivere presente che deve saper essere costruito. Solo così ne scaturisce un buon futuro. Pensare solo a costruire il futuro implica un continuo affrettare i tempi, una continua contrazione del proprio vivere, un continuo affanno alla ricerca di un benessere che sembra sempre sfuggire.Troppo epicureo si dirà. Può anche darsi. E che male c’è?Non è morale si dirà.Può darsi ma anche se così fosse non sarebbe che un buon auspicio. Troppe volte, in nome d’una morale da seguire senza critica e poco decifrabile per il vivere quotidiano, si sono compiuti atti ignobili vivendo grottescamente momenti paradossali o semplicemente indegni, furtivi, demenziali, puramente delinquenziali.La maggior parte dei crimini contro l’umanità vengono commessi nell’intervallo tra un atto di devozione mistica e una preghiera a mani giunte e capo chino.

Che dire pertanto di quella lucida visione di Norberto Bobbio? Egli, ancorché immerso in una cultura storicista, rivolta ad instaurare un legame privilegiato col passato non disdegna di condensare in una proposta onesta la necessità di un persistente elemento di confronto nell’attività del vivere che è anche un atto di conoscenza e, per ciò stesso, deliberatamente legato al presente. Un presente non necessariamente definibile per costruire un futuro - sia pure desiderabile e auspicabile - ma convincentemente fornito delle necessarie premesse perché sia possibile un sano processo di cosciente autodeterminazione.

 Gunnar

Monza,05/01/2009

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Conformismo, ovvero in memoria della sinistra

Scritto da GUNNAR il 4 Gennaio 2009


navigare a vista              Si naviga a vista.

“Conformiamoci, dove stanno andando tutti andremo anche noi così almeno non ci perderemo. E’ importante non sbagliare strada che se accade si perde tempo si sprecano energie, ci si rimette di tasca propria e nessuno ci darà mai una mano”.

E’ quello che mi diceva un tale che vuole essere mio amico qualche giorno fa. Si era in viaggio e si parlava di cose  semiserie.

Ma a me è venuto in mente che è un pensiero corrotto. Diffuso ma corrotto. Comunque diffuso. Dilagante aggiungerei.

Proprio un pensiero dilagante: il conformismo è una malattia molto italiana. Forse c’è del conformismo anche altrove nel mondo ma da noi ha assunto proporzioni patologiche soprattutto per il fatto che è del tutto paradossale nelle use manifestazioni. Non solo è un conformismo di genere massimalista ma è anche un conformismo camaleontico. Esso si modifica come tira il vento.

Oggi si è tutti conformisti sulla scelta economica della destra domani, repentinamente, si diventa conformisti sulla scelta opposta non appena essa sembra essere vincente. Così senza vere conoscenze economiche, basta il convincimento della propaganda di più facile comprensione.

 navigare a vista

Ricordate gli italiani e i tassisti nella fase ascendente del precedente governo? Erano tutti contro i tassisti conformemente tranne quelli che li appoggiavano per cavalcare la tigre dalla sponda opposta.

Oggi non ne parla più nessuno e i tassisti fanno esattamente quello che facevano prima, tirano a fregare il cliente. Ma nessuno se ne accorge perché il conformismo si è spostato sui delitti di cronaca. Pane e circensi così nessuno fa caso alla miseria e al fatto di essere schiavo (variazione  del pensiero).

Avrete notato quanto conformismo trabocchi dalle melliflue e incoerenti deviazioni linguistiche del Vespa nazionale? Egli è la quintessenza del qualunquismo servile quasi quanto lo è Fede.

Ma quest’ultimo è contadino e bottegaio nella sua devozione all’Unto. Mentre Vespa non ha padroni, egli serve il padrone di turno, egli vive solo per servire il padrone di turno e sa come agire per cambiare campo in tempo per essere conformista di nuovo conio.

Oggi sta nascendo un nuovo conformismo. Il conformismo della critica a sinistra. Si stanno uniformando in molti, quelli che erano contro la sinistra lo sono ancora ma con maggiore rilassatezza dal momento che non ne temono rigurgiti. Hanno tutto sotto controllo e poi c’è LUI che vigila e zampetta lungo le vie di Pescara inseguito da affannate guardie del corpo che si capisce che non ne possono più a stargli dietro tanto è arzillo (seconda variazione).

