Prede e predatori
Scritto da GUNNAR il 17 Dicembre 2008
Non è solo un semplice contrattempo economico finanziario, e lo si era capito da un pezzo.
Nemmeno un incidente di percorso con conseguenze abbastanza consistenti e con qualche risvolto tragico.
Si tratta di una crisi economica senza precedenti, almeno dal lontano 1929.
Anche allora le ragioni, pur consistenti e varie, erano legate alla condizione storica e politica che si stava attraversando a seguito dei stravolgimenti del primo dopoguerra e l’impressionante quantità di denaro che gli USA prestavano al mondo intero: una quantità di denaro che il paese più ricco poteva permettersi di devolvere ma che inevitabilmente prima o poi avrebbe rivoluto indietro. Ma nessuno controllava i canali di credito. Le banche avevano la facoltà di fare quello che volevano e il Stato centrale non si occupava di verificarne l’azione. L’euforia della gente e l’assoluto ottimismo spingeva tutti a comprare, a consumare. E per farlo si ricorreva al credito bancario. Le rate si decuplicavano e la consapevolezza si riduceva nella convinzione che tutto si sarebbe risolto al meglio comunque. La fiducia nel mercato era assoluta.
Come sia andata lo si sa bene.
Così come ben si conoscono tutte le crisi economiche che si sono succeduta a partire dalla prima metà dell’800 e fino alla crisi del ‘30, appunto.Ce ne sono state altre? Ma certo che ce ne sono state.
La crisi del secondo dopoguerra, la crisi degli anni settanta, e negli anni ottanta del secolo scorso e altre microcrisi ulteriori. Adesso ecco una bella crisi ergersi in tutta la sua maestà.Leggo un bell’articolo apparso su “Il Sole 24ore” del 12 dicembre scorso e resto stupito d per il fatto che simili contenuti non vengano divulgati a tutti. Che i giornalisti che si accapigliano davanti ai tribunali per carpire l’ultima dichiarazione dell’avvocaticchio difensore di un qualche assassino nevrotico o di un qualche boss mafioso al cui il buon senso vorrebbe che fosse tolta la parola in eterno, non sentano il bisogno viscerale di affrontare la situazione socioeconomica sotto ogni profilo e renderne chiare la linee di evoluzione a loro lettori o ai loro ascoltatori.Resto sconcertato dal fatto che un presidente del Consiglio inneggi all’ottimismo invece che alla saggezza.
Resto incredulo di fronte alla stupidità di commentatori radiotelevisivi che non riescono a trovare il coraggio di sdegnarsi di fronte alla stoltezza di ministri improvvisatori e di ministri ombra che si trincerano dietro a miserevoli dichiarazioni di contorno in nome di un politically correct inconsistente e fuori luogo.Perché non chiamare le cose con il loro nome.Miseria si dice miseria. Il poveraccio che fa la fame si chiama “morto di fame”, miserabile, indigente, non “poco abbiente”.
E’ un o che non sa come arrivare alla fine del mese, non sa cosa raccontare ai figli ai quali non può dare ciò che essi vedono in tv in bocca o addosso ad altri.Ecco quello non è poco abbiente è un poveraccio che cerca di fare del suo meglio ma non può fare assolutamente nulla se non darsi alla delinquenza o alla truffa. Cerca mezzucci per sopravvivere, diventa cliente di qualcuno per ottenere in cambio denaro, o favori. Qualcosa che gli permetta di far quadrare un inesistente bilancio.Egli è una preda.E i predatori sono molti, sono mimetizzati. A volte sono altri morti di fame che hanno varcato la soglia dello scrupolo, che hanno superato il momento di sgomento, hanno scavalcato il reticolo della paura delle conseguenze e trovato il coraggio di diventare amorali e antisociali.I risultati delle crisi economiche fanno emergere ogni volta, da sempre, difficoltà intrinseche nel sistema liberista, un sistema che per sé stesso non è efficace perché non ci sono strumenti che possano porlo sotto controllo. E se ci fossero meccanismi ferrei di controllo il mercato non sarebbe liberista. Sarebbe solo un mercato controllato.E a chi darne il controllo se non allo Stato? Ma dare il controllo allo Stato equivale a farlo diventare una cosa diversa dal libero mercato. Uno Stato, per quanto liberista esso voglia essere, se democratico, non può ignorare i cittadini tutti e a tutti deve rivolgere il suo sguardo. Tanto o poco che voglia, uno Stato non può che tenere d’occhio tutte le esigenze di tutti i cittadini. E intendo proprio tutti nessuno escluso perché lo Stato non ha alcun titolo per modificare la sua etica sociale in un’etica di profitto come farebbe un’azienda.Ma quante prove servono per capire che il modello liberista senza un minimo di regole o di controllo centrale non può funzionare?
