LaCaravella … esplorazioni controvento

senza rancore, disse l’uomo con la penna, mentre scriveva un maledetto epitaffio sulla schiena del suo boia mancato

Democrazia? Forse

Scritto da GUNNAR il 6 Gennaio 2009


Non ho mai avuto il minimo dubbio, semmai scarse capacità espressive in tal senso, che la democrazia fosse qualcosa di molto simile a quanto sostiene Norberto Bobbio.

Neppure ho mai creduto che il disordine e l’antagonismo, il confronto e la diversità fossero cose  da combattere ed eliminare tout court.

Leggo Bobbio: << …Una delle caratteristiche della società democratica è di essere in continua evoluzione, in continua trasformazione: “…” rendersi conto che le proclamate e paventate crisi sono, in realtà, fasi di transizione e di trasformazione. La democrazia ideale, il governo del popolo e per il popolo non è mai esistita. Ciò che caratterizza una società democratica è la pluralità dei gruppi economici, corporativi, politici, in continua concorrenza fra loro, ma non selvaggia, perché regolata da norme che prevedono procedure stabilite e unanimemente accettate per risolvere i conflitti senza ricorrere all’uso della forza… La maggior parte di questi conflitti vengono risolti attraverso patteggiamenti fra le parti e accordi fondati su compromessi continuamente rinnovabili…>>

Ci si intenda sui termini della questione.

Il criterio generale è quello che vede i rapporti di forza regolati da norme coerentemente, coscientemente e unanimemente accettate. Ciò che sta fuori da esse è per definizione antidemocratico.

L’idea generale è la seguente: esistono delle regole a cui tutti - indistintamente - devono sottostare per il semplice fatto d’averle definite prima e accettate poi per effetto del consenso, del voto, della partecipazione solidale alla vita associata.

Semmai il dilemma sorge allorché, per qualche accindente, non ci si mette d’accordo sulle regole, oppure - ed è peggio - non ci si vuole accordare su esse.

Tuttavia, anche quando non tutti le volessero accettare occorrerà valutare sempre il beneficio complessivo che se ne ricaverebbe per tutta la società nel suo insieme.Il paradosso che s’impone alla riflessione è che all’interno di una società complessa e multiforme non è possibile armonizzare in modo coerente i desideri e le attese di tutti e ciò proprio perché si è in una democrazia. Come si intuisce il paradosso consiste proprio nel fatto che la democrazia, che nasce per creare il maggior equilibrio possibile all’interno di una società ne determina, al momento della sua realizzazione, anche non prefetta, il massimo potenziale di squilibrio.

Qualcuno resta fuori perché lo desidera o perché gli viene imposto, per effetto delle stesse regole,  da qualcun altro o dalle circostanze.

A parte che si potrebbe a lungo discutere su “chi impone cosa” e su “come siano definibili e in che quantità le circostanze” entrando in campi d’indagine tutt’altro che semplici, resta il fatto incontrovertibile che è sempre necessario misurare la quantità degli scontenti a fronte di quanti sono contenti del modo in cui si trovano all’interno della comunità. Non solo. E’ anche necessario stabilire quanto gli scontenti siano emarginati e isolati dal resto del gruppo.

Ritengo inoltre che il numero implichi anche la possibilità di trovare o meno una soluzione. In altri termini la “minoranza” tanto più è minoranza tanto più può essere tutelata. Tanto meno è minoranza tanto più essa si tutela da sola e crea condizioni di conflitto.

In una democrazia sana la “minoranza ha diritto di cittadinanza al apri della maggioranza ma deve, anche e in qualche modo, subire l’imposizione della legge della maggioranza. Il suo livello di adeguamento è inversamente proporzionale al suo “livello” di di minorità.

Se la minoranza rappresenta una percentuale molto bassa essa ha margini di richieste per la propria tutela molto alti. E la maggioranza in essa, e nelle sue richieste, non ravvisa un pericolo né un aminaccia all’insieme strutturale della comunità. Le leggi sono salvaguardate e il vivere associato è compatibile con alcune eccezioni non distruttive.

Viceversa quando la minoranza è percentualmente prossima alla maggioranza il conflitto non solo è inevitabile ma fondamentalmente insanabile. Una società democratica spaccata a metà è una società malata che vive inuna democrazia pressoché prossima al collasso o, peggio, all’involuzione autoritaristica.

