LaCaravella … esplorazioni controvento

senza rancore, disse l’uomo con la penna, mentre scriveva un maledetto epitaffio sulla schiena del suo boia mancato

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  • Dopo l'incubo ecco la realtà

    Dopo l'incubo durato diciassette anni e qualche mese ecco la realtà: si sta camminando senza scarpe ai piedi e il pavimento è pieno di cocci di vetro. Impressionante chiedere sacrifici. Ancor più è non farli. I piedi nudi sanguinano ma solo in fondo al passaggio obbligato si possono trovare bendaggi sterili. Il miserello che ha voluto tutto questo non si redime. Anzi minaccia e primeggia attraverso i suoi boiardi che non accettano sconfitte. Adesso si è definito un nuovo totem da adorare. Si chiama "Spread": cosa voglia dire di preciso è fatto oscuro. Ma è invece molto chiaro che più i termini sono oscuri e più la gente è disorientata. Più la gente è disorientata è meglio la si può controllare.
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  • Senza storia ma libero

  • Il tempo sta per scadere

    Il Paese è come un giocattolo in mano ad un bambino capriccioso. Non sa cosa farne e lo sbatacchia a destra e a manca. Molto divertente vederne saltare i pezzi.
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Terremoti & Guerre

Scritto da GUNNAR il 25 Marzo 2011


guerra-libia-gheddafi-missili-300x239.jpg            Non si tratta di essere pacifisti o guerrafondai.     images-16.jpeg

Si tratta di usare l’intelligenza, poca o molta che sia, o lasciarsi usare dalla merda che si annida nel cervello.

Ognuno ha la sua bella dose di  merda che si accumula col tempo, con le proprie idiozie, con le proprie paranoie, le proprie metastasi caratteriali. Ognuno vive il suo mondo interiore come se fosse il solo mondo esteriore che esiste e sul quale fondare ogni convinzione e ogni esperienza.

Non è così. Ovviamente non è così. Ma non ci si può far nulla a quanto pare. si resta ancorati alle proprie piccole convinzioni. Le sole isole di certezza che ci si convince di avere.

Abbiamo bisogno di certezze, diceva qualcuno, e ce le andiamo a cercare nei posti più strani. Ma se non riusciamo a trovarle allora ce le costruiamo. Più la realtà ci appare incerta e tanto più ci convinciamo delle sole cose che riteniamo utili, convincenti e non dannose.

Facciamo, nel bene e nel male, l’unica cosa che sappiamo veramente fare: sopravviviamo.

 Non sappiamo come fare a vincere le nostre paure ma sappiamo benissimo sotto cosa seppellirle. E spesso ci riusciamo così bene da dimenticare il lavoro di scavo che abbiamo fatto.

terremoto-giappone1.jpg      In qualche parte del mondo un terremoto ammazza centinaia di migliaia di persone e, tanto per ricordare chi è che comanda in natura, fa emergere dall’oceano un’onda d’acqua spaventosa che spazza via qualche città, qualche ponte, qualche diga e qualche aeroporto. Non resta quasi niente per migliaia di chilometri quadrati. Solo fango, acqua marcia, cadaveri e detriti di terra e sassi. Ma non si accontenta  dei danni fatti fino a quel punto. Mamma natura decide di ricordare bene a tutti cosa voglia dire fare i conti con il caso. Così fa sgretolare un po’ di alterigia tecnologica e qualche certezza artefatta. Un paio di reattori nucleari si prosciugano e i noccioli radioattivi restano scoperti. Quanto basta per farli collassare fino a fondersi. Ed ecco la catastrofe. Si sprigiona in atmosfera vapore e radioattivo. Ci vuole un raffreddamento che non arriva, ci sono altri morti, altra acqua, altra energia per suturare le ferite di una mammella energetica al cesio e al plutonio. Roba da scienziati pazzi.

Nell’universo mondo globalizzato tutti hanno capito che quei reattori si sarebbero dovuti chiudere o ammodernare proprio per evitare questi incidenti. Nell’intero mondo. Non è esatto. In Italia non l’hanno capito. O non lo vogliono capire. Oppure c’è dell’altro di incoffessabile che salterà fuori nel corso di qualche futura inchiesta avviata sulle denunce sconcertanti di una qualche stralunata trasmissione televisiva. Ma ci vorranno anni. Una ministrella dell’ambiente (per caso ministrella e per caso  all’ambiente) si lascia sfuggire sull’emotività di una intervista a caldo che “allo stato attuale mica ci si può tirare indietro sul nucleare… ” ma se le parole esatte non sono queste il loro significato è indubbio: Adesso ci siamo impegnati con chissà chi e chissà in che modo che rinunciare al nucleare significherebbe finire in malora. Il governo non può permettersi di scontentare anche i grandi affaristi dell’uranio… Un disastro peggiore del terremoto.

Invece il caso, benedetto e ironico  caso, ecco che non abbastanza divertito dagli eventi scatenati a undici chilometri di profondità nel Pacifico settentrionale decide di inventarsene una davvero notevole. Fa scatenare i poveracci del mondo arabo. L’intera Africa mediterranea si scatena, la Tunisia, l’Egitto, il Marocco e da ultima la Libia intraprendono una lunga e faticosa marcia per la conquista della loro libertà dall’oppressione. Qualcuno ci riesce rapidamente e senza troppe vittime. Qualcun altro non ce la fa a evitare dei morti. Ma la Libia non ce la fa. In Libia c’è un dittatorello puttaniere e ladro, assassino e truffatore che è stato omaggiato prima e osannato poi da un altro dittatorello in guanti bianchi, anche lui puttaniere e anche lui truffatore e ladro. Un poco di buono che tantissimi allocchi hanno deciso di inviare al potere eleggendolo. E’ uno dei capricci della democrazia. Solo che il dittatorello numero due fa il paio con il dittatorello numero uno e si scambiano baciamani, bacia anelli e già che ci sono si scambiano anche le verginelle dei rispettivi harem. Una cosa patetica e anche un pò schifosetta vista l’età dei due capibanda.

Il caso, dicevo, ci si mette di buona lena a spaiare le carte. La radioattività incombente sull’intero globo terracqueo  induce a “pause di riflessione” un governo di beceri ottusi e analfabeti. E sempre il caso smaschera pubblicamente e nel peggiore dei modi la violenta e fratricida sete di potere del dittatorello libico. Non potendo fare altro infatti egli decide di sparare con l’aviazione contro i propri cittadini che insorti chiedevano tre cose, libertà, pane e democrazia.    a4d896f5-20e2-4852-83a3-33778cee326b.jpeg

Tutti si sono arrovellati  per cercare una soluzione. Ma essendo tutti più o meno complici del libico assassino tutti hanno anche tentennato prima di fare di necessità virtù e dar mandato all’ONU. Tutti tranne il nostro paese. In Italia le cose si sa sono sempre più confuse. La sinistra sempre contraria alla guerra stavolta ha deciso di essere favorevole ma soprattutto perché il libico dittatore è un assassino, versione ufficiale. Versione di malpensanti ce l’hanno con il libico perché amico del ministro affarista che vive indisturbato da quindici anni a Palazzo Chigi.

Amico?

Ma come amico? Eh già! Amico, amico di tenda, amico di letto, amico di harem e amico di anello. Gli ha chiesto scusa pubblicamente per l’invasione di cent’anni fa. Come se l’avesse fatta lui l’invasione, come se chiedere scusa potesse cambiare il contenuto di scelleratezze descritte nei libri di storia.

E adesso il governicchio destrorso e sciatto di Berlusconi si sta arrabattando  in ogni modo per fare e non fare, per dire e non dire per guerreggiare senza guerreggiare.

Che deprimente visione.

Un paese senza spina dorsale, senza certezze. Vivo solo per il convincimento di altri paesi che ci riconoscono un territorio e una lingua comune.

Un Paese cui non resta che prostituirsi vendendosi al miglior offerente. 

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Corruzione

Scritto da GUNNAR il 24 Febbraio 2011


Il procuratore generale della Corte dei Conti, Mario Ristuccia, si esprime in questi termini all’inizio del mese di febbraio dell’anno 2011.

La corruzione e la frode, soprattutto nel settore dei contributi nazionali e dell’Ue, sono «patologie» che «continuano ad affliggere la Pubblica amministrazione» e i cui dati «non consentono ottimismi».

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I DATI - Nel 2010 dalle forze dell’ordine sono stati segnalati 237 casi di corruzione (+30,22% rispetto al 2009), 137 di concussione (-14,91%), 1090 di abuso di ufficio (-4,89%). In calo, però, persone denunciate nel 2010: 709 per corruzione (-1,39% rispetto al 2009), 183 per concussione (-18,67%) e 2.290 per abuso di ufficio (-19,99%). In particolare nel settore della sanità «si intrecciano con sorprendente facilità veri e propri episodi di malaffare con aspetti di cattive gestioni talvolta favorite dalle carenze del sistema dei controlli».