 Oggi chi è stato contrario al berlusconismo (e a Berlusconi stesso per ciò che è e che rappresenta), spesso si pone anche (o forse soprattutto) contro la sinistra. Perché?Forse perché non riesce a distinguere nella nebbiosa fumeria delle dichiarazioni occasionali, un vero progetto, un progetto che sia alternativo, che sia fattibile, che sia risolutore. Non riesce a capire perché non si proponga qualcosa che affronti in maniera reale e innovativa, si potrebbe dire strutturale, i problemi di un’economia malata. Perché non riesce a riconoscere elementi progettuali di rinnovamento della scuola, della cultura in generale, della ricerca, della società e della politica. Questi critici non distinguono nelle dichiarazioni di Veltroni l’afflato del vincitore, nemmeno morale, di una competizione che si possa giocare sul piano dell’onestà. Forse non è demerito di Veltroni. Ma certo è demerito della sinistra nel suo insieme non saper produrre qualcosa di diverso dalla solita contumelia in parte rivendicativa e in parte lamentosa. E la giustizia? Dov’è finita la giustizia nella cultura di sinistra? Ma è possibile che l’unica voce a chiedere persistente e indomabile un po’ di giustizia sia la voce di Di Pietro? Ho una certa stima di Di Pietro ma non gli riconosco il carisma del politico, egli rimane uno sbirro con la toga.

Senza cattiveria lo dico, ma con simpatia. E’ già tanto che riesca ad avere un partito e se ciò accade è soprattutto per la forza della sua combattività e per la coerenza delle sue scelte che valgono più della coerenza delle sue parole (terza variazione). Se poi qualcuno vuole scambiare la parola giustizia con giustizialismo si accomodi. Meglio un sano giustizialismo che un insipido e ipocrita garantismo d’accatto. Con buona pace di tutti i garantismi fasulli e beceri che si spargono negli interstizi del malaffare mafioso-camorristico-politico ecc.

Vorrei ricordare ai critici della sinistra, ma vorrei che qualcuno più influente di me lo rammenti alle teste pensanti della sinistra (ufficiale e ufficiosa), che il vero problema non sono le ormai stantie questioni della sinistra ma è Berlusconi e la cultura berlusconiana.

                                                                 sfiga_berlusconi.jpg                                                                                          

Ricordo che è lui e ciò che lui rappresenta il problema più grave della storia recente di questo Paese.A qualcuno deve essere sfuggito il significato vero dell’attacco che il governo Berlusconi ha effettuato contro Murdock. Non che questi sia un sant’uomo, e neppure un simpatizzante del progressivismo. Murdock è un imprenditore con l’etica da imprenditore: fare quattrini. Ma Murdock non ce la fa contro Berlusconi in Italia per il semplice fatto che l’Italia è il giardino del Cavaliere e il Cavaliere nel suo giardino ci fa quel che vuole e perché tutti nel suo giardino sono giardinieri da lui pagati, a volte stipendiati altre volte semplicemente comprati. In alcuni casi solo schiavizzati (ma con ottimismo e molti sorrisi).

Qualcuno sostiene che gli italiani sono un popolo fragile. Ancora non educato ai valori della moderna democrazia. Un popolo non avvezzo a distinguere il falso dal vero. Un popolo troppo soggiogato da becero qualunquismo della Chiesa di Roma, un popolo che fatica a comprendere i confini della moralità e della decenza quando si tratta di avere relazioni sociali. Un popolo ancora incolto e sostanzialmente semplice nelle emozioni e facilmente manipolabile. Sarà per questo che quei pochi che si rendono conto del vero problema sono ancora più agguerriti detrattori di una sinistra che sembra sempre più rinunciataria e inconsistente.

In effetti il gravissimo errore della sinistra resta sotto la cenere a covare e di tanto in tanto miete nuove vittime. Sono quelli che cercano di capire e cercano di darsi delle risposte a domande che non potranno avere risposte oneste.