Tutte le persone che hanno liberamente scelto di attenersi alle regole sociali (siano esse etiche, giuridiche, economiche, ecc.) dovrebbero essere coscienti che per le stesse regole è loro preciso dovere tenere conto di quelli che stanno ai margini dell’equilibrio sociale, di quanti non hanno saputo o voluto accettare quelle regole.E’ loro il compito di fare in modo di essere convincenti sul piano dialettico e culturale preso nella sua totalità. Essi devono dimostrare, con le parole e con i fatti che il loro essere preminenti e la loro capacità di stabilire le regole sia la condizione migliore possibile nelle circostanze e in quel preciso momento storico. Analogamente, e specularmente, coloro che non sono in grado di accettare, o di comprendere, quelle regole o semplicemente non vogliano farlo, dovrebbero essere capaci di trovare i mezzi culturali, sociali, politici, economici, per agire e ciò allo scopo di convincere la controparte delle loro ragioni. Il gioco delle parti applicato alla dialettica sociale è l’unico mezzo che la democrazia è in grado di tollerare per poter sopravvivere a sé stessa. Stabilita la norma, accettata e consolidata, essa produce effetti che hanno una durata proporzionale alla loro efficacia implicita e tanto più le persone sono soddisfatte nelle loro attese tanto più quella norma è rassicurante ed è convincente. Ma la norma vale per il tempo durante il quale produce effetti positivi sul complesso del corpo sociale, sulla sua evoluzione e sulla sua cultura.

Ciò significa che la norma dovrà contenere anche la chiave per essere modificata, cambiata, ovvero sostituita quando i suoi effetti dovessero dimostrarsi non più utili.

In tal modo l’intero sistema si autoregola, impara da sé stesso e dai suoi stessi errori.Il meccanismo sembra elementare e di sicura efficacia.

Ma la storia finora ha mostrato come il progetto sia sempre più semplice della sua realizzazione. Non c’è progetto bello sulla carta e nelle intenzioni originarie che non si sia dimostrato incerto e, talora, persino rischioso nella prassi. Il che ci rimanda al problema delle regole. Le regole non sono solo leggi formali, contenitori di parametri comportamentali. Le regole sono i comportamenti stessi dei singoli che nel loro insieme definiscono la rete fitta e complessa dei valori etici, delle attese individuali e collettive, delle azioni, dei bisogni, delle volontà della società intera e delle interazioni tra le sue singole unità componenti.

Il corpo sociale non si muove come un organismo integro fatto di parti distinte ma si muove come un insieme di parti ognuna delle quali ha una vaga e indistinta idea dell’insieme fatto per cui matura le proprie scelte soprattutto per soddisfare il proprio bisogno immediato. Il suo livello di coscienza sociale fa in modo che il suo bisogno sia più o meno coincidente con il bisogno collettivo. Il suo livello di partecipazione lo rende più o meno coerente con il corpo sociale in cui vive, partecipe del proprio tempo e rivolto ad un progetto futuro da costruire “insieme a”.

L’assenza di tali condizioni uccide sul nascere qualsiasi riferimento sociale. Tanto più è sfilacciata la partecipazione dei singoli all’insieme del corpo sociale tanto più la democrazia è un sacco vuoto di significato.

Se si vuole proprio valutare l’insieme delle condizioni dell’uomo moderno, secondo il modello occidentale nonsi può fare a meno di sostenere che il liberismo democratico e il liberalismo economico rappresentano il peggiore sintomo possibile di antidemocraticità.

Qualora le regole si dimostrassero semplicemente delle scritture formali a cui attenersi, dei precetti rimandanti a puri atti comportamentali si sarebbe in presenza di strutture morali. Il cui decadimento darebbe vita a varie forme di moralismo più o meno giustificabile e più o meno interessato e corporativo.

Solo nel caso in cui si trattasse di atti coscienti di comportamento allora si avrebbe un vero comportamento etico. L’individuo assume su di sé il valore delle proprie azioni e della propria storia quando è capace di vedere il senso etico delle proprie scelte. E in questo caso egli va ben oltre il semplice precetto perché individua un atto assoluto che coinvolge l’intero suo esistere come individuo inserito in un contesto di individui, tutti diversi e tutti a lui pari in dignità.

Il primo principio che certo potrebbe essere accettato è quello del confronto. Il confronto può portare a qualsiasi soluzione: democratica o non democratica. Ma è un rischio da correre se non si vuole rinnegare il principio fondamentale della democrazia e della sua realizzazione pratica.