Che pena un paese in cui si facciano dichiarazioni pubbliche di tal natura. Che disastro immenso per il futuro di tutti che tali cosa siano così pervicacemente radicate nel tessuto della società civile.

Soprattutto che la pubblica amministrazione sia così indecentemente pervasa da una sistema di connivenze inaudite e indegne di qualsiasi democrazia civile si voglia prendere a esempio.

Da dove deriva tale male, perché di “male” si tratta. Da dove viene tanto lerciume comportamentale, perché tale è. Da dove nasce tutto questo fango vomitevole e disgustoso che alimenta il disfacimento del tessuto sociale?

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Posso pensare ad almeno tre cause che voglio esporre in senso inverso.

La terza. Un inesauribile susseguirsi di governi e amministratori che sembra si diano il cambio a tenere in mano il vessillo del malgoverno.

La seconda. L’inesistenza di una morale civile democratica.

La prima. L’ignoranza diffusa.

 Il governo di una nazione (ma si deve pensare al governo di qualsiasi comunità coesa) è tale se, e solo se, agisce per il bene comune. Il bene comune è tale se, e solo se, esso riguarda tutti - ma proprio tutti - coloro che vivono e si riconoscono in quella comunità. E non ha alcuna importanza quanto questa comunità sia allargata. Così come non ha alcuna importanza sapere che non tutti ne condividano i principi generali. Quelli che non ne condividono i principi sono sempre liberi di esprimersi, di tentare di cambiarli o, in fine, di andare altrove. Si tratta di scelte legittime.

Ora, a chiunque sia offerto di governare una comunità, tocca un compito assai ingrato ma anche assai soddisfacente se i risultati si rivelano positivi e duraturi nel senso del soddisfacimento delle attese  sulla realizzazione del bene comune  e dell’accrescimento del benessere generale. Il grado di benessere diffuso raggiunto è l’indice di quanto il governo di quella comunità sia stato ben perseguito.

Chiunque sia chiamato a governare deve essere pronto al più difficile sacrificio: sé stesso, se ciò serve al bene comune. Non può che essere così e non ci sono scappatoie o mezze misure. Non ci possono essere. Non devono esserci. In caso contrario la comunità è destinata a morire, lentamente forse ma a morire, mentalmente, spiritualmente, economicamente, politicamente, socialmente. Nel corso degli ultimi sessant’anni, con fasi alterne i governi che si sono succeduti si sono dimostrati abbastanza incapaci di creare le condizioni per favorire crescita e benessere diffusi. Qualche cosa è stata fatta, certo. Gli storici futuri potranno esprimersi e raccontarne.

Ma nulla di veramente memorabile i governi hanno fatto  perché si costruissero le fondamenta di un benessere diffuso, di una coscienza civica eticamente sana e di un’economia ricca e solida. Nulla si è fatto. Per imperizia e incompetenza, prima di tutto. Per assenza di lungimiranza e per scarsezza di senso morale verso il compito di governo.

E oggi, specialmente negli ultimi vent’anni di storia patria, la diffusione della bassezza intellettuale, della vigliaccheria d’animo e della pervicace strafottenza egoistica dei governanti italiani, sempre più propensi al compromesso mercantile che alla ricerca di grandi principi da assolvere, dimostra i frutti maturi della più spregevole delle calamità che possa colpire dall’interno una democrazia: la corruzione diffusa. Si tratta di una corruzione i cui effetti peggiori si rilevano nella pubblica amministrazione, come fa notare la Corte dei conti, ma che si dirama in un’infinita serie di rivoli, una rete capillare di piccole e infinitesime forme di comportamenti corrotti e corruttivi.

Se alla luce del sole i comportamenti non sono moralmente ineccepibili ancor più difficilmente lo possono essere al buio.

E i governi agiscono sempre alla luce del sole anche quando credono di essere al riparo dell’ombra.

La seconda causa è semplice: deriva dalla prima. Ne è quasi corollario. La massa delle persone non  ha anima, non ha mente, non ha cervello perché agisce secondo istinto, secondo necessità di sopravvivenza, perché si muove con la coerenza selvaggia degli esseri che mirano solo alla sopravvivenza. La massa è sempre amorfa e cangiante. Essa difficilmente è semplicemente la somma delle singole entità discrete. E ciò in una società è evidente. I singoli, presi  fuori dalla massa agiscono secondo schemi propri, non costretti dalle contingenze generali. I processi imitativi sono circoscritti, spesso addirittura confinati in qualche angolo remoto della mente e si manifestano solo sotto forma di espressioni e di linguaggio più che sotto forma di azioni. Specialmente quando si chiede una minima quantità di attenzione.

Ma i singoli possono essere vittime indifese se messe a confronto con la loro incapacità di analizzare. Se ai singoli si sottrae questa capacità togliendo loro gli strumenti adatti, informazione, conoscenza delle verità indifendibili, certezza e chiarezza delle leggi, pulizia degli argomenti e lucidità delle azioni, essi finiscono con l’agire come massa. Finiscono con il preferire la semplicità del do ut des più elementare invece della complessità delle azioni razionali, dello scambio tollerante delle idee, invece dell’ascolto delle ragioni del prossimo. Anzi ogni singolo-massa  finisce con trovare nel suo prossimo solo un potenziale nemico e null’altro. Solo barrire e steccati al posto di esperienze e ragionamenti.

 Ed ecco l’ultimo aspetto: l’ignoranza diffusa. Il male dei mali. Il peggio di ogni orrore.

monosopracciglio.jpg    L’ignoranza impedisce di pensare, consente alla paura di avere il sopravvento, consente al potere di prevalere, agevola la furbizia, alimenta la diffidenza, uccide la tolleranza, distrugge come un cancro, dal di dentro, ogni comunità, ogni società, ogni democrazia.

L’ignoranza, per come riesco a comprenderla con  i miei mezzi, non solo è assenza di conoscenza  ma è anche eccesso di complicazioni argomentative, capziosità formali ed espressive che, per semplificare, definirò come “bizantinismi”.

L’ignoranza diffusa altro non è che assenza. Un infinito vuoto dello spirito che chiunque ne abbia la forza e la capacità può riempire a proprio piacimento.

Ed è esattamente questo quello che accade. La conoscenza è sempre stata e sempre sarà la peggior nemica della democrazia e la migliore alleata del potere. Tanto più l’ignoranza è diffusa tanto più il potere è arrogante e pretestuoso.

Tanto più l’ignoranza è diffusa tanto più il livello di corruzione (morale e materiale) è alto.

Non è difficile da capire. Dove c’è ignoranza ci può essere solo dipendenza. Il cittadino ignorante della legge deve assoggettarsi alla discrezione del funzionario. Non ha altri argomenti a suo favore e, essendo ignorante, non ne cerca nemmeno. Ma capisce benissimo che può ottenere ciò che vuole ricorrendo al “favore”, all’amico, al parente se dicente potente, alla corruzione, in pratica. Non importa quanto sia impegnativo il livello di corruzione. Sempre di corruzione si tratta.

E il cittadino ignorante non può fare altro che affidarsi a ciò che capisce quando deve scegliere e avendo pochissimi riferimenti ne cerca in giro come fa quando deve avere un servizio. Si rivolge ad altri ritenendoli più competenti. Ma l’ignoranza è diffusa e la confusione anche. non c’è un vero modo per capire da che parte sta la verità, o anche una verità parziale.  Ci si affida ai detti, alle parole d’ordine che fanno eco e restano in mente facilmente, ci si affida ai sorrisi accattivanti, al buon senso spicciolo e contingente, ci si affida alla propaganda di regime, alla ciarlataneria dei furbastri e alla cialtronaggine dei farabutti profittatori. 

Il circolo allora si chiude.

Da siffatta situazione non si potrà che avere una classe di governo pietosamente cialtrona e ignorante. Essa a sua volta troverà la maniera di perpetuare sé stessa alimentando la diffusa ignoranza.

Ci sono solo due modi per governare un popolo depredandone il futuro ai suoi figli: con la forza della dittatura o diffondendo e mantenendolo nell’ignoranza.

In Italia la seconda scelta è stata la più frequente.

Oggi in Italia si ha una sublime forma d’arte di governo dell’ignoranza.

Di questo gli storici avranno di che parlare in futuro. 

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L’ANTIBERLUSCONISMO: UN DOVERE CIVILE

Scritto da GUNNAR il 29 Dicembre 2010


images-7.jpeg       Non ci sono traditori, non ci sono traditi, non ci sono ideali e nemmeno scopi morali.

Semplicemente ci sono venduti e comprati, alcuni sono in saldo, altri sono a carissimo prezzo, altri ancora sono svsnduti come fondi di magazzino.