Perché la sinistra si è piegata al potere della propaganda, si è conformata.Ma, cosa di gravità unica, non ha saputo presentare uno straccio di progetto, un qualsiasi programma credibile e fattibile, pochi  punti chiari, facilmente leggibili da chiunque e soprattutto facilmente comprensibili da chiunque… (è quello che maggiormente sento ripetere)

Ha lasciato tutte le mani vincenti a Berlusconi, gli ha permesso di dire e fare quel che voleva e si è trincerata dietro all’alibi delle sue televisioni che si moltiplicavano, non ha combattuto, ha rinunciato. E anche quando ha avuto il modo e il tempo di farlo non ha saputo trovare il coraggio di fare una legge che costringesse il politico imprenditore  a lasciare l’imprenditore politico, non ha trovato il coraggio di schiacciare lo scarafaggio.

L’ha lasciato scappare e quello ha messo uova dappertutto pronte a da aprirsi.

Gunnar 

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Essere contro

Scritto da GUNNAR il 2 Gennaio 2009


E’ cosa buona e giusta essere contro?

Oppure essere a favore?Di solito chi è contro è “sempre contro” per necessità.Questione di autostima. Come quelli che non possono fare a meno di partecipare ai dibattiti per poter dibattere su qualcosa e così facendo più che dibattere, controbattono sempre e comunque.Può anche essere che si tratti di una forma di ricerca di consenso (più o meno conscia) che, non essendo possibile avere a portata di mano lo si cerca attraverso l’apparizione (in tv è meglio) ma ciò che conta è che sia in pubblico, in un luogo pubblico in cui ci sia del pubblico.Alla fine, insomma, deve esserci qualcuno che applaude, che fischi o che faccia entrambe le cose insieme. Il processo che si scatena è sempre positivo, c’è fama che si crea e aleggia sulle ali del tempo, sia pur per un tempo breve, ma almeno soddsifa il presente e al presente si devono molti tributi.(Chissà se scrivere su un blog è la stessa cosa, chissà se sortisce un effetto analogo… chissà)Poi ci sono quelli che sono a favore e quando sono a favore finiscono con l’essere favorevoli ad ogni cosa, buona o cattiva che sia.Accettano tutto e il contrario di tutto non sapendo più esattamente distinguere tra il necessario e il superfluo, ciò che ha alle spalle una qualche etica comprensibile e ciò che di etico ha solo le parole che usa. L’elargizione del consenso ad ogni costo passa anche attraverso la postura.Queste persone annuiscono.Muovono il capo avanti e indietro con contestuale abbassamento delle palpebre e un’aria sorniona di chi ha capito tutto, di colui al quale non sono sfuggite le sottigliezze e le metafore.Il mondo in un gesto. ed è un gesto magniloquente e definitivo.Ma sembra che le cose siano più complicate  di quanto possa apparire a prima vista.Ma davvero pensare confonde le idee?In molti, a questo punto, potrebbero ritenere che la cosa migliore da fare sia quella di stare a guardare, attendere che ci siano nuove condizioni per esprimere il proprio giudizio, insomma, “cogitare” un po’ di più non guasta. E poi chi l’ha detto che si debba dire si o si debba di re no per forza?Non credo che sia una scelta giusta in assoluto ma qualcuno si ricorderà che le certezze del “Che Fare” escatologico sono in realtà le incertezze del che fare quotidiano. Possedendone le capacità si fa in fretta, a prendere decisioni o a fare le scelte, ma poi ecco che le cose si sconvolgono, velocemente e senza particolari preavvisi, e tutte le scelte fatte diventano inutili o dannose, o ininfluenti o controproducenti.Bisogna ricominciare dal principio. Un eterno principio senza mai avere una crescita reale, sembra una sofferenza continua, un continuo andar su e giù, la condanna di Sisifo che si ripete all’infinito. Eppure si tratta di semplici scelte. Vanno fatte le scelte. Non è possibile evitarle. Le scelte si impongono nostro malgrado e contro ogni volontà.e allora bisogna scegliere. Ma cosa?E quando si tratta di scegliere il vino a tavola è un conto.Ben altro è scegliere a chi dare il voto.Qui subentra non solo la scelta in sé stessa ma tutte le componenti collegate: un atto di fiducia, un atto di confortevole affidamento, un interesse che si spera possa essere ricambiato, un investimento per il proprio futuro.Un atto di totale dedizione.Il guaio è l’essere traditi in questa fiducia che viene rilasciata.E quando scopri che sei stato tradito, la tua fiducia è finita in un angolo a marcire, le tue attese sono andate disperse con ogni probabilità vorresti solo vendetta, null’altro che vendetta. Fiducia è una parola che comporta tanto sacrificio, è cosa importante, è cosa che da sola non basta ma che da sola può distruggere tutto se viene tradita, se viene mal riposta.Gunnar 

