La narcosi di chi sta a guardare…
Scritto da GUNNAR il 18 Maggio 2009
Monza, martedì 5 maggio 2009
La narcosi di chi sta a guardare è molto simile alla fede di chi si sottomette ad un credo e non si pone domande giacché conosce tute le risposte.
Cosa regge ogni processo di crescita umana?
Qual’è il fondamento essenziale senza il quale non è possibile parlare di evoluzione, di sviluppo, di comunicazione, di libertà di pensiero?
Non ci sono molte risposte.
Raccolte le informazioni necessarie sembra che di risposte ce ne sia una sola: la conoscenza.
Ricordate? L’albero della conoscenza,la mela, il frutto proibito? Il libro delle religioni monoteistiche, quelle della verità rivelata, quelle del dio unico creatore di ogni cosa e detentore di ogni certezza e di ogni verità si esprime con chiarezza su una sola proibizione: la vera proibizione assoluta da rispettare e la cui violazione è distruttiva per il semplice fatto che rende gli umani capaci di “conoscere” ed è la proibizione di cercare di conoscere.
Ci si può domandare quale conoscenza? Non certo una conoscenza in particolare, ma la conoscenza. Quella generale che abbraccia ogni cosa e che rende possibile esprimere un giudizio, che rende opinabili le verità rivelate, che esprime dubbi prima di arrivare a conclusioni apprezzabili. La conoscenza, in definitiva non ha limiti, non si può arrivare ad un certo punto e dire che la conoscenza è finita, che da quel momento in avanti non si può più conoscere.
Un gradino di conoscenza implica che ce ne sia un altro da salire. E non ci sono limiti. O, se si preferisce, l’unico limite è nella capacità umana di apprendere. Il vero limite è nella mente degli uomini. Sono essi stessi i soli che possono superare i propri limiti.
Da epoche oscure e remotissime la vera lotta è una lotta di potere.Da un lato la vita e la conoscenza. Dall’altro la morte e l’ignoranza.
Da un lato chi sa, o crede di sapere. Dall’altro chi non sa e si convince di non dover sapere.
Di là quelli che sanno e usano il loro sapere. Di qua quelli che non sanno di non poter prendere decisioni libere perché non hanno abbastanza informazioni, perchè le informazioni che hanno sono poche e mal costruite oppure sono finte e artefatte.
Dunque il destino, la vita stessa, dei secondi è semplicemente nelle mani dei primi.Anche quando i primi sono ben disposti e tolleranti verso i secondi, la loro forza li rende crudelmente manipolatori, fisicamente superiori, materialmente vincitori. La loro sopravvivenza nel tempo e la loro eredità genetica è di gran lunga più certa. La conoscenza è il primo strumento che crea l’abisso tra chi può scegliere e chi deve sottoporsi a scelte altrui.
Tra chi sopravvive e chi soccombe. Tra chi ha il potere e chi lo deve subire. È come mangiare la mela dell’albero della conoscenza nel giardino dell’Eden
In estrema sintesi la mela non deve essere mangiata. 
Ma perché lasciarla a portata di mano allora? Perché è il limite?
Il limite costituisce il punto di non ritorno. Ci si può anche approssimare, ma non lo si deve valicare. Valicare il limite significa mettere in discussione il potere. Significa mettere in discussione la necessità di soccombere sempre e comunque.Significa anche una scelta indipendente. Ma ciò non può essere tollerato.Dunque il fondamento del potere è intimamente collegato alla fede. La fede implica ignoranza. La fede è nemica della conoscenza. La fede implica sudditanza, sottomissione, auto-esclusione, prigionia mentale prima che materiale e fisica.L’uomo o la donna che hanno fede dicono di non aver bisogno di altro che di credere in dio creatore e onnisciente. Essendo tutto in lui e da lui tutto deriva non serve altro che la sua parola a cui credere. Ma non potendo avere la parola di dio (dio non parla agli uomini) ci si accontenta di credere nelle parole scritte da altri che dicono che altri ancora hanno sentito la parola di dio attraverso le azioni di dio che si sono manifestate in forma fenomenica per destare la loro meraviglia.Una barriera separa il potere di dio dagli uomini e non è la materialità giacché essa è una emanazione di dio e, quindi, facilmente superabile da dio stesso.Si tratta di una barriera cerebrale. È la barriera per definizione. La barriera oltre cui mai un umano potrà andare in quanto rappresenta il limite tra il conoscibile e l’inconoscibile.Il ragionamento è più o meno il seguente:Io sono limitato nel tempo e nello spazio. Alla fine della mia vita io non esisto più ma il tempo non si esaurisce con me. Altri verranno dopo. Ma che ne sarà di me? Cosa accadrà della mia storia, dei miei ricordi, delle mie esperienze, della mia fatica fatta per tuta l’esistenza? Come può accadere che io nasca e viva solo per diventare pasto per vermi? Come può accadere che tutto il vivere della mia esistenza si esaurisca in un refolo di respiro e non resti null’altro che un mucchio di terra da concime? Non può essere e quindi deve esserci qualcosa “dopo”.Un dopo impreciso e volutamente incerto e indescrivibile. Ma chi ha fatto il “dopo”?