I costi dello stoccaggio possono superare quelli della vendita e allora si ricorre a svendite e bancarelle con straccetti che sembrano nuovi ma ai capisce che sono stati usati più volte e tenuti in naftalina per molto tempo dopo essere stati lavati accuratamente per togliere le tracce superficiali.

Effetti ottici e distorsioni sonore. 

Il Parlamento è diventato un mercato fatto di bancarelle con assi in legno e sostegni in ferro battuto e tutte sembrano essere conservate sotto un bel “gazebo” di cartone ceratoliberta_informazione.jpg

Comprati e venduti, comprati e venduti, comprati e venduti… è la filosofia della della casa della libertà o se si preferisce della casa “delle” libertà.

E’ il vero problema.

Analizzare, sintetizzare e azzerare il berlusconismo. Quel tipo di ideologia del consumo ad ogni costo, quella forma di aggressiva e indecente di pretestuosa spavalderia che anima solo chi sa di essere impunito e che vuole restarci. Il berlusconismo è già nato ed è già stato ammazzato (più come eutanasia che come contingenza occasionale, più di sessant’anni fa. Ma evidentemente non è stato estirpato. E’ come le erbacce. Ogni tanto occorre ripassare e di nuovo estirpare.

Il fascismo e il berlusconismo solo apparentemente non sembrano uguali. In realtà fatte le debite proporzioni e assunti i debiti riferimenti socio-economici i due regimi sono esattamente la medesima cosa.

C’è uno che crede di avere tutte le risposte e vuole che tutti siano d’accordo con lui. 

e le parole chiave sono solo due: “crede” e “vuole”. 

Il resto è da buttare via.

Che il malcostume sia come la peste, si diffonde per contagio, è vero. 

Ma ci sono gli anticorpi. E nel caso della compravendita dei cervelli e dei corpi se è pur vero che ognuno può avere un prezzo non è altrettanto vero che si lascino comprare proprio tutti. perché allora non staremmo qui a discutere né ad intossicarci con i miasmi di una finta democrazia sperando che qualcosa o qualcuno ci illumini il futuro. 

Il berlusconismo è una pustola dolorosa che tende a creare metastasi. Deve essere estirpata. 

Berlusconi incarna questa malattia meglio di tutti gli altri che fino ad ora si sono succeduti al suo posto, da Merzagora a Fanfani a Craxi. 

A sinistra pure si fanno acquisti in saldo. Vero. Ma non è nella storia della sinistra italiana questo modo di fare politica.  E’ l’occasione del presente che genera mostri e replicanti.

45325mh5modif1hp0.jpg    Forse l’unica cosa che possiamo veramente rimproverare alla sinistra, o a quello che ne resta ora, è la perenne incapacità di decidere in una maniera univoca. Di darsi un progetto fargli seguire un piano d’azione e portarlo a termine. E’ il luogo del continuo ripensamento, è la palude della perenne incertezza, è l’universo dell’indecisione e, soprattutto, è il paradiso delle giaculatorie autolesioniste fatte tutte guardandosi l’ombelico e mai la gente, intendo quella gente che non ha frequentato, per scelta o per impossibilità, le feste dell’Unità. 

La sinistra è il luogo della memoria, del com’eravamo belli anche quando eravamo brutti, del come eravamo forti anche quando eravamo debolissimi. E’ il luogo dell’utopia e non del pragmatismo anche se a parlare di utopia era ed è un male e a parlare di pragmatismo sono buoni tutti anche i più scemi a cui non si nega alcun intervento. Salvo poi, messi alla prova, scoprire che di pragmatico non sanno nulla.

Qualche cattivello potrebbe dire che in realtà si tratta di una sorta di vigliaccheria politica, fare significa scegliere e scegliere significa rinunciare a qualcosa e ciò implica che non ci sono più tessere o amici di partito ma solo programmi e modi di affrontarli e sistemi per portarli a termine. Forse non è socialmente appetibile questo modo di agire, ma in politica le scelte vanno fatte e non solo per decidere con chi stare ma soprattutto per decidere “quando agire”.

Il presente è ciò che conta. Occorre viverlo intensamente. Il bellimbusto di palazzo Chigi lo ha capito vent’anni fa (o forse prima) e adesso che l’età lo metterà al riparo dalla giustizia imperfetta degli uomini, si renderà magnanimamente presentabile nei processi (forse) che ancora gli pendono sul capo e la gente dirà in coro, ecco l’eroe, ha lottato tutta la vita contro i giudici e alla fine quelli ancora lo perseguitano adesso che è un vecchio inerme… Un po’ di pietà, suvvia, non si può negare nemmeno al peggior cattivo del Paese.

 Non riesco proprio a mettere sullo stesso piano la destra di governo ( o meno) con una parte qualsiasi della sinistra italiana, che governi o che non governi.

Buon Anno a tutti voi che con ansia attendete di riveder le stelle

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Chiunque abbia un’etica da proporre

Scritto da GUNNAR il 27 Ottobre 2010


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 La forza del tempo è catastrofica. Oppure eroicamente giustiziera. Chissà.

Non sembrano esserci speranze particolari. Anzi è abbastanza triste costatare che tutte le aspettative sembrano essere deluse, smangiate dall’arroganza e dall’imbecillità congenita dei mostri di potere.

Se il giornalista veduto al potere si permette di istruire una tavola rotonda per chiedere “libertà di parola e di idee” quando egli è il portavoce (nemmeno tanto occulto) di un potere censorio e arrogante allora è proprio del tutto inutile sperare.

e nuove generazioni sono sotto assedio e soccomberanno.

Non temo un berlusconi qualsiasi… ma sono terrorizzato dall’idea che da qualche parte dentro di me ci possa essere un berlusconismo annidato pronto a farsi vivo.

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Un’assessore di provincia, un consigliere di un ente locale, un sindaco… sono solo espressioni di un modo di esercitare indirettamente il potere del capetto di turno.

E in ogni piccolo gerarca di provincia si annida un berlusconi in fasce pronto a manfestarsi in tutta la sua arroganza. Ognuno a battagliare per la sua piccola guerra di potere.

Naturalmente poi finendo con nascondersi dietro alla sfacciata dichiarazione che tutto gli è consentito dal popolo che l’ha scelto, che l’ha eletto. Come se il popolo fosse in grado di “scegliere” qualcosa, come se il popolo avesse una capacità di discernimento meno ottusa di quella di un calciatore davanti ad una telecamera durante un’intervista. Come se i popolo fosse più sveglio del giornalista che fa le domande sceme al calciatore dall’aria ottusa.

Ogni speranza è vana.

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Queste e le altre immagini proposte sono mostruose agli occhi di certi soggetti

Le future generazioni non hanno più futuro.

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L’utilità del fare

Scritto da GUNNAR il 4 Ottobre 2010


Qualcuno ricorderà il governo del fare.   berlusconi-sfiga.jpg   Bene.

Si tratta di fare delle cose: fare strade nuove, sistemare le vecchie, rimettere in sesto i porti, i centri storici martoriati da forme di urbanizzazione selvaggia, clientelare, ignobilmente e visceralmente truffaldina perché chi la casa non se la può permettere continuerà a non potersela permettere e chi ne ha più di una ne comprerà altre mantenendole vuote o affittandole in nero.

Un fare di governo, in altri termini, dovrebbe (condizionale obbligatorio) migliorare la vita dei cittadini, di tutti i cittadini, nessuno escluso. Un sensibile miglioramento non solo economico (anche di poco già sarebbe consolante) ma anche accrescendo il valore del vivere materiale. L’autonomia dei Comuni non dovrebbe travalicare i principi imposti da un governo saggio.

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Il decentramento va benissimo, per certi versi persino una struttura federale è accettabile ma i principi e le linee guida dovrebbero essere non solo condivise secondo la carta costituzionale ma imposte quando ignorate da un governo centrale saggio e lungimirante tutto dedito alla ricerca del benessere collettivo.

Il benessere collettivo è, credo, l’unico vero valore da salvaguardare.

Un simile progetto non è solo condivisibile ma, per sua stessa natura è il solo degno di essere perseguito.

Un simile progetto sarà adattato ai tempi, alla storia contingente, alle necessità del momento. In ciò l’abilità del politico serio. In ciò la dignità del buon governo, la grandezza del sistema politico che nasce vive e cresce nello spirito della democrazia.

Che governo abbiamo in Italia?

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A parte qualche sporadico e isolato personaggio che ci ha provato (fallendo per abbandono, o isolamento, o incapacità di essere lungimiranti, o di trovare il necessario coraggio) la fauna di personaggi che si sono affollati - e che ancora ingombrano la scena politica con la loro immarcescibile presenza - sono l’esatto contrario.