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Conformismo, ovvero in memoria della sinistra

Scritto da GUNNAR il 26 Dicembre 2008


Si naviga a vista. “Conformiamoci, dove stanno andando quelli andiamo anche noi così almeno non ci perdiamo.  E’ importante non sbagliare strada che se accade si perde tempo si sprecano energie, ci si rimette di tasca propria e nessuno ci darà mai una mano”.

E’ quello che mi diceva un tale che vuole essere mio amico qualche giorno fa.

Si era in viaggio e si parlava di cose  semiserie. Ma a me è venuto in mente che è un pensiero corrotto, diffuso ma corrotto. Comunque diffuso. Dilagante aggiungerei.

Proprio un pensiero dilagante: il conformismo è una malattia molto italiana. Forse c’è del conformismo anche altrove nel mondo ma da noi ha assunto proporzioni patologiche soprattutto per il fatto che è del tutto paradossale nelle use manifestazioni. Non solo è un conformismo di genere massimalista ma è anche un conformismo camaleontico. Esso si modifica come tira il vento.

Oggi si è tutti conformisti sulla scelta economica della destra domani, repentinamente, si diventa conformisti sulla scelta opposta non appena essa sembra essere vincente.

Così senza vere conoscenze economiche, basta il convincimento della propaganda di più facile comprensione. Ricordate gli italiani e i tassisti nella fase ascendente del precedente governo? Erano tutti contro i tassisti conformemente tranne quelli che li appoggiavano per cavalcare la tigre dalla sponda opposta. Oggi non ne parla più nessuno e i tassisti fanno esattamente quello che facevano prima, tirano a fregare il cliente. Ma nessuno se ne accorge perché il conformismo si è spostato sui delitti di cronaca. Pane e circensi così nessuno fa caso alla miseria e al fatto di essere schiavo (variazione  del pensiero).Avrete notato quanto conformismo trabocchi dalle melliflue e incoerenti deviazioni linguistiche del Vespa nazionale? Egli è la quintessenza del qualunquismo servile quasi quanto lo è Fede. Ma quest’ultimo è contadino e bottegaio nella sua devozione all’Unto. Mentre Vespa non ha padroni, egli serve il padrone di turno, egli vive solo per servire il padrone di turno e sa come agire per cambiare campo in tempo per essere conformista di nuovo conio.

Oggi sta nascendo un nuovo conformismo. Il conformismo della critica a sinistra. Si stanno uniformando in molti, quelli che erano contro la sinistra lo sono ancora ma con maggiore rilassatezza dal momento che non ne temono rigurgiti. Hanno tutto sotto controllo e poi c’è LUI che vigila e zampetta lungo le vie di Pescara inseguito da affannate guardie del corpo che si capisce che non ne possono più a stargli dietro tanto è arzillo. (seconda variazione)

Oggi chi è stato contrario al berlusconismo (e a Berlusconi stesso per ciò che è e che rappresenta), spesso si pone anche (o forse soprattutto) contro la sinistra. Perché?

Forse perché non riesce a distinguere nella nebbiosa fumeria delle dichiarazioni occasionali, un vero progetto, un progetto che sia alternativo, che sia fattibile, che sia risolutore. Non riesce a capire perché non si proponga qualcosa che affronti in maniera reale e innovativa, si potrebbe dire strutturale, i problemi di un’economia malata. Perché non riesce a riconoscere elementi progettuali di rinnovamento della scuola, della cultura in generale, della ricerca, della società e della politica. Questi critici non distinguono nelle dichiarazioni di Veltroni l’afflato del vincitore, nemmeno morale, di una competizione che si possa giocare sul piano dell’onestà. Forse non è demerito di Veltroni. Ma certo è demerito della sinistra nel suo insieme non saper produrre qualcosa di diverso dalla solita contumelia in parte rivendicativa e in parte lamentosa.