Nel caso si verificasse lo sbocco verso una forma non-democratica o antidemocratica si sarebbe in presenza semplicemente di una mancata volontà di cercare una soluzione soddisfacente per l’intera comunità. Si tratterebbe comunque di una libera scelta.

È mancata la tolleranza e la capacità di accettare anche la diversità.È evidente che, oltre ad essere un problema di potere espresso nelle sue forme peggiori con la semplice sopraffazione “fisica”, si tratta soprattutto di un problema di cultura povera o impoverita. È una cultura in cui mancano categorie di pensiero e i riferimenti epistemologici per cercare soluzioni diverse.

Diverso è il caso in cui una soluzione si mantenga democratica.Essa potrà anche non soddisfare le attese di alcuni, anche di tanti, ma sarà comunque un modo di affrontare il problema e all’occasione di rivederlo, di risolverlo, di modificarne i termini e di riproporlo sotto le forme più propositive e contingenti.La forma “democrazia” contiene in sé la possibilità di revisione, essa vive perché può riformarsi, rinnovandosi continuamente.

Ci sono molte definizioni di democrazia. Forse sono tutte buone. E se sono tutte buone è proprio perché il concetto stesso di democrazia contiene in sé il germe della diversità. La democrazia non può essere per nulla costretta in un’unica definizione a meno che tale definizione non sia onnicomprensiva di un’infinità di variabili complesse ognuna delle quali è coestensiva del momento storico in cui si concretizza.

Se nell’antichità classica la democrazia era già una realtà straordinaria la stessa oggi non sarebbe altro che una forma, appena accettabile, di oligarchia tollerante (e nemmeno troppo). Se l’esemplificazione tradisce un eccessivo divario storico è comunque sufficiente a dimostrare che quello che noi oggi siamo usi a definire democrazia potrebbe essere ben altro sotto altre forme storiche. E oggi noi potremmo inorridirne o rimanerne affascinati.

Ora diciamo che se per democrazia si intende quella forma di governo in cui la sovranità risiede nel popolo che la esercita attraverso le persone e gli organi istituzionali che esso stesso elegge e a cui offre in delega un potere d’azione e di rappresentanza della propria volontà, allora non è possibile, di fatto, che essa sia perfetta.

Il “popolo” è un’entità in continua evoluzione e i suoi sistemi di adattamento e di riadattamento sono tanto più mobili e mutevoli quanto più lo sono i meccanismi di trasmissione delle informazioni e, più in generale, di tutta la struttura culturale che la riempie in ogni interstizio. Si aggiunga inoltre che il popolo è sempre contrapposto al potere il quale, anche quando nasce senza intenti o volontà conservatrici, finisce col diventare conservatore proprio per salvaguardare almeno sé stesso, nella migliore delle ipotesi per poter completare i propri programmi di governo e di crescita economica, nella peggiore, invece, per perpetuare il proprio dominio e il dominio dei suoi stessi membri.

Questi ultimi solo attraverso il controllo degli eventi sono in grado di esistere ma essi sanno anche che il popolo non è un “evento” controllabile o, almeno, non lo è per tempi lunghi.

Col tempo anche il popolo più addomesticato finisce col moltiplicare le proprie aspettative e raggiunto quello che potremmo definire una sorta di massa critica, premessa di una susseguente deflagrazione.

Le si chiami rivolte, rivoluzioni, siano esse sanguinose o meno, contengano in misura più o meno accentuata elementi di sovversivismo o di pura follia, siano o meno complesse formule di riforma le ribellioni di massa ci sono sempre state e non si capisce per quale motivo tali fenomeni debbano sempre essere giustificati dal potere come forme di violenza ignorando che in fondo si tratta solo di forme di autodifesa.

Il potere anche il più misero si fonda su un elemento innegabile di forza da un lato e di un altrettanto pervasivo elemento di persuasione dall’altro. E tali elementi si autoriproducono al suo interno con effetti moltiplicatori cosicché tutto ne viene coinvolto a cominciare dalla cultura materiale per finire alle grandiose scelte etiche in campo economico e politico.

Qualcuno oggi ritiene che le ideologie siano morte e sepolte solo perché sembra che la guerra fredda, la temperie dei blocchi contrapposti non sia più cosa alla moda. Caduti i muri e aperte a vario titolo decine di frontiere la lotta si è solo trasformata: non più lotta di classe, non più lotta tra pensiero liberale, autoritarismo fascista e statalismo marxista-leninista.Forse è così.