Ammalati di arroganza, presuntuosi e profondamente ignoranti (nel senso proprio), assetati di potere (tanto o poco che sia), feudatari e vassalli in una catena di truffaldina e menzognera autoreferenzialità, incapaci di guardare alle necessità della gente, convinti che i loro elettori li abbiano delegati a mentire e a truffare e a rubare per riempirsi le tasche. 

images-5.jpeg      C’è persino qualcuno che è convinto di passare alla storia come un grande statista mentre è soltanto un piccolo mercante con molti soldi da spendere per comprarsi voti e clienti.

Peccato.

Sarebbe potuto essere un Paese grande e bello e soprattutto elegante e onesto. Invece è solo una piccola provincia oscura di un impero che sta crescendo altrove.                       liberta-2.jpg

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donne

Scritto da GUNNAR il 20 Marzo 2010


E per ora mi limiterò a dire che non cercherò minimamente di allonatanarmi dai consueti luoghi comuni. Non ne vale la pena.  

E poi perché farlo? Le donne invogliano ai un luoghi comuni per definizione. Altrimenti perché parlarne.  

Tuttavia voglio fare una premessa che mi sembra non solo doverosa ma necessaria.  

Non sono critico verso le donne più di quanto non lo sia nei confronti di qualsiasi altro essere umano che agisca anche inconsapevolmente in modo stupido oppure che agisca in modo stupido per scelta.  

Tutti abbiamo diritto ad un po’ di comprensione e a un po’ di attenzione. Ma averne diritto è un conto pretendere la totale e assoluta dedizione è ben altra cosa.Fatte le necessarie premesse dirò delle donne. Sono solo apparentemente fragili. La storia del “sesso debole” è, per l’appunto, una storia. Direi che è una mitologia. Anzi aggiungerei anche che non c’è alcuna forza più dirompente di una donna determinata a creare problemi, a distruggere chi voglia ostacolarla, a ridurre la tranquillità in tragedia quotidiana e ad ergersi a giudice prima e carnefice poi delle altrui debolezze.

Ogni donna sa che ogni uomo ha bisogno di averne un pò intorno. Non ho mai conosciuto un uomo che fosse disinteressato alle donne al punto da poterne fare ameno del tutto e senza ripensamenti. E gli omosessuali?, mi si domanderà. Anche loro hanno bisogno delle donne perché devono avere un metro di confronto psicologico e anche perché devono adeguarsi. Per esempio devono avere un minimo di spazio per spettegolare di qualcosa.

E se qualcuno crede che spettegolare sia un luogo comune tipicamente utilizzato per identificare l’universo femminile ebbene è vero.

Lo è.

E ci sarà pure una ragione.Il fatto abnorme è che i luoghi comui sulle donne sono elementi di prova e non atti di denigrazione o di diffamazione.Vero che lo sono anche i luoghi comuni sugli uomini. Assolutamente vero. Ma ora parliamo delle donne e quindi gli uomini li consideriamo come parte della cornice.

 

La suocera.   funnyman_masks_055.jpg

 

 

Essa è una figura mitica. E’ l’elemento unificatore tra il male trascendentale e l’ostinazione cosmica. Essa vive in funzione del danno che riesce a provocare nella “nuova” famiglia che pure ha contribuito a creare. Ella “deve” creare una nuova famiglia perché ha nei suoi geni la necessità di protendere la specie verso il futuro. La suocera è una categoria dell’arte: si manifesta con tutti i risvolti dell’orrore in forma artistica e non importa quale sia l’arte di riferimento.

Cerchiamo di fare chiarezza. Prima di essere suocera è stata bambina, giovane donna, moglie, madre… quindi suocera. Ha attraversato tutta la serie delle formalità creative. Se sia ciò che diventa per effetto dell’influsso del mondo maschilista becero e infantilmente cattivo in cui vive o se invece lo sia per effetto di una forma di volontà creativa del fato non è dato di sapere. E in fondo non interessa saperlo. Tanto saperlo non cambierebbe di una virgola il destino del genero o della nuora.

 La bambina cresce in un ambiente in cui Più o meno ogni cosa le è dovuta.   bambini-01.jpg                                                                La giovane donna si rinvigorisce nella consapevolezza di poter avere gli strumenti per dominare gli imbecilli. Peccato che poi finisce con il credere che siano tutti imbecilli e non riesca più a fare distinzioni serie. La donna, ormai matura, o è già diventata un po’ androgina ed esplicita dominatrice quindi non ha bisogno di un uomo essere umano ma solo di un fuco o di uno stallone per passatempo. Oppure ha fatto esplodere la sua femminilità all’estremo ma deve contenerla entro i limiti della sociale decenza e allora cerca un compagno che diventi marito sperando che sia il meno peggio che le possa capitare.    aphroditeerosscudder-l.jpg                     Tutto il resto è una susseguirsi di adattamenti successivi in cui o riesce ad essere soddisfatta e riterrà convenientemente raggiunta un mèta oppure non è soddisfatta e riverserà tutte le responsabilità sul cretino che le sta di fianco. A lui attribuirà gran parte della sua insoddisfazione, della sua frustrazione, delle sue aspettaative mancate.Intendiamoci. Non che ciò non sia possibile. Certo che lo è. Certo che l’uomo spesso sia un cretino nei modi e nelle scelte e renda la sua presenza pesante e mutilante in una qualsivoglia forma di comunicazione. Il fatto però è che lei poteva anche evitare di affiancarlo. Di stargli addosso, di spingerlo a riconoscerla come compagna.                                                                                   eros.jpg    Voglio dire che non esisterebbero i padroni se nonci fossero persone disposte a farsi schiavizzare.Se è vero, come sembra, che le donne dimostrano alla lunga una maggiore capacità di adattamento e una migliore forza intellettiva come mai restano il più delle volte a guardare?, Come mai si fanno sottomettere, come è possibile che non si liberino del giogo del maschio scemo? E soprattutto, come mai non gli impediscono di esercitare in maniera così dannatamente e perniciosamente dannosa un potere sociale ed economico sull’intero pianeta?      berlusconi-sfiga.jpgCredo che se le cose stanno così non è solo perché gli uomini siano prepotenti, violenti, bruti, stupidamente avidi di potere e immarcescibilmente votati all’autodistruzione. Credo che una buona fetta di responsabilità sia nelle mani delle donne che lasciano fare

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Illusione di giustizia

Scritto da GUNNAR il 9 Dicembre 2009

Una falsa giustizia è come illusione ngiustizia.images.jpeg E’ esattamente così. Mi si creda sulla parola.                               Tuttavia, e senza voler cercare di difendere alcuno occorre anche aggiungere qualche dettaglio che non viene elargito al pubblico dominio perché assai scomodo.D’altro canto in tema di giustizia se ne sa veramente poco oltre ciò che qualcuno (governo ladro) vuole far sapere.Ma i fatti stanno in questo modo.CI sono le leggi. Esse vengono fatte dal Parlamento. Talvolta dal governo anche senza specifica delega. C’è chi deve accertare la violazione della legge. E’ il giudice che altro non fa che convincersi delle prove che il pubblico ministero raccoglie per lui. E il pubblico ministero si serve di operatori (malissimo pagati e molto poco rispettati) per raccogliere le prove che egli poi assembla per farle esaminare al giudice.In aula di giudizio il giudice ha tanto peso quanta gliene consente la legge sulla base delle prove dimostrabili.                                             Dunque, per quanto la si voglia rigirare il “libero giudizio” del giudice non esiste. Esiste il libero convincimento del giudice che però non è legittimo in aula. Mentre è legittimo solo il suo giudizio motivato, sentite le parti e visti gli atti. Inoltre in assenza di un accertabile e motivato convincimento egli non può far altro che “leggere” la legge e applicare la sanzione.                   Fine.                          E se ha qualche dubbio ed è onesto assolve.                                                    Se disonesto segue l’istinto dettato dalla sua personale sopravvivenza come funzionario dello stato (di diritto?).                                                                                      Poi ci sono gli avvocati.1213690847.jpg Essi sono una classe di parassiti assai speciale. Vivono delle altrui disgrazie e sono come le sanguisughe. Se non hanno clienti se li vanno a cercare e se non ne trovano li creano.Sono tanti. Sono ovunque e prima del “berlusconismo” erano nelle pieghe del sistema. dopo sono entrati nel sistema stesso condizionandolo in maniera direi irreversibile.             Attenzione alle parole.    parole_di_pietra1.jpg                 Non si deve negare la difesa all’accusato. Ma si deve impedire in sommo grado che tale difesa prevarichi la necessità di ottenere una sentenza in tempi ragionevoli. Si deve impedire che il colpevole non paghi o l’innocente paghi per un errore altrui.Per esempio per un errore del sistema di amministrazione della giustizia.Nel sistema anglosassone il diritto è amministrato nel nome della legge e la legge tutela prima di tutto l’interesse della collettività, quindi soprattutto rende economicamente sostenibili i costi della giustizia per l’intera comunità e per i singoli coinvolti. E gli avvocati non creano artefatti perché il giudice ha il potere di impedirlo e perché il sistema gli da la facoltà di farlo.Il fatto che ci possano essere errori (o che ci siano errori) è fisiologico. Ma nel nostro Paese per non commettere errori si fugge dalle sentenze rinviandole sine die, oltre ogni sopportabile senso logico e umana forza di comprensione.  stub_mitologia_greca.pngVittime di questo sistema sono tutti.                                    Tranne coloro che foraggiano il sistema e gli avvocati che lo regolano. Anzi che oggi lo governano.Una nota finale che vale come una ciliegina.             Nel diritto anglosassone la bugia detta, in pubblico, davanti al giudice, o alla polizia che indaga o al semplice pubblico funzionario che fa accertamenti è esattamente equivalente ad una ammissione di colpa.                                      klimt_atena.jpg               La bugia, la menzogna, il falso sono perseguiti e strocati ogni volta che vengono accertati.                      Nel nostro sistema mentire è non soltanto ammesso ma addirittura incoraggiato dalla legge che lo ammette come legittimo atto di difesa personale. Codice alla mano.                                                              bella20catene1tc1.jpg         Il nostro sistema giudiziario così non potrà mai funzionare anche se le corti e gli uffici saranno ricchi di personale, efficienti e informatizzati e dotati di persone che non hanno solo la laurea ma anche il cervello.