E la giustizia? Dov’è finita la giustizia nella cultura di sinistra? Ma è possibile che l’unica voce a chiedere persistente e indomabile un po’ di giustizia sia la voce di Di Pietro?

Ho una certa stima di Di Pietro ma non gli riconosco il carisma del politico, egli rimane uno sbirro con la toga. Senza cattiveria lo dico, ma con simpatia. E’ già tanto che riesca ad avere un partito e se ciò accade è soprattutto per la forza della sua combattività e per la coerenza delle sue scelte che valgono più della coerenza delle sue parole (terza variazione). Se poi qualcuno vuole scambiare la parola giustizia con giustizialismo si accomodi. Meglio un sano giustizialismo che un insipido e ipocrita garantismo d’accatto. Con buona pace di tutti i garantismi fasulli e beceri che si spargono negli interstizi del malaffare mafioso-camorristico-politico ecc.

Vorrei ricordare ai critici della sinistra, ma vorrei che qualcuno più influente di me lo rammenti alle teste pensanti della sinistra (ufficiale e ufficiosa), che il vero problema non sono le ormai stantie questioni della sinistra ma è Berlusconi e la cultura berlusconiana.

Ricordo che è lui e ciò che lui rappresenta il problema più grave della storia recente di questo Paese.

A qualcuno deve essere sfuggito il significato vero dell’attacco che il governo Berlusconi ha effettuato contro Murdock. Non che questi sia un sant’uomo, e neppure un simpatizzante del progressivismo. Murdock è un imprenditore con l’etica da imprenditore: fare quattrini. Ma Murdock non ce la fa contro Berlusconi in Italia per il semplice fatto che l’Italia è il giardino del Cavaliere e il Cavaliere nel suo giardino ci fa quel che vuole perché tutti nel suo giardino sono giardinieri da lui pagati, a volte stipendiati altre volte semplicemente comprati. In alcuni casi (loro non lo  sanno o fingono di non saperlo) solo schiavizzati ma con ottimismo e molti sorrisi.

                                                                       Qualcuno sostiene che gli italiani sono un popolo fragile. Ancora non educato ai valori della moderna democrazia. Un popolo non avvezzo a distinguere il falso dal vero. Un popolo troppo soggiogato da becero qualunquismo della Chiesa di Roma, un popolo che fatica a comprendere i confini della moralità e della decenza quando si tratta di avere relazioni sociali. Un popolo ancora incolto e sostanzialmente semplice nelle emozioni e facilmente manipolabile. Sarà per questo che quei pochi che si rendono conto del vero problema sono ancora più agguerriti detrattori di una sinistra che sembra sempre più rinunciataria e inconsistente.In effetti il gravissimo errore della sinistra resta sotto la cenere a covare e di tanto in tanto miete nuove vittime. Sono quelli che cercano di capire e cercano di darsi delle risposte a domande che non potranno avere risposte oneste. Perché la sinistra si è piegata al potere della propaganda, si è conformata.

Ma, cosa di gravità unica, non ha saputo presentare uno straccio di progetto, un qualsiasi programma credibile e fattibile, pochi  punti chiari, facilmente leggibili da chiunque e soprattutto facilmente comprensibili da chiunque… (è quello che maggiormente sento ripetere). Ha lasciato tutte le mani vincenti a Berlusconi, gli ha permesso di dire e fare quel che voleva e si è trincerata dietro all’alibi delle sue televisioni che si moltiplicavano, non ha combattuto, ha rinunciato.

E anche quando ha avuto il modo e il tempo di farlo non ha saputo trovare il coraggio di fare una legge che costringesse il politico imprenditore  a lasciare l’imprenditore politico, non ha trovato il coraggio di schiacciare lo scarafaggio.L’ha lasciato scappare e quello ha messo uova dappertutto pronte a da aprirsi.