Ritengo però alquanto peregrina l’apologia della morte delle ideologie. Si tratta solo di una metamorfosi, di un cambiamento più sottile del costume (o del malcostume). Il meccanismo patologico di adottare una fede e farla propria e in nome di essa commettere le più ignobili efferatezze rimane persistente nella politica moderna come lo era in quella di epoche passate.

Occorre che si chiarisca meglio l’idea di comportamento politicamente etico al cui fondamento sarebbe opportuno giungere. Del tutto casualmente farò riferimento alla condizione dell’Italia. Mi sembra un buon caso esremo in cui tutto il male e tutto il bene della democrazia si mescola alquanto.

Nel momento in cui riscrivo queste note in Italia si dice esista una democrazia.

Il “si dice” è d’obbligo.

Troppe cose non sono propriamente denotative di un sistema democratico e altre cose sono decisamente antidemocratiche.Certo moltissimi sforzi, e taluni con risultati davvero apprezzabili, sono stati fatti perché, nell’immediato secondo dopoguerra, davvero si istituisse quella democrazia che fu desiderata dai tanti che ebbero a concorrere alla nascita di una Nazione moderna e da tutti coloro che ebbero a soffrire l’istaurarsi di un totalitarismo feticista, demagogico e populista.

Altri trovarono plausibile che, passata la notte dell’arroganza e della follia, un nuovo giorno di radiose promesse si potesse aprire e operarono con questa convinzione.

Ma ben presto ci si arrese al “potere” per il semplice fatto che esso é, che esso esiste e basta. Fu sufficiente perché una nuova oligarchia, camuffata molto bene a dire il vero, si instaurasse perpetuando proprio gli antichi e paventati timori di oppressione che sempre il popolo, un po’ bue e po’ diffidente, ha sempre covato nel suo seno. Un Paese di persone avvezze ad essere trattate come imbecilli e convinte della giustizia del più forte per il solo fatto che è l’unica giustizia che conosce ed è anche l’unica alla quale è capace di assoggettarsi - vuoi per cultura atavica, vuoi per abitudine, vuoi per diffusa ignoranza o volontaria incapacità di approfondire le proprie radici e viverle dignitosamente - è il luogo ideale in cui l’arroganza dell’autoritarismo, variamente mascherato o apertamente esplicato,  possa facilmente mettere radici profonde.

Per quanto possa apparire un poco banale alla nostra antica e smaliziata cultura, è stata autorevole la pragmatica capacità di persuasione di Delano Roosevelt quando seppe improvvisare, non proprio letteralmente, un piano di ripresa economica e sociale liberale e democratico insieme ricorrendo al noto trust di cervelli. Egli non solo fu convincente perché carismatico ma anche perché seppe promuovere in modo efficace e sostenere con efficienza ogni singola iniziativa, anche minima, che in qualche modo si riversasse sul Paese intero come fosse atto di un’intera Nazione. Egli riuscì a trasmettere l’idea che ogni individuo, se lasciato libero di agire, sa trovare le strade per la propria edificazione o per la propria autodistruzione e ciò, seppur preso con cautela, è il mezzo più efficace sul piano educativo per una società complessa e tecnologicamente evoluta che aspira alla propria autodeterminazone.

Non solo, ma entro i limiti tipici di una certa approssimazione dovuta al numero e all’eterogeneità delle esigenze di una massa di individui, è anche il mezzo più corretto per far maturare una coscienza sociale e una cultura evoluta almeno sul piano del riconoscimento dei diritti civili dei suoi membri. In qualche maniera su basi di questa natura un’accorta, (saggia) e autorevole guida non avrebbe potuto ottenere risultati migliori ance se gli esiti si sarebbero visti solo un paio di generazioni dopo.

Senza nula togliere alla sua notevole capacità di statista e mediatore è stato autoritario invece il più nostrano De Gasperi nell’esercizio del potere.