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L’ultima libertà trovata… è stata appena perduta.

Scritto da GUNNAR il 8 Agosto 2009

353919main_image_1377_1024-768.jpgVendiamo se ho ben compreso il senso della questione.

I ricercatori di tutto il mondo ebbero modo, ad un certo punto, di provare e condividere l’efficacia di un prodotto che serve a bloccare il “concepimento” presunto allorché una pulzella datasi da fare senza cautele oppure (in alternativa) “costretta suo malgrado” (leggi alle voci “stupro”, “violenza sessuale”, “reato contro la persona a scopo di libidine” ecc. ) decidesse di prendere a posteriori delle cautele per evitare un concepimento indesiderato o addirittura imposto con violenza.

La fanciulla (bambina, giovane donna, signora di mezz’età o attempata matrona che sia) si trova nella poco piacevole situazione di presumere una “possibile gravidanza inopportuna” e può finalmente evitare ulteriori danni, psicologici, materiali, fisici, economici e chissà cos’altro semplicemente prendendo una precauzione: manda giù una pillola e tecnicamente impedisce la fecondazione in caso di ovulazione. Si badi bene non ricorre il caso di un aborto (lecito o meno che sia) ricorre una precauzione a-posteriori. Un po’ come se dopo una gran festa con annessa scorpacciata si prendesse del bicarbonato per evitare le conseguenze di una presunta indigestione. Ovviamente non voglio paragonare la pillola antifecondativa al      bicarbonato.

                             berlusconi_dito-medio.jpg         Anzi… a pensarci bene invece lo voglio.

E non sono interessato ai giudizi dei moralisti d’accatto o dei moralisti fanatici. I primi sono quasi tutti in parlamento i secondi sono quasi tutti in vaticano.

Cosa si fa in un qualsiasi Paese evoluto dove il “cittadino” ha la tutela della sua autodeterminazione e gli si rende la vita semplice per potersi dedicare alla salute dello spirito e al benessere della sua vita materiale? Si favorisce una simile pillola in tutti i modi. Si fa campagna educativa nelle scuole e si sensibilizzano le famiglie affinché accettino il caso e la necessità di situazioni spiacevoli o imprevedibili con l’intelligenza associata alla conoscenza del presente. Poi si liberalizza la pillola in questione e la si vende anche nei supermercati insieme ai pannolini e alla maionese.

E’ solo un altro prodotto della moderna società. Un prodotto che ha uno scopo, un prodotto che serve a qualcosa di utile e che forse può evitare tragedie a futura memoria.

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Ma soprattutto è uno strumentodi liberazione dalla paura. La pura del peccato, del giudizio, della condanna e della gogna. Ma è anche la liberazione dalla paura di dover soffrire quando si è già sofferto abbastanza e si sa di non poter accettare altra sofferenza.

Invece da noi cosa accade? Si fanno interrogazioni parlamentari, si boicotta la pillola si fa obiezione di coscienza anche da parte dei farmacisti, bieca e orrenda categoria di medici falliti e mercanti arrivati.

Poi si alimenta una propaganda di stato facendo scrivere a giornalisti prezzolati e incompetenti articoli indecenti contro donne che vorrebero scopare ma senza pagare lo scotto di tenersi un figlio. Come se fosse affare loro (dei giornalisti o dei parlamentari intendo)

Invece di accudire i cittadini questi farisei di parlamentari e invece di difendere la libertà di scelta individuale, questi cialtroni di giornalisti, fanno esattamente il contrario: difendono il rito della sudditanza, controllano l’istanza del sovrano e alimentano la sua inestinguibile fame di potere che tutto vuole controllare nei minimi particolari.

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Auguro a tutte le donne libere di pensiero e a tutti gli uomini che riescono ancora ad avere un pensiero libero, una nuova alba in cui la loro volontà sia davvero la loro volontà e non quella pilotata da qualcun altro.

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La sentenza Mills e un presidente del consiglio privo di senso del pudore

Scritto da GUNNAR il 20 Maggio 2009

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Dopo che alcuni giornali hanno messo in rilievo ciò che tutti sapevano da molto tempo, e su cui per l’ennesima volta la magistratura indagava, ma che nessuno osava esprimere, ecco puntuale la dichiarazione di Berlusconi in conferenza stampa all’Aquila e riportata dalla stampa di oggi 20 maggio 2009.

Ho annunciato questa mattina la mia intenzione di fare un intervento in Parlamento sulla sentenza Mills e, appena avrò tempo, lo farò. In quella sede dirò finalmente quanto da tempo penso a proposito di certa magistratura“.

E quindi subito afferma che si tratta di “una sentenza scandalosa e contraria alla realtà, in appello sarò assolto. Questa opposizione sconfitta sul piano delle cose concrete si attacca a cose di questo tipo come già fatto in passato in modo vergognoso sulle veline che non sono mai esistite“.                       svberlusconi_wideweb__470x3120.jpg

Non è una cosa aboniminevole per la società, per la dignità di un Paese, per tutti i cittadini che vivono entro i suoi confini, per ogni istituzione degna di questo nome, che un presidente del consiglio continui a credere che tutto gli deve essere permesso? Che tutto gli è dovuto? Che tutto debba essere a sua disposizione sempre e comunque?

E non è indegno di un Paese civile che la gente non voglia trovare il coraggio di ribellarsi a tanto oltraggio.

Io mi sento offeso personalmente dalla presenza al governo di un simile personaggio.

Ritengo che la mia esistenza di cittadino sia messa in serio pericolo da quest’uomo e dalla sua innegabile voglia di protagonismo. Credo che sia pericoloso e credo che i suoi alleati più sodali lo siano quanto lui.

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Occorre resistere a oltranza contro questo sfacelo. Occorre impedire in ogni modo che i nostri figli paghino per gli errori e la stiltezza di un uomo solo e per di più arrogante e strafottente.

Ma la cosa peggiore di tutte è il fatto che sia un mentitore dichiarato. egli mente su tutto, sapendo di mentire e convincendo chi gli vuole stare intorno che siano gli altri a mentire.

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Peccato che “gli altri” non hanno nulla da difendere se non la prorpia esistenza e la prorpia libertà mentre il Presidente del Consiglio deve difendere solo il suo portafoglio.

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La narcosi di chi sta a guardare…

Scritto da GUNNAR il 18 Maggio 2009

Monza, martedì 5 maggio 2009

La narcosi di chi sta a guardare è molto simile alla fede di chi si sottomette ad un credo e non si pone domande giacché conosce tute le risposte.

Cosa regge ogni processo di crescita umana?

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Qual’è il fondamento essenziale senza il quale non è possibile parlare di evoluzione, di sviluppo, di comunicazione, di libertà di pensiero?

Non ci sono molte risposte.

Raccolte le informazioni necessarie sembra che di risposte ce ne sia una sola: la conoscenza.

Ricordate? L’albero della conoscenza,la mela, il frutto proibito? Il libro delle religioni monoteistiche, quelle della verità rivelata, quelle del dio unico creatore di ogni cosa e detentore di ogni certezza e di ogni verità si esprime con chiarezza su una sola proibizione: la vera proibizione assoluta da rispettare e la cui violazione è distruttiva per il semplice fatto che rende gli umani capaci di “conoscere” ed è la proibizione di cercare di conoscere.