 Gunnar 

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Prede e predatori

Scritto da GUNNAR il 17 Dicembre 2008

Non è solo un semplice contrattempo economico finanziario, e lo si era capito da un pezzo.

Nemmeno un incidente di percorso con conseguenze abbastanza consistenti e con qualche risvolto tragico. 

Si tratta di una crisi economica senza precedenti, almeno dal lontano 1929.

Anche allora le ragioni, pur consistenti e varie, erano legate alla condizione storica e politica che si stava attraversando a seguito dei stravolgimenti del primo dopoguerra e l’impressionante quantità di denaro che gli USA prestavano al mondo intero: una quantità di denaro che il paese più ricco poteva permettersi di devolvere ma che inevitabilmente prima o poi avrebbe rivoluto indietro. Ma nessuno controllava i canali di credito. Le banche avevano la facoltà di fare quello che volevano e il Stato centrale non si occupava di verificarne l’azione. L’euforia della gente e l’assoluto ottimismo spingeva tutti a comprare, a consumare. E per farlo si ricorreva al credito bancario. Le rate si decuplicavano e la consapevolezza si riduceva nella convinzione che tutto si sarebbe risolto al  meglio comunque. La fiducia nel mercato era assoluta.

Come sia andata lo si sa bene.

Così come ben si conoscono tutte le crisi economiche che si sono succeduta a partire dalla prima metà dell’800 e fino alla crisi del ‘30, appunto.Ce ne sono state altre? Ma certo che ce ne sono state.

La crisi del secondo dopoguerra, la crisi degli anni settanta, e negli anni ottanta del secolo scorso e altre microcrisi ulteriori. Adesso ecco una bella crisi ergersi in tutta la sua maestà.Leggo un bell’articolo apparso su “Il Sole 24ore” del 12 dicembre scorso e resto stupito d per il fatto che simili contenuti non vengano divulgati a tutti. Che i giornalisti che si accapigliano davanti ai tribunali per carpire l’ultima dichiarazione dell’avvocaticchio difensore di un qualche assassino nevrotico o di un qualche boss mafioso al cui il buon senso vorrebbe che fosse tolta la parola in eterno, non sentano il bisogno viscerale di affrontare la situazione socioeconomica sotto ogni profilo e renderne chiare la linee di evoluzione a loro lettori o ai loro ascoltatori.Resto sconcertato dal fatto che un presidente del Consiglio inneggi all’ottimismo invece che alla saggezza.

Resto incredulo di fronte alla stupidità di commentatori radiotelevisivi che non riescono a trovare il coraggio di sdegnarsi di fronte alla stoltezza di ministri improvvisatori e di ministri ombra che si trincerano dietro a miserevoli dichiarazioni di contorno in nome di un politically correct inconsistente e fuori luogo.Perché non chiamare le cose con il loro nome.Miseria si dice miseria. Il poveraccio che fa la fame si chiama “morto di fame”, miserabile, indigente, non “poco abbiente”.

E’ un o che non sa come arrivare alla fine del mese, non sa cosa raccontare ai figli ai quali non può dare ciò che essi vedono in tv in bocca o addosso ad altri.Ecco quello non è poco abbiente è un poveraccio che cerca di fare del suo meglio ma non può fare assolutamente nulla se non darsi alla delinquenza o alla truffa. Cerca mezzucci per sopravvivere, diventa cliente di qualcuno per ottenere in cambio denaro, o favori. Qualcosa che gli permetta di far quadrare un inesistente bilancio.Egli è una preda.E i predatori sono molti, sono mimetizzati. A volte sono altri morti di fame che hanno varcato la soglia dello scrupolo, che hanno superato il momento di sgomento, hanno scavalcato il reticolo della paura delle conseguenze e trovato il coraggio di diventare amorali e antisociali.I risultati delle crisi economiche fanno emergere ogni volta, da sempre,  difficoltà intrinseche nel sistema liberista, un sistema che per sé stesso non è efficace perché non ci sono strumenti che possano porlo sotto controllo. E se ci fossero meccanismi ferrei di controllo il mercato non sarebbe liberista. Sarebbe  solo un mercato controllato.E a chi darne il controllo se non allo Stato? Ma dare il controllo allo Stato equivale a farlo diventare una cosa diversa dal libero mercato. Uno Stato, per quanto liberista esso voglia essere, se democratico, non può ignorare i cittadini tutti e a tutti deve rivolgere il suo sguardo. Tanto o poco che voglia, uno Stato non può che tenere d’occhio tutte le esigenze di tutti i cittadini. E intendo proprio tutti nessuno escluso perché lo Stato non ha alcun titolo per modificare la sua etica sociale in un’etica di profitto come farebbe un’azienda.Ma quante prove servono per capire che il modello liberista senza un minimo di regole o di controllo centrale non può funzionare?