Egli che, mentre il suo coevo d’oltreoceano dimostrava un sincero trasporto per le cose e le sorti del suo popolo americano, il nostro si dedicava a trovare divertente starsene per mesi sull’Aventino a sperare che qualche divino fulmine si abbattesse sul nascente fascismo, oppure nulla di meglio seppe improvvisare che discettare di storici accadimenti contemporanei coltivando il proprio minuscolo orticello al soldino della Biblioteca Vaticana. E fu certo buon profeta per le sorti sue proprie che trovarono ampio sollievo dopo la fine del Ventennio e dopo la guerra quando da quell’orticello prelevò in dono un potere di governo ininterrotto dal ‘45 al ‘53. Potere che resse soprattutto per l’appoggio - appunto - consistente del Vaticano che seppe guidarlo con ogni probabilità anche nella scelta di aderire al Patto Atlantico. Un patto che sanciva è vero l’appoggio economico degli Stati Uniti d’America contro ogni totalitarismo sovietico e i subdoli e pericolosi piani del comunismo nostrano. Ma pur sempre un patto che metteva ancora una volta in ginocchio non solo la cultura di una Nazione antica ma anche le microculture che mai più avrebbero avuto l’opportunità di evolversi al suo interno. Senza contare l’assoluta dipendenza economica nella quale l’Italia sarebbe stata costretta per i decenni a venire.

Urlare al miracolo della rinascita e della ricostruzione del Paese fu un tutt’uno con un passaparola davvero mefitico tra gli addetti ai lavori politici e propagandistici.Si è trattato solo di una finzione ben architettata e ben condotta fino alle sue conseguenze estreme.

Il Paese si sarebbe risollevato dalle ceneri della guerra e del fascismo per il semplice motivo chenon poteva fare diversamente con o senza De Gasperi. Così da un lato si è offerto il contentino di una Fiat 600 per tutti e dall’altro, in cambio, si è chiesta e ottenuta la stupidità di generazioni intere. E da quelle generazioni sono derivati comportamenti paradossali, ambizioni tanto pretenziose quanto illusorie. Nuovi miti si sovrapposero ad altri miti. Già allora si intravedevano germi di un nuovo che avanzava e che si materializzava nella cultura del consumo laddove, tuttavia, non c’era molto da consumare ma si poteva aver l’impressione di consumare tantissimo.Si noterà come non ci si riconosca più tanto come cittadini ma come consumatori.

Quel buon uomo che fu De Gasperi volle imitare il New Deal. Ne fece la caricatura e la spacciò per una santa invenzione di genio italico. E moltissimi ci hanno creduto e ancora ora ci credono.

E moltissimi ci credono ancora. Soprattutto certi figli della borghesia mediocre, superficiale e approssimativa, a volte un po’ parassita, tramandata ai figli e via ereditando fino a far credere che il migliore dei mondi possibili sia avere tante ville di proprietà quanti peli sulla testa e inneggiare al bene collettivo in nome della propria prole, strillando insensatezze dai megafoni televisivi dell’era telematica. Non che le sorti degli americani statunitensi oggi siano molto migliori

.Ma è evidente che un decennio di follìa allegra della famiglia Bush non ha saputo migliorare la situazione se non creando le condizioni per le quali un popolo avvezzo a riconoscere in sé stesso la forza di reagire in maniera pragmatica ha optato per la scelta più drastica possibile per cambiare tutto nel modo più drastico possibile: ha scelto un uomo di colore come presidente.

Sembra che le dimensioni stesse di quel Paese diano ai problemi forme di dignità titaniche rispetto ai problemini di casa nostra. Inoltre appare evidente a qualsiasi storico il fatto che la fantasia che ha contraddistinto i comunardi cinquecenteschi nell’arte del governo, con tutti i loro limiti, oggi si traduce in un becero qualunquismo ammantato di buone intenzioni ma che ha un vizio d’origine insanabile: il popolo non ha cultura critica, non sa operare delle scelte autentiche e libere a parte coprirsi le pudenda con la foglia di fico. Non ha quelle doti perché non ha imparato giacché mai alcuno gli ha detto come si dovesse fare. È un popolo che non ha un’etica vera da seguire ma solo alcuni precetti morali che, per di più, hanno la prerogativa di essere estremamente permeabili alla trasgressione, tanto poi ci si può sempre pentire e non mancherà un cristiano perdono ad un cattolico mea culpa.

La parabola del figliol prodigo miete molte più vittime delle autostrade della versilia nel fine settimana.Il principio ispiratore dell’argomentazione è generato dal fatto che il sistema è pieno di detriti culturali mai rimossi.

È tutto un pullulare di ragnatele, di interstizi sporchi, di pieghe polverose in cui il cattivo odore delle cose andate a male ristagna e corrode.Non può esistere un popolo cosciente della propria storia e della propria forza senza una direttiva complessiva che lo ispiri.