Ci si può domandare quale conoscenza? Non certo una conoscenza in particolare, ma la conoscenza. Quella generale che abbraccia ogni cosa e che rende possibile esprimere un giudizio, che rende opinabili le verità rivelate, che esprime dubbi prima di arrivare a conclusioni apprezzabili. La conoscenza, in definitiva non ha limiti, non si può arrivare ad un certo punto e dire che la conoscenza è finita, che da quel momento in avanti non si può più conoscere.

logo_acc.gif    Un gradino di conoscenza implica che ce ne sia un altro da salire. E non ci sono limiti. O, se si preferisce, l’unico limite è nella capacità umana di apprendere. Il vero limite è nella mente degli uomini. Sono essi stessi i soli che possono superare i propri limiti.

Da epoche oscure e remotissime la vera lotta è una lotta di potere.Da un lato la vita e la conoscenza. Dall’altro la morte e l’ignoranza.

Da un lato chi sa, o crede di sapere. Dall’altro chi non sa e si convince di non dover sapere.

Di là quelli che sanno e usano il loro sapere. Di qua quelli che non sanno di non poter prendere decisioni libere perché non hanno abbastanza informazioni, perchè le informazioni che hanno sono poche e mal costruite oppure sono finte e artefatte.

Dunque il destino, la vita stessa, dei secondi è semplicemente nelle mani dei primi.Anche quando i primi sono ben disposti e tolleranti verso i secondi, la loro forza li rende crudelmente manipolatori, fisicamente superiori, materialmente vincitori. La loro sopravvivenza nel tempo e la loro eredità genetica è di gran lunga più certa. La conoscenza è il primo strumento che crea l’abisso tra chi può scegliere e chi deve sottoporsi a scelte altrui.

Tra chi sopravvive e chi soccombe. Tra chi ha il potere e chi lo deve subire. È come mangiare la mela dell’albero della conoscenza nel giardino dell’Eden

In estrema sintesi la mela non deve essere mangiata. grand_logolasorbonneiv.gif

Ma perché lasciarla a portata di mano allora? Perché è il limite?

Il limite costituisce il punto di non ritorno. Ci si può anche approssimare, ma non lo si deve valicare. Valicare il limite significa mettere in discussione il potere. Significa mettere in discussione la necessità di soccombere sempre e comunque.Significa anche una scelta indipendente. Ma ciò non può essere tollerato.Dunque il fondamento del potere è intimamente collegato alla fede. La fede implica ignoranza. La fede è nemica della conoscenza. La fede implica sudditanza, sottomissione, auto-esclusione, prigionia mentale prima che materiale e fisica.L’uomo o la donna che hanno fede dicono di non aver bisogno di altro che di credere in dio creatore e onnisciente. Essendo tutto in lui e da lui tutto deriva non serve altro che la sua parola a cui credere. Ma non potendo avere la parola di dio (dio non parla agli uomini) ci si accontenta di credere nelle parole scritte da altri che dicono che altri ancora hanno sentito la parola di dio attraverso le azioni di dio che si sono manifestate in forma fenomenica per destare la loro meraviglia.Una barriera separa il potere di dio dagli uomini e non è la materialità giacché essa è una emanazione di dio e, quindi, facilmente superabile da dio stesso.Si tratta di una barriera cerebrale. È la barriera per definizione. La barriera oltre cui mai un umano potrà andare in quanto rappresenta il limite tra il conoscibile e l’inconoscibile.Il ragionamento è più o meno il seguente:Io sono limitato nel tempo e nello spazio. Alla fine della mia vita io non esisto più ma il tempo non si esaurisce con me. Altri verranno dopo. Ma che ne sarà di me? Cosa accadrà della mia storia, dei miei ricordi, delle mie esperienze, della mia fatica fatta per tuta l’esistenza? Come può accadere che io nasca e viva solo per diventare pasto per vermi? Come può accadere che tutto il vivere della mia esistenza si esaurisca in un refolo di respiro e non resti null’altro che un mucchio di terra da concime? Non può essere e quindi deve esserci qualcosa “dopo”.Un dopo impreciso e volutamente incerto e indescrivibile. Ma chi ha fatto il “dopo”?

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Ecco il potere. Esso si manifesta nell’atto sublime della creazione. Il dopo l’ha fatto qualcuno che lo conosce, e che conosce anche il prima e il sempre. Una simile entità non può che essere immortale, infinita, onnisciente e onnipresente. Non può essere che un dio.

 

E se è così come si fa non credervi? Come sarebbe possibile dubitare?Soprattutto si immagini il momento in cui il dio si è affermato nella mente degli esseri: si tratta di un’epoca in cui gli dei popolavano le terre e i mari e i monti. Divinità che da concrezioni solide o aeriformi o liquide si erano andate trasformando via via in entità antropomorfe assumendo sempre con maggiore consistenza la materialità umana come struttura riconoscibile.

 

Ad un certo punto della storia gli uomini non hanno potuto tenere più il conto delle divinità ma soprattutto non hanno più condiviso con esse la fallibilità, l’errore, la mancanza di giustizia, l’assenza di un’etica del fare. Probabilmente in coincidenza con il rimescolarsi delle forze economiche e politiche che andavano trasformandosi all’interno della struttura dei popoli.Più l’economia era incerta al tramonto dell’impero di Roma e più si sentiva il bisogno di instaurare una forma più sicura di vita, magari più povera, più semplice, più sottomessa alle condizioni esterne, casuali e capricciose, ma almeno più moralmente ineccepibile. Occorreva un elemento che catalizzasse l’insieme delle condizioni di incertezza e le focalizzasse sul comportamento di una società in via di disfacimento per poterla preservare dall’autodistruzione.Occorreva spostare l’asse del potere. Occorreva spostare le linee di controllo dallo scranno imperiale al soglio papale. Ci sono voluti alcuni millenni ma il gioco è riuscito perfettamente.Non si tratta di convincimenti storiografici. Non possono esserlo.Forse, in futuro, gli storici di un’epoca post-religiosa si faranno garanti di decidere sulla concretezza di tali ipotesi.Tuttavia non ci sono molti dubbi, oggi, agli occhi di un laico, sull’entità del potere, esercitato attraverso il controllo assoluto della mente, di quel geniale meccanismo di sopraffazione che è la religione. Meglio se di tipo monoteista.Come può collegarsi con il potere temporale? Semplicemente attraverso l’esercizio di un tacito patto. Un patto che talvolta non è nemmeno tacito.Il politico di turno che voglia esercitare il controllo non ha altro vero strumento che cercare qualcosa di molto simile al consenso. L’alternativa è la violenza pura e semplice. Ma senza ricorrervi non si può fare a meno di una quota di consenso ed esso può essere ritrovato solo attraverso il controllo dei comportamenti a sua volta controllati dalla convinzione che si tratti di comportamenti socialmente accettabili e sincreticamente condivisi. Pena l’esclusione, l’ostracismo, la messa al bando, l’esilio, l’isolamento, l’impossibilità di esprimere la propria libertà di azione sotto molteplici sfumature.  Allora il potere (quello che si vuole mantenere) per poter essere forte e prolungato nel tempo deve creare un sistema di relazioni fondate. Qualche forma di fede con annessa barriera insuperabile. Basta l’esclusione per generare la paura di sentirsi condannato? È sufficiente la paura di una forma di isolamento sociale, la povertà economica, la povertà delle relazioni, per sentirsi vincolati alla fede cieca nel dio creatore eterno?

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Forse no.

Forse non è sufficiente.

Ovvio, che una qualsiasi fede non si mantenga per il semplice fatto di essere data da una verità rivelata. Occorre un catalizzatore, uno strumento che sia coercitivo ma che non lo sembri, occorre innescare una paura profonda che è tanto più profonda quanto più la mancanza di conoscenza è assoluta e irreversibile. La paura è il secondo strumento del potere.