“… La sanità Usa, ai cui scompensi abbiamo già accennato, risulta invariabilmente agli ultimi posti tra i paesi sviluppati, come efficienza ed efficacia, in tutte le classifiche di organismi sovranazionali o specializzati. Eppure è la più costosa del mondo: quasi il 16% del Pil, mentre la spesa europea si aggira sull’8-10%. Meno noto è il fatto che metà di questa percentuale è spesa pubblica: perché i controlli costano e perché assicurazioni e case farmaceutiche sono lobby fameliche e potentissime, che controllano un giro d’affari che secondo le stime raggiunge l’iperbolica cifra di 2.200 miliardi di dollari. Una spesa enorme, dunque, per un sistema inefficiente e che lascia del tutto scoperto quasi un quinto dei cittadini.(…) Sono dati su cui riflettere. E su cui dovrebbero riflettere soprattutto quanti anche in Italia (sempre più numerosi negli ultimi anni, anche a sinistra) hanno continuato a ripetere la litania della maggiore efficienza dei privati sempre e comunque.”  CARLO CLERICETTI - da il Il Sole 24 ore (12 dicembre 2008)

Un quinto dei cittadini USA significa oltre sessanta milioni di abitanti che non hanno assistenza medica e se la devono sbrigare da soli. Sessanta milioni sono molti di più di quanti vivono in Italia. Sessanta milioni in un Paese che vorrebbe guidare e gestire l’intero pianeta.

Un’enormità.

Il sistema privato non funziona come vorrebbero farci credere i saccenti istrioni della neoliberistica cultura della destra italica.Non ha funzionato neppure lo statalismo centralizzato della sinistra oltranzista e radicale.

Oggi non si capisce cosa fare  per il semplice motivo che quelli che coloro che ne hanno i mezzi (economisti e politici) e dovrebbero agire (politici ed economisti) sono i primi ad arroccarsi sul sistema per difenderne i confini. essi non sanno o non vogliono sapere quale sia lo strumento migliore per affrontare la disfatta. Inoltre c’è un problema che alla fine degli anni venti era inesistente. Si chiama globalizzazione. E’ un orribile neologismo che vuol dire una cosa semplice: se la borsa di Tokyo va a picco anche la borsa di Montreal va a picco e quella di Milano e di Parigi e di Londra e di New York ecc. Vuol dire che se il tonno pescato a Osaka non si vende anche i ristoranti di Edimburgo possono fallire. Vuol dire che se negli USA la Chrysler chiude perché non vende, anche la Toyota prima o poi chiuderà e la Renault ecc.

Vuol dire che se scoppia un a bomba nel Golfo Persico il barile di petrolio cresce di due dollari e i trasporti di merci in Italia rincarano del 10 %Vuol dire che l’ONU non ce la farà a inviare cibo nel terzo mondo che quel terzo mondo sarà già scomparso per far posto al quarto mondo… un mondo di morti di fame molto più morto di fame di quello che non arriva a fine mese nella nella ricca Romagna. La crisi non è cosa passeggera.Ma non è ancora la questione peggiore.C’è l’abbrutimento. L’imbarbarimento delle persone che non hanno più animo di pensare alla vita ma solo alla lotta.Le persone che gradualmente smettono gli abiti della civiltà per prendere quelli della guerra. 

Il superamento della crisi del Ventinove portò alla II guerra mondiale.Oggi ci sono più venditori di armi che botteghe per fare il pane.La strada mi sembra quella giusta… 

Gunnar

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