Non può esistere una cultura nazionale, tantomeno una cultura sovranazionale cui aderire, senza la determinazione di voler conoscere il senso profondo della propria umanità individuale e della propria socialità specifica. E queste sono cose che si poseggono vivendole attraverso l’apprendimento e attraverso la prassi quotidiana.

Se tutto ciò non accade il popolo sarà solo un insieme eterogeneo di individui senza alcuna coscienza collettiva e senza alcun desiderio di esistere come entità complessa. Nessuno vorrà mai partecipare delle attese altrui, e nemmeno si curerà di ciò che accade oltre il suo orizzonte personale.

Forse un Guicciardini l’avrebbe espresso con maggior dovizia linguistica e forse anche con maggior distacco. Ma se poteva essere comprensibilmente accettabile nel XVI secolo non lo è oggi a meno di non voler ammettere che da allora le cose in fondo sono cambiate ben poco e, sul piano strettamente culturale sono del tutto peggiorate.

La democrazia non è solo una forma di governo. E’, voglio credere, una libera e intima convinzione che culturalmente deve essere alimentata nel tempo. E’, forse, l’unica forma di governo di una società che possa condurre, col tempo, all’autogoverno dei singoli.

Purché essi siano tutti messi in condizione di autoregolarsi e autodeterminarsi all’interno di un sistema che ne garantisca la legittima autonomia di scelte.

Quali che siano tali scelte nella tolleranza reciproca.Tanto più la convinzione che partecipare al libero gioco dello scambio, sia esso economico che culturale, sia il solo pane di cui ha bisogno una società evoluta sul piano della civiltà, tanto più la democrazia è vera e tanto più si approssima al modello che si vuole sia quello archetipico.

Inguaribile idealismo si dirà.Potrebbe anche essere se proprio si vuole fare della chiacchiera salottiera lo si dica pure.

Ma prima o poi qualche società in cui le premesse di un potere democratico diffuso e non prevaricatore, autorevole  non stupidamente autoritario, dignitoso e non viscidamente calcolatore, saprà trovare un equilibrio ottimale tra le attese dei singoli e le necessità dell’insieme.

Quella sarà la società che riuscirà a partorire un mondo nuovo. Sarà l’epifania di una umanità nuova epiù cosciente.Gli altri lotteranno contro, oppure staranno a guardare la propria lenta consunzione. Magari si accaniranno come bestie fameliche,  tenteranno di distruggere in qualche modo un bene nascente, a tratti ci proveranno con tanto ardore da favorire l’impressione di essere sul punto di riuscirci, poi capiranno che i loro sforzi sono vani non foss’altro che per la pochezza di respiro e ricorreranno ai veleni della calunnia, della contumelia, della diffamazione, diventeranno imploranti, o cattivi.

Ma nulla potranno essendo essi già entrati nel passato della storia.

E’ certo un discorso utilizzabile in molti modi e molte direzioni. Ma la forza dell’umanità consiste proprio nel saper trovare un equilibrio tra il proprio passato e il proprio  presente. Non un compromesso passeggero. Un equilibrio. E’ il vivere presente che deve saper essere costruito. Solo così ne scaturisce un buon futuro. Pensare solo a costruire il futuro implica un continuo affrettare i tempi, una continua contrazione del proprio vivere, un continuo affanno alla ricerca di un benessere che sembra sempre sfuggire.Troppo epicureo si dirà. Può anche darsi. E che male c’è?Non è morale si dirà.Può darsi ma anche se così fosse non sarebbe che un buon auspicio. Troppe volte, in nome d’una morale da seguire senza critica e poco decifrabile per il vivere quotidiano, si sono compiuti atti ignobili vivendo grottescamente momenti paradossali o semplicemente indegni, furtivi, demenziali, puramente delinquenziali.La maggior parte dei crimini contro l’umanità vengono commessi nell’intervallo tra un atto di devozione mistica e una preghiera a mani giunte e capo chino.

Che dire pertanto di quella lucida visione di Norberto Bobbio? Egli, ancorché immerso in una cultura storicista, rivolta ad instaurare un legame privilegiato col passato non disdegna di condensare in una proposta onesta la necessità di un persistente elemento di confronto nell’attività del vivere che è anche un atto di conoscenza e, per ciò stesso, deliberatamente legato al presente. Un presente non necessariamente definibile per costruire un futuro - sia pure desiderabile e auspicabile - ma convincentemente fornito delle necessarie premesse perché sia possibile un sano processo di cosciente autodeterminazione.

 Gunnar

Monza,05/01/2009

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