Ogni religione monoteistica stabilisce il radicamento della paura nella diffusione e nel mantenimento della verità rivelata e nella diffusione di una certezza: un mondo ultraterreno eterno in cui la felicità nasce dall’essere stati sottomessi da vivi e l’infelicità se da vivi si è cercata la ribellione.Un mondo in cui la morte sia liberatoria. Ma un mondo a cui si possa accedere solo se la vita è stata rifiutata perché ci si è adattati, ci si è sottomessi, ci si è lasciati schiacciare dal controllo di qualcuno che parla per bocca di un terzo a cui si riconosce una legittimità senza controlli.Il sacerdote parla in nome del dio. Il potente politico parla in nome della verità del popolo.Ma, come ognun sa, il popolo non parla. Al massimo urla.E come chiunque può controllare ogni sacerdote parla per sé e non certo per dio. Se non fosse così ogni sacerdote si replicherebbe all’infinito a meno di non credere che dio cambi idea e dica cose diverse ad ogni omelia o ad ogni cambio di pulpito. Da ciò deriva che chi si sottomette rinuncia a cercare la conoscenza nella vita materiale per ottenere mielosa felicità - dopo la morte - nella vita immateriale.Curioso e singolare che i più fervidi credenti oggi siano spesso anche i meno volenterosi a rinunciare alle comodità della vita terrena.Ne deriva, per logica sequenza, che chi rinuncia a sottomettersi in vita è destinato all’eterna sofferenza.La paura che, presumibilmente all’inizio del processo di indottrinamento, è imposta con la violenza delle esecuzioni, dei processi, delle condanne pubbliche e delle maledizioni feroci, è andata via via sedimentandosi diventando una nascosta enclave genetica. Nella cultura antropologica dell’occidente la morte rappresenta la paura estrema ed è con tale paura che inizia il cammino terreno e con tale paura si vive tacitamente fino alla fine.Una paura che viene trasmessa attraverso una cultura deformante e catechizzante fin dall’origine dell’apprendimento con più forza di quanto non possa essere trasmesso il colore degli occhi o il colore dei capelli. Una paura del tutto inconsistente e per questo motivo inalterabile, indeformabile, inattaccabile.    

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Si può disinnescare la paura? Può essere resa attaccabile e smontata fino a renderla semplicemente un fenomeno come i molti che si possono misurare e con cui si può convivere senza rendersi l’esistenza un baratro di infinita infelicità?

Anche in questo caso si deve individuare un controllo uguale e contrario negli effetti e che faccia in modo di sostituire l’ignoranza con una conoscenza vera, la conoscenza del mondo, dei fenomeni e degli accadimenti che si modellano sulle azioni degli umani. Ma non basta la conoscenza da sola. Occorre anche bilanciare il potere del tempio e del trono per potere esercitare il frutto della conoscenza stessa. E per far ciò occorrono molti sforzi, una diffusa e capillare disciplina destinata a bilanciare la paura attraverso la diffusione di ragionevoli dubbi sulle verità rivelate e diffondere le certezze sulle verità pragmatiche, prometeiche. La verità del caldo e del freddo, dell’espansione e della contrazione, del pulsare della vita e del freddo della morte. La verità dell’esistenza materiale, la verità della parola che trasmette conoscenza e non della conoscenza che si fa parola.

Al contrario di ciò che si è soliti pensare (si tratta di un pensiero indotto ovviamente) il dubbio non implica paura, semmai implica la necessità di affinare la conoscenza. Implica la necessità di avere molte più informazioni disponibili, si tratta di eliminare di volta in volta il moltiplicarsi di ramificazioni sterili.La conoscenza è potere e può anche essere un potere buono.Il potere è la facoltà di prendere delle decisioni utilizzabili e finalizzate alla ricerca di una serenità materiale, una felicità mentale. Ma allora ogni volta che si parla di potere si parla implicitamente di una lotta di tutti contro tutti? Sarebbe un inno alla guerra infinita.

Ovviamente non è così. Questa è l’oggettiva visione che viene costruita e inculcata da sempre proprio per tenere lontano il vero progetto di vita. E ribadisco progetto dal momento che mai si è voluto renderlo vero attraverso una sperimentazione materiale. Ma lo si è tenuto ai margini della conoscenza per la parossistica voglia di impedire che il controllo venisse meno. O meglio per impedire che il controllo cambiasse di mano. Si tratta di una cosa abbastanza semplice da dire tanto quanto difficile da diffondere. La paura che persiste la rende semplicemente inverificabile. Una volta che ho la conoscenza non devo far altro che utilizzarla per rendere la mia esistenza gradevole.

Ciò che ne nasce è un benessere fisico e mentale. Non vivendo isolato non posso fare altro che stabilire condizioni paritetiche di benessere con i miei simili. 

Tutti gli umani hanno uguali condizioni di conoscenza primigenia. Dunque tutti gli umani possono accedere alle stesse fonti e allo stesso sapere. Ognuno per la parte che ritiene più utile alle sue scelte. Ognuno per la forma di vita che ha deciso di seguire.

Quando la paura si affievolisce (o scompare) non esistono motivi che impongano scelte obbligate. Non si creano luoghi di malessere, non vi sono più le condizioni di sudditanza o di sopraffazione perché non servono, non aggiungono e non tolgono nulla a quanto già si può ottenere semplicemente scegliendo cose o condizioni diverse. 

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Il limite

Scritto da GUNNAR il 8 Marzo 2009


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Il limite sembra raggiunto. non si hanno notizie che ci siano alternative in vista. Il fondo dei fiumi diventa purpureo quando si colora del sangue dei vivi.  a-cerchiata-1967c.jpg                   Ricordate? “lasciate ogni speranza o voi ch’entrate“? Ebbene è esattamente lo stato d’animo che pervade il mio quotidiano vivere. Da una sponda all’altra del mio giorno passo con certezza sempre crescente da una inquietudine velata, ad una disperante immobilità della mente. Sono certo che nulla potrà più tornare come prima.

Non per me.

Non ne sono capace.

E più imbelli e stupidi politicanti d’accatto chiedono sorrisi e allegria e più l’animo mio s’indebolisce e si immalinconisce.                                            Ricordate “ALLEGRIA”? Parola di continuo redenta da quel buontempone di Mike Bongiorno?. Ricordate come fosse divenuta un tormentone per le menti meno accorte? Ricordate come tutti si sentissero più contenti non appena un furbacchione (magari pagato in anticipo, non lo sapremo mai veramente) vinceva qualche milioncino televisivo, ecco risuonare come un’eco quella parola… “ALLEGRIAAAA!” con un roteare di braccia e un ridere continuo di tutti su tutto a rimarcar le gesta epiche di un risponditore (o un a risponditrice… ahi ahi ahi … signora Longariiii ahi ahi mi ha sbagliato la parola della sua fortuna….) in cabina. bocca_verita.jpg

Ricordo bene quel continuo invito al riso, quell’insistere anche inopportuno ma sempre pressante a ridere, a sghignazzare, in realtà. Qualcosa che in sostanza voleva significare una cosa sola: la sofferenza è un’illusione della mente. Bisogna convincersi di essere felici e ciò contribuirà a nascondere la fame, il bisogno, il dubbio, le sensazioni spiacevoli. La maschera è tornata. Metti la maschera del riso e nessuno saprà che dietro stai piangendo. Perché se qualcuno dovesse sospettare la tua sofferenza saresti bandito, allontanato dalla comune. saresti additato come nefando surrogato di mestizia. saresti un portatore di sfortuna.                                                                                                                                                        Bisogna pensare positivo. Non per la forza dell’animo battagliero. Bisogna essere sorridenti sempre e comunque altrimenti si parte sconfitti. E gli sconfitti non meritano la vita.  etica.jpg

Gli sconfitti sono di pelle scura, sono poveracci, dormono sulle panchine e da quelle vengono scacciati, gli sconfitti sono del sud, sono mal vestiti, hanno addosso un odore acre di vecchio e di rancido. Gli sconfitti non hanno la vasca da bagno, anzi forse non hanno neppure il bagno. Gli sconfitti non votano, non lavorano, oppure hanno lavorato e non lavorano più, e non c’è modo che possano riprendere a lavorare perché altri premono dietro per non essere sconfitti anzi tempo.              Gli sconfitti son quelli il cui destino è stato scritto da altri.                 Gli sconfitti sono quelli che sono diversi e che non sanno di esserlo pretendendo uguaglianza e giustizia. Gli sconfitti hanno fame.                                                                    Hanno qualche malattia, hanno bisogno (non importa di cosa). Essi non sanno ridere. Ma come si permettono di chiedere se non sanno ridere.Gli sconfitti appena possono sopravvivono troppo a lungo per essere ignorati e allora per essi si creano appositi luoghi in cui farli stare. Sono Luoghi estemporanei, precari, approssimativi, dove il tempo non passa nel modo giusto. Sono luoghi in cui non c’è storia, in cui non c’è forza vitale.              Sono i luoghi in cui è vietato ridere perché sarebbe un sacrilegio nei confronti di tutti i Mike di questa terra.                 expose1coverhz3.jpg            Il limite è giunto. Ma subito esso si allontana. Sembra che una risata sommergerà ogni cosa. Si dice così in giro.                                                                                                                                                          Un saluto a tutti i critici che hanno una mente dentro cui sorridere.

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Conformismo

Scritto da GUNNAR il 3 Marzo 2009

                                       cologno1.jpg            Si naviga a vista.      

Conformiamoci, dove stanno andando quelli andiamo anche noi così almeno non ci perdiamo. E’ importante non sbagliare strada che se accade si perde tempo si sprecano energie, ci si rimette di tasca proprie a e nessuno ci darà mai una mano.