“… La sanità Usa, ai cui scompensi abbiamo già accennato, risulta invariabilmente agli ultimi posti tra i paesi sviluppati, come efficienza ed efficacia, in tutte le classifiche di organismi sovranazionali o specializzati. Eppure è la più costosa del mondo: quasi il 16% del Pil, mentre la spesa europea si aggira sull’8-10%. Meno noto è il fatto che metà di questa percentuale è spesa pubblica: perché i controlli costano e perché assicurazioni e case farmaceutiche sono lobby fameliche e potentissime, che controllano un giro d’affari che secondo le stime raggiunge l’iperbolica cifra di 2.200 miliardi di dollari. Una spesa enorme, dunque, per un sistema inefficiente e che lascia del tutto scoperto quasi un quinto dei cittadini.(…) Sono dati su cui riflettere. E su cui dovrebbero riflettere soprattutto quanti anche in Italia (sempre più numerosi negli ultimi anni, anche a sinistra) hanno continuato a ripetere la litania della maggiore efficienza dei privati sempre e comunque.” CARLO CLERICETTI - da il Il Sole 24 ore (12 dicembre 2008)
Un quinto dei cittadini USA significa oltre sessanta milioni di abitanti che non hanno assistenza medica e se la devono sbrigare da soli. Sessanta milioni sono molti di più di quanti vivono in Italia. Sessanta milioni in un Paese che vorrebbe guidare e gestire l’intero pianeta.
Un’enormità.
Il sistema privato non funziona come vorrebbero farci credere i saccenti istrioni della neoliberistica cultura della destra italica.Non ha funzionato neppure lo statalismo centralizzato della sinistra oltranzista e radicale.
Oggi non si capisce cosa fare per il semplice motivo che quelli che coloro che ne hanno i mezzi (economisti e politici) e dovrebbero agire (politici ed economisti) sono i primi ad arroccarsi sul sistema per difenderne i confini. essi non sanno o non vogliono sapere quale sia lo strumento migliore per affrontare la disfatta. Inoltre c’è un problema che alla fine degli anni venti era inesistente. Si chiama globalizzazione. E’ un orribile neologismo che vuol dire una cosa semplice: se la borsa di Tokyo va a picco anche la borsa di Montreal va a picco e quella di Milano e di Parigi e di Londra e di New York ecc. Vuol dire che se il tonno pescato a Osaka non si vende anche i ristoranti di Edimburgo possono fallire. Vuol dire che se negli USA la Chrysler chiude perché non vende, anche la Toyota prima o poi chiuderà e la Renault ecc.
Vuol dire che se scoppia un a bomba nel Golfo Persico il barile di petrolio cresce di due dollari e i trasporti di merci in Italia rincarano del 10 %Vuol dire che l’ONU non ce la farà a inviare cibo nel terzo mondo che quel terzo mondo sarà già scomparso per far posto al quarto mondo… un mondo di morti di fame molto più morto di fame di quello che non arriva a fine mese nella nella ricca Romagna. La crisi non è cosa passeggera.Ma non è ancora la questione peggiore.C’è l’abbrutimento. L’imbarbarimento delle persone che non hanno più animo di pensare alla vita ma solo alla lotta.Le persone che gradualmente smettono gli abiti della civiltà per prendere quelli della guerra.
Il superamento della crisi del Ventinove portò alla II guerra mondiale.Oggi ci sono più venditori di armi che botteghe per fare il pane.La strada mi sembra quella giusta…
Gunnar
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