Ecco il potere. Esso si manifesta nell’atto sublime della creazione. Il dopo l’ha fatto qualcuno che lo conosce, e che conosce anche il prima e il sempre. Una simile entità non può che essere immortale, infinita, onnisciente e onnipresente. Non può essere che un dio.
E se è così come si fa non credervi? Come sarebbe possibile dubitare?Soprattutto si immagini il momento in cui il dio si è affermato nella mente degli esseri: si tratta di un’epoca in cui gli dei popolavano le terre e i mari e i monti. Divinità che da concrezioni solide o aeriformi o liquide si erano andate trasformando via via in entità antropomorfe assumendo sempre con maggiore consistenza la materialità umana come struttura riconoscibile.
Ad un certo punto della storia gli uomini non hanno potuto tenere più il conto delle divinità ma soprattutto non hanno più condiviso con esse la fallibilità, l’errore, la mancanza di giustizia, l’assenza di un’etica del fare. Probabilmente in coincidenza con il rimescolarsi delle forze economiche e politiche che andavano trasformandosi all’interno della struttura dei popoli.Più l’economia era incerta al tramonto dell’impero di Roma e più si sentiva il bisogno di instaurare una forma più sicura di vita, magari più povera, più semplice, più sottomessa alle condizioni esterne, casuali e capricciose, ma almeno più moralmente ineccepibile. Occorreva un elemento che catalizzasse l’insieme delle condizioni di incertezza e le focalizzasse sul comportamento di una società in via di disfacimento per poterla preservare dall’autodistruzione.Occorreva spostare l’asse del potere. Occorreva spostare le linee di controllo dallo scranno imperiale al soglio papale. Ci sono voluti alcuni millenni ma il gioco è riuscito perfettamente.Non si tratta di convincimenti storiografici. Non possono esserlo.Forse, in futuro, gli storici di un’epoca post-religiosa si faranno garanti di decidere sulla concretezza di tali ipotesi.Tuttavia non ci sono molti dubbi, oggi, agli occhi di un laico, sull’entità del potere, esercitato attraverso il controllo assoluto della mente, di quel geniale meccanismo di sopraffazione che è la religione. Meglio se di tipo monoteista.Come può collegarsi con il potere temporale? Semplicemente attraverso l’esercizio di un tacito patto. Un patto che talvolta non è nemmeno tacito.Il politico di turno che voglia esercitare il controllo non ha altro vero strumento che cercare qualcosa di molto simile al consenso. L’alternativa è la violenza pura e semplice. Ma senza ricorrervi non si può fare a meno di una quota di consenso ed esso può essere ritrovato solo attraverso il controllo dei comportamenti a sua volta controllati dalla convinzione che si tratti di comportamenti socialmente accettabili e sincreticamente condivisi. Pena l’esclusione, l’ostracismo, la messa al bando, l’esilio, l’isolamento, l’impossibilità di esprimere la propria libertà di azione sotto molteplici sfumature. Allora il potere (quello che si vuole mantenere) per poter essere forte e prolungato nel tempo deve creare un sistema di relazioni fondate. Qualche forma di fede con annessa barriera insuperabile. Basta l’esclusione per generare la paura di sentirsi condannato? È sufficiente la paura di una forma di isolamento sociale, la povertà economica, la povertà delle relazioni, per sentirsi vincolati alla fede cieca nel dio creatore eterno?
Forse no.
Forse non è sufficiente.
Ovvio, che una qualsiasi fede non si mantenga per il semplice fatto di essere data da una verità rivelata. Occorre un catalizzatore, uno strumento che sia coercitivo ma che non lo sembri, occorre innescare una paura profonda che è tanto più profonda quanto più la mancanza di conoscenza è assoluta e irreversibile. La paura è il secondo strumento del potere.