E’ questo che mi sta ripetendo untale che viaggia con me e che mi chiama amico. Ha un’idea abbastanza deviata della parola amicizia. Direi che è un’idea di tipo berlusconiano. 

Comunque è un pensiero dilagante, il conformismo è una malattia molto italiana. Forse c’è del conformismo anche altrove nel mondo ma da noi ha assunto proporzioni patologiche soprattutto per il fatto che è del tutto paradossale nelle use manifestazioni. Non solo è un conformismo di genere massimalista ma è anche un conformismo camaleontico. esso si modifica come tira il vento. Oggi si è tutti conformisti sulla scelta economica della destra domani, repentinamente, si diventa conformisti sulla scelta opposta.

Ricordate gli italiani e i tassisti nella fase ascendente del precedente governo? erano tutti contro i tassisti conformemente tranne quelli che li appoggiavano per cavalcare la tigre dalla sponda opposta.

Oggi non ne parla più nessuno e i tassisti fanno esattamente quello che facevano prima, tirano a fregare il cliente. Ma nessuno se ne accorge perché il conformismo si è spostato sui delitti di cronaca.   numb2.jpeg

Avrete notato quanto conformismo trabocchi dalle melliflue e incoerenti deviazioni linguistiche del Vespa nazionale? Egli è la quintessenza del qualunquismo servile quasi quanto lo è Fede. Ma quest’ultimo è contadino e bottegaio nella sua devozione all’Unto. Mentre Vespa non ha padroni, egli serve il padrone di turno, egli vive solo per servire il padrone di turno e sa come agire per cambiare campo in tempo per essere conformista di nuovo conio.

Oggi sta nascendo un nuovo conformismo. Il conformismo della critica a sinistra. Si stanno uniformando in molti, quelli che erano contro la sinistra lo sono ancora ma con maggiore rilassatezza dal momento che non ne temono rigurgiti. hanno tutto sotto controllo e poi c’è LUI che vigila e zampetta lungo le vie di Pescara inseguito da affannate guardie del corpo che si capisce che non ne possono più a stargli dietro tanto è arzillo.

Oggi chi è stato contrario al berlusconismo (e a Berlusconi stesso per ciò che è  che rappresenta), spesso si pone anche (o forse soprattutto) contro la sinistra. Perché?

Forse perché non riescono a distinguere nella nebbiosa fumeria delle dichiarazioni occasionali, un vero progetto, un progetto che sia alternativo, che sia fattibile, che sia risolutore. Non riescono a capire perché non si proponga qualcosa che affronti in maniera reale e innovativa, si potrebbe dire strutturale, i problemi di un’economia malata. Perché non riescono a riconoscere elementi progettuali di rinnovamento della scuola, della cultura in generale, della ricerca, della società e della politica.

E la giustizia?              segnali-stradali21.jpg             Dov’è finita la giustizia nella cultura di sinistra? Ma è possibile che l’unica voce a chiedere persistente e indomabile un po’ di giustizia sia la voce di Di Pietro? Ho una certa stima di Di Pietro (da leggersi: a piccole dosi) ma non ha il carisma del politico: egli rimane uno sbirro con la toga. Senza cattiveria lo dico ma con qualche punta d’affetto. E’ già tanto che riesca ad avere un partito e se ciò accade è soprattutto per la forza della sua combattività e per la caparbietà delle sue scelte che vale più della coerenza delle sue parole.

Se poi qualcuno vuole scambiare la parola giustizia con giustizialismo si accomodi. Meglio un sano giustizialismo che un insipido e ipocrita garantismo d’accatto. Con buona pace di tutti i garantismi fasulli e beceri che si spargono negli interstizi del malaffare mafioso-camorristico-politico ecc.

Vorrei ricordare ai critici della sinistra, ma vorrei che qualcuno più influente di me lo rammenti alle teste pensanti della sinistra (ufficiale e ufficiosa), che il vero problema non sono le ormai stantie questioni della sinistra ma è Berlusconi e la cultura berlusconiana.                         

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Ricordo che è lui e ciò che lui rappresenta il problema più grave della storia recente di questo Paese. A qualcuno deve essere sfuggito il significato vero dell’attacco che il governo Berlusconi ha effettuato contro Murdock. Non che questi sia un sant’uomo, e neppure un simpatizzante del progressivismo. Murdock è un imprenditore con l’etica da imprenditore: fare quattrini. Ma Murdock non ce la fa contro Berlusconi in Italia per il semplice fatto che l’Italia è il giardino del Cavaliere e il Cavaliere nel suo giardino ci fa quel che vuole e perché tutti nel suo giardino sono giardinieri da lui pagati, a volte stipendiati altre volte semplicemente comprati. In alcuni casi solo schiavizzati (ma con ottimismo e molti sorrisi).

Qualcuno sostiene che gli italiani sono un popolo fragile. Ancora non educato ai valori della moderna democrazia. Un popolo non avvezzo a distinguere il falso dal vero. Un popolo troppo soggiogato da becero populismo della Chiesa di Roma, un popolo che fatica a comprendere i confini della moralità e della decenza quando si tratta di avere relazioni sociali. Un popolo ancora incolto e sostanzialmente semplice nelle emozioni e facilmente manipolabile. Magari da qualche parte un sindaco potrebbe fare sfoggio di saggezza incitando a ritrovare le radici dell’italianità sepolte in qualche logoro e logorroico luogo comune, dimenticando che i tempi sono affatto diversi, che il mondo viaggia lontano dalle rotte di Esperia e semmai è l’Italia che deve adeguarsi, noncercando nella memoria cimeli di soffitta ma nel presente le forze del rinnovamento. E non sto scrivendo di uno qualsiasi ma del sindaco della Capitale che ha trovato il modo di farsi propugnatore di un incitamento alquanto patetico. Anche se poi, a ben guardare sembra scritto come un messaggio cifrato a suoi pari. history.JPG

Sarà per questo che quei pochi che si rendono conto del vero problema sono ancora più agguerriti detrattori di una sinistra che sembra sempre più rinunciataria e inconsistente. E adesso che Veltroni ha lasciato sembra ancora più stranita e alla ricerca di una via percorribile da seguire.

In effetti il gravissimo errore della sinistra resta sotto la cenere a covare e di tanto in tanto miete nuove vittime. Sono quelli che cercano di capire e cercano di darsi delle risposte a domande che non potranno avere risposte oneste.

Perché la sinistra si è piegata al potere della propaganda, si è conformata. Ha lasciato tutte le mani vincenti a Berlusconi, gli ha permesso di dire e fare quel che voleva e si è trincerata dietro all’alibi delle sue televisioni che si moltiplicavano, non ha combattuto, ha rinunciato. E anche quando ha avuto il modo e il tempo di farlo non ha saputo trovare il coraggio di fare una legge che costringesse il politico imprenditore  a lasciare l’imprenditore politico, non ha trovato il coraggio di schiacciare lo scarafaggio. L’ha lasciato scappare e quello ha messo uova dappertutto pronte a da aprirsi.

Gunnar

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Qualcosa di oscuro

Scritto da GUNNAR il 28 Febbraio 2009


Ho letto alcuni blog (oltre il mio) e ho scoperto che è ricorrente il ricorso ad una sorta di anestesia erotica. Come se agli autori piacia molto narcotizzarsi raccontando del proprio intimo erotico.21arr41.jpg

Qualcosa di oscuro e perverso li anima. Qualcosa che suggerisce un disagio inconsapevole verso l’esistente e gli esseri umani in genere.

Ma in essi si nota anche un tergiversare incrociato tra uomini e donne. Le donne parlano male degli uomini ma soprattutto delle donne stesse. E gli uomini fanno le stesse cose in maniera inversa.

Uomini che parlano con perfidia di altri uomini. Donne che perfidamente stilettano altre donne.

Il loro ego viene smascherato sempre, le uniche verità in fondo riguardano proprio la loro esistenza, quella raccontata e quella lasciata alla fantasia dell’incauto lettore.thetepidarium_large2.jpg

Riversare sulla carta virtuale le proprie angosciose e mal nascote somme di errori, di rimpianti, di paure e di emozioni altro non è che l’esercizio di una ricerca infinta. La ricerca della comunicazione che non si riesce a compiere. Il riempimento di un vuoto, la copertina accogliente dentro cui nascondere la propria solitudine profonda.saudek12.jpg

Succede anche a me? Certo che succede. Si tratta di averne coscienza e maneggiare il presente senza conderarlo come l’esito di un fallimento.

E se fosse, invece, proprio l’abito elegenate che ci si mette per il proprio funerale?

Chissà.seni_1.jpg

In questo caso l’eleganza non sarebbe di fatto proporzionale alla disgrazia.

 

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