Jolanda
Sandra aprì la scatola.
Sapeva che molte cose le avrebbe trovate lì dentro ma non prevedeva certo di trovarvi così tanto.
C’erano lettere, fogli dattiloscritti, appunti a matita, molti notes con la spirale pieni di appunti scritti con grafia minuta e irregolare. Vi trovò delle fotografie e quasi tutte avevano delle note appuntate dietro. Alcune a penna e l’inchiostro aveva macchiato anche l’immagine anteriore. Leggeva ogni tanto qualcosa ma poi si soffermò su una lettera che, era chiaro, sembrava non conclusa.
Lesse lentamente.
<< Mia gentile amica, la tua insistente curiosità mi lascia perplesso comunque penso tu lo faccia per farmi sentir meglio. Devo quindi soddisfarle e lo farò in parte. Credo che ti racconterò qualcosa della mia vita e comincerò dal periodo in cui smettemmo di frequentarci, quando ognuno seguì la propria strada senza voltarsi indietro. Troppo giovani e troppo distratti per farlo. Te ne ricordi?
I dettagli emotivi non li conosce nessuno. Quelli li tengo per me. Direi che sono poco interessanti e poi non ti scrivo per rifarmi alla vita. Voglio solo esaudire il tuo desiderio, rispondere alla tua domanda.
Comunque sia, devi innanzi tutto sapere che le cose non sono andate come mi aspettavo anche se in definitiva non so ancora adesso cosa in realtà stessi cercando.
La storia è lunga. Con alcune sorprese.
Credo che te la racconterò a pezzi lasciando a te il piacere di ricucire i dettagli che non dirò.
Dopo il liceo sono andato all’università. Medicina. Un esame di anatomia, un bell’esame e ben fatto ma la retta universitaria era esorbitante e mio padre aveva altri tre figli. Non diceva nulla, ma io avevo capito benissimo. Gli feci sapere che non me la sentivo di frequentare medicina e cambiai facoltà. Mi sembrò deluso. E lo fu certamente quando gli dissi che avrei frequentato filosofia.
Così avrei potuto studiare e lavorare contemporaneamente e non avrei pesato sulla famiglia. Mio padre non disse nulla sapeva di dovermi essere grato per questa specie di dimostrazione di buon senso, per così dire. Ma si rendeva conto che era cosa ben diversa dal diventare medico. Non si spiegava cosa potessi farci con la filosofia ma, anche questo, lo tenne per sé.
Anche in questo caso il primo esame fu uno spettacolo. Però il tempo era passato in fretta e una dimenticanza da nulla mi fa comparire due carabinieri a casa una mattina, in mano una cartolina precetto di colore rosa. Senza appello. Tauriano di Spilimbergo mi attendeva per la mia naja. E dove diavolo è Tauriano di Spilimbergo? E mia madre poi, una faccia da funerale e molte lacrime versate.
Ma proprio non ci avevo pensato a chiedere un rinvio per motivi di studio.
E quando ci dovevo andare a Tauriano di Spilibergo? Entro mezzogiorno di venerdi. Meno di quarantotto ore.
Ma era stato facile dimenticare una sciocchezza del genere perché, nel frattempo, tra la fine del liceo e Tauriano avevo fatto molte cose: ero stato a Parigi due mesi a seguire una scuola di pubbliche relazioni mentre la sera lavoravo in una birreria e a Napoli avevo avuto il tempo di fidanzarmi con una graziosa morettina di nome Jolanda.
All’epoca, ricordo bene, ero considerato un tipo un po’ sfigato. Simpatico, allegro, erudito, agile e imprevedibile ma sfigato con le ragazze. Di quelli che le donne non se lo filano nemmeno per sbaglio se non per far ingelosire il proprio amico riottoso. E quella Jolanda comparsa per caso e subito amorevole e disponibile mi sembrava una visione.
La partenza per la leva mi colse a soli cinque mesi di fidanzamento durante i quali per quella ragazza avevo fatto pazzie di diritto e di rovescio.
Non so dire sul serio la parola amore. Credo di non averlo fatto mai veramente. Insomma non sono sicuro che si sia trattato proprio di quello.
Comunque è certo che quello che provavo per Jolanda ricorda da vicino ciò che si racconta in giro e lo si chiama “amore”.
Insomma, in quei giorni, per lei avrei fatto qualsiasi cosa m’avesse chiesto. Ne sono certo.
Ma in luglio la partenza per il Friuli troncò di netto la storia.
Per alcuni mesi di naja non me ne ero reso conto.
Le scrivevo una lettera al giorno, Le raccontavo storie vere e ne inventavo altre solo per parlare con lei attraverso la carta.
Aspettavo la prima licenza.
Nell’ottobre del 1974 ebbi la prima licenza e raggiunsi Jole a Ravello. Lei, figlia di un grosso avvocato napoletano e anche ricca di famiglia, passava l’estate nella villa di famiglia in quel di Ravello.