Ogni religione monoteistica stabilisce il radicamento della paura nella diffusione e nel mantenimento della verità rivelata e nella diffusione di una certezza: un mondo ultraterreno eterno in cui la felicità nasce dall’essere stati sottomessi da vivi e l’infelicità se da vivi si è cercata la ribellione.Un mondo in cui la morte sia liberatoria. Ma un mondo a cui si possa accedere solo se la vita è stata rifiutata perché ci si è adattati, ci si è sottomessi, ci si è lasciati schiacciare dal controllo di qualcuno che parla per bocca di un terzo a cui si riconosce una legittimità senza controlli.Il sacerdote parla in nome del dio. Il potente politico parla in nome della verità del popolo.Ma, come ognun sa, il popolo non parla. Al massimo urla.E come chiunque può controllare ogni sacerdote parla per sé e non certo per dio. Se non fosse così ogni sacerdote si replicherebbe all’infinito a meno di non credere che dio cambi idea e dica cose diverse ad ogni omelia o ad ogni cambio di pulpito. Da ciò deriva che chi si sottomette rinuncia a cercare la conoscenza nella vita materiale per ottenere mielosa felicità - dopo la morte - nella vita immateriale.Curioso e singolare che i più fervidi credenti oggi siano spesso anche i meno volenterosi a rinunciare alle comodità della vita terrena.Ne deriva, per logica sequenza, che chi rinuncia a sottomettersi in vita è destinato all’eterna sofferenza.La paura che, presumibilmente all’inizio del processo di indottrinamento, è imposta con la violenza delle esecuzioni, dei processi, delle condanne pubbliche e delle maledizioni feroci, è andata via via sedimentandosi diventando una nascosta enclave genetica. Nella cultura antropologica dell’occidente la morte rappresenta la paura estrema ed è con tale paura che inizia il cammino terreno e con tale paura si vive tacitamente fino alla fine.Una paura che viene trasmessa attraverso una cultura deformante e catechizzante fin dall’origine dell’apprendimento con più forza di quanto non possa essere trasmesso il colore degli occhi o il colore dei capelli. Una paura del tutto inconsistente e per questo motivo inalterabile, indeformabile, inattaccabile.
Si può disinnescare la paura? Può essere resa attaccabile e smontata fino a renderla semplicemente un fenomeno come i molti che si possono misurare e con cui si può convivere senza rendersi l’esistenza un baratro di infinita infelicità?
Anche in questo caso si deve individuare un controllo uguale e contrario negli effetti e che faccia in modo di sostituire l’ignoranza con una conoscenza vera, la conoscenza del mondo, dei fenomeni e degli accadimenti che si modellano sulle azioni degli umani. Ma non basta la conoscenza da sola. Occorre anche bilanciare il potere del tempio e del trono per potere esercitare il frutto della conoscenza stessa. E per far ciò occorrono molti sforzi, una diffusa e capillare disciplina destinata a bilanciare la paura attraverso la diffusione di ragionevoli dubbi sulle verità rivelate e diffondere le certezze sulle verità pragmatiche, prometeiche. La verità del caldo e del freddo, dell’espansione e della contrazione, del pulsare della vita e del freddo della morte. La verità dell’esistenza materiale, la verità della parola che trasmette conoscenza e non della conoscenza che si fa parola.
Al contrario di ciò che si è soliti pensare (si tratta di un pensiero indotto ovviamente) il dubbio non implica paura, semmai implica la necessità di affinare la conoscenza. Implica la necessità di avere molte più informazioni disponibili, si tratta di eliminare di volta in volta il moltiplicarsi di ramificazioni sterili.La conoscenza è potere e può anche essere un potere buono.Il potere è la facoltà di prendere delle decisioni utilizzabili e finalizzate alla ricerca di una serenità materiale, una felicità mentale. Ma allora ogni volta che si parla di potere si parla implicitamente di una lotta di tutti contro tutti? Sarebbe un inno alla guerra infinita.
Ovviamente non è così. Questa è l’oggettiva visione che viene costruita e inculcata da sempre proprio per tenere lontano il vero progetto di vita. E ribadisco progetto dal momento che mai si è voluto renderlo vero attraverso una sperimentazione materiale. Ma lo si è tenuto ai margini della conoscenza per la parossistica voglia di impedire che il controllo venisse meno. O meglio per impedire che il controllo cambiasse di mano. Si tratta di una cosa abbastanza semplice da dire tanto quanto difficile da diffondere. La paura che persiste la rende semplicemente inverificabile. Una volta che ho la conoscenza non devo far altro che utilizzarla per rendere la mia esistenza gradevole.
Ciò che ne nasce è un benessere fisico e mentale. Non vivendo isolato non posso fare altro che stabilire condizioni paritetiche di benessere con i miei simili.
Tutti gli umani hanno uguali condizioni di conoscenza primigenia. Dunque tutti gli umani possono accedere alle stesse fonti e allo stesso sapere. Ognuno per la parte che ritiene più utile alle sue scelte. Ognuno per la forma di vita che ha deciso di seguire.
Quando la paura si affievolisce (o scompare) non esistono motivi che impongano scelte obbligate. Non si creano luoghi di malessere, non vi sono più le condizioni di sudditanza o di sopraffazione perché non servono, non aggiungono e non tolgono nulla a quanto già si può ottenere semplicemente scegliendo cose o condizioni diverse.
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