Le andai incontro durante uno dei concerti che si tengono ogni estate a Villa Rufolo. Una roba che attira turisti e musicofili. Una serie di appuntamenti a cui la giovane fanciulla era stata resa perseverante e attenta frequentatrice più per dovere familiare che per educazione all’estetica della musica concertistica. Come si dice “noblesse oblige” e sua madre di nobiltà nelle vene ne aveva da regalare.
Ancora adesso ricordo quell’episodio come se l’avessi vissuto dall’esterno di me stesso.
Entra un bersagliere con tanto di cappello piumato tra i viali alberati del parco della villa e una fanciulla splendidamente di biancoazzurro vestita lo riconosce e lascia gli amici per andargli incontro… abbraccio e fuga verso il mare tra sguardi ammirati e qualche applauso mentre nell’atmosfera di sfondo una musica di violini s’innalza prepotente a far da sfondo ad una scena che nemmeno a fare le prove sarebbe riuscita così cinematografica.
Riderai forse, ma, credimi, ricordo ogni dettaglio, i fiori, le siepi, l’abito d’un pallido color azzurro con inserti bianchi e una bellissima scollatura su un bel seno florido e invitante. I suoi occhi grandi e dolci e i volti di altri tutt’intorno a me. Ricordo quella sera sul mare di Amalfi e le onde che piano s’infrangevano sulla sassaia di fronte al Duomo.
Quando la lasciai per andarmene ero furioso e mi resi conto, quasi una piccola e imprecisa luce di chiarezza interiore, che non sarebbe mai stato credibile un futuro tra me e quella fanciulla.
Non era una cosa che potesse avere un futuro.
Percezioni.
E non ebbe futuro, infatti. Io continuai a scrivere, una lettera al giorno, ma lei smise di rispondermi, le telefonavo, ma non la trovavo. Poi andai di nuovo in licenza. Mi abbracciò con foga, mi tenne stretto a lei a lungo. E mi disse che potevamo sposarci. Che aveva già pensato ai confetti e agli inviti. Ma sentivo che piangeva mentre mi abbracciava con rabbia.
Sono uno spiantato, le dissi, non posso offrirti granché e i miei genitori non hanno altro che i miei fratelli.
Non dovevo pensarci mi rispose, avrebbe pensato a tutto suo padre e la madre ci avrebbe regalato la casa di Ravello e saremmo andati a vivere lì.
Ci volli credere e andai dirlo a mia madre, lo dissi agli amici, lo raccontai a tutti e tornai a Tauriano di Spilmbergo per l’ultima volta. Vi passai gli ultimi quattro mesi con un’ansia e una felicità indescrivibili. Mi sentivo euforico.
Ma le lettere che scrivevo, una al giorno, ricevevano sempre più rare risposte.
Quando mi congedai e ritornai a casa, mia madre mi disse che Jolanda non la vedeva da mesi, dall’ultima mia partenza. Al telefono non rispondeva. Qualcuno mi disse ch’era a Ravello.
Ed io tornai a Ravello. Quasi mi ammazzavo andandoci, e l’amico che mi accompagnava m’impedì di continuare a tenere il volante. Guidò lui fino alla casa sulla collina. Vi trovai sua madre che, quando mi vide, si lasciò sfuggire lacrime calde e aristocratiche.
Ed io le chiesi dove fosse Jolanda. Ma la sua risposta fu strana e condita con altre lacrime. Forse torna più tardi mi disse e si mise seduta sulla sdraio in terrazza rivolta al mare. Mi fece cenno di sedermi per aspettare con lei e così feci rimanendo in silenzio a lungo.
Aspettai fino a sera.
Poi il mio amico mi disse che non poteva stare oltre e lasciai quella donna dai modi distaccati che mi congedò con un bacio su un a guancia.
Avevo capito.
Jolanda non era più la mia fidanzata. E ancor meno la mia futura sposa.
Solo non aveva avuto il coraggio di dirmelo, non ne aveva la forza.
Sapevo che c’era dell’altro. Ma solo dopo qualche tempo scoprii che da molti mesi frequentava qualcun altro, un cugino lontano, un futuro medico, sembra. Il caso è sornione e ironico con le vite umane. A volte è anche perfido.
Aveva davvero preparato bomboniere, e confetti, e inviti di nozze. Ma non c’era il mio nome su quegli inviti. Né da protagonista né da ospite.
Mi presi due settimane per chiarirmi le idee e poi mi misi a studiare. Tre anni e due sessioni dopo ero laureato e pronto ad affrontare un diverso futuro.
Gentile amica mia, adesso interrompo, ma presto ti scriverò altro, solo non chiedermi di dirti dove mi trovo ora. Non lo farò